Moda

Lo compro. Ma di quattro taglie più grande

Céline 
Voglia di coccole, desiderio di protezione, rifugio sicuro contro le tante brutture: così l’abbigliamento oversize raccoglie sempre più seguaci
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Per esistere la moda deve essere contemporanea. Classici a parte, il gusto e le tendenze si plasmano in base a ciò che accade ogni giorno e a come la società vi si adatta. Fatta questa premessa, il legame che unisce la realtà di oggi alla preferenza per l'abbigliamento oversize, sempre più spiccata negli ultimi tempi, si fa più chiaro: qui a prevalere è il bisogno di proteggersi, di creare attorno a sé uno scudo contro il quotidiano, di rifugiarsi in un bozzolo sicuro contro le tante, troppe, brutture della vita.

Sembrerà pure psicologia spicciola, ma si tratta di una reazione più o meno inconscia che avviene assai di frequente, e che negli anni ha modellato il costume: è successo durante le Guerre Mondiali, con gli orli delle gonne progressivamente accorciatisi per non sprecare tessuto e poi diventati la norma, negli anni '60 con la minigonna a simbolo della nuova modernità, con il punk e il rigetto dell'estabilishment, con l'edonismo da boom economico degli anni '80 e così via.

Ogni epoca ha una propria estetica “sociale” e nel 2016, un anno piuttosto turbolento, a prevalere è la necessità di sentirsi rassicurati, fosse anche da un semplice indumento, e non serve nemmeno guardare le passerelle per capirlo, perché la corrente è penetrata ovunque: la si nota nelle felpe e nei giubbotti XXL coi cappucci tirati su per proteggere il capo, nei jeans tornati larghi dopo anni di dominio assoluto dei modelli skinny, negli occhiali da sole sovradimensionati che nascondono lo sguardo, nelle borse evolutesi in enormi bisacce e così via. E non si tratta solo di abbigliamento: anche la tecnologia - siamo o non siamo in un'epoca in cui tutto, anche i vestiti, è digitalizzato? - si è adeguata, con smartphone, tablet e smartwatch che giocano al rialzo, ogni nuovo modello un po' più grande del precedente; certo, qui c'è anche la voglia di esibire uno status-symbol, ma il collegamento è innegabile.
Tornando alla moda, campo in cui il fenomeno per forza di cose si esprime al meglio, a fare da trascinatori sono quei creatori considerati più proiettati in avanti. Due nomi su tutti: Phoebe Philo e Rick Owens. La prima, ideatrice della fusione tra femminilità, avanguardia e intelletto, per Céline ha puntato su una collezione normale e quotidiana, ma dalle dimensioni talmente esagerate che gli indumenti paiono scivolare dal corpo; e se il mantra della stilista stavolta è la voglia di calma e di pace opposta alla frenesia dei nostri tempi, a guidare la creatività di Owens è la pura e semplice preoccupazione per il futuro. Lui è partito dal saggio di Elizabeth Kolbert “La sesta estinzione”, che profetizza la scomparsa della razza umana proprio com'è accaduto in passato con i mastodonti, e come reazione a questa amara consapevolezza ha drappeggiato sul corpo metri e metri di mohair e nylon matelassé imbottito, fino a trasformare i suoi abiti in enormi e leggeri bozzoli alternati a forme e linee ispirate ai mammuth: tutto per soddisfare il bisogno di un riparo sicuro sempre a portata di mano.

Ma non sono gli unici, come si diceva: ci sono le silhouette allungate all'estremo di Marc Jacobs, i poncho grandi come coperte king-size di Chloé, le camicie a scatola e le sporte di Balenciaga, o i cappotti così ampi da toccare terra visti letteralmente ovunque. L'elenco andrebbe ancora avanti, ma la sensazione generale che se ne ricava è una sola, molto precisa: l'inquietudine per il futuro c'è, e ciascuno la affronta a modo suo. In casi estremi, anche un pullover di quattro taglie più grandi può fare la differenza.