Moda

"Niente nostalgia, chi crea deve stupire"

J.W.Anderson 
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"Una persona che lavora nella finanza mi ha chiesto perché la creatività conti tanto da un punto di vista economico: non so spiegarlo con esattezza, però credo sia fondamentale la sua capacità di astrarci dalla realtà e farci riflettere sull’inaspettato: ecco, la creatività è importante perché ci fa pensare». Jonathan Anderson ha le idee belle chiare. Non ci si mette molto a capire perché questo ragazzone del nord dell’Irlanda a soli 32 anni sia considerato una delle voci più autorevoli dello stile, una fama conquistata bruciando le tappe. È infatti il 2008 quando lancia il suo brand di menswear, J.W. Anderson, cui due anni dopo aggiunge la donna; diventa “quello” da seguire su Londra, il fashion system lo porta in palmo di mano, fa incetta di premi, non si ferma mai: ben prima dell’avvento del genderless manda in passerella ragazzi in minigonna, sfila in streaming su Grindr (la app di incontri gay), provoca e attrae.
I colossi del lusso lo notano, nel 2013 LVMH acquisisce una quota del suo brand e lo mette alla guida di Loewe, marchio spagnolo di pelletteria fondato nel 1846. Parrebbe quanto di più lontano da lui, e invece no: Jonathan mescola il suo linguaggio con quello della maison in un mix innovativo. «Per me un designer nostalgico è finito. Loewe è un insieme calibrato di futuro, presente e passato: il mio lavoro non ricalca mai gli archivi perché altrimenti l’effetto sarebbe finto. Alla Disneyland, come genere».
È questa logica ferrea a permettergli di tenere i suoi brand ben separati. «Loewe è parte della cultura di oggi, J.W. Anderson fa da “agitatore” sociale. Mettiamola così: J.W. Anderson è una casa distrutta e stravolta dalla ricostruzione, Loewe una struttura solida che ha le sue radici nella classicità», teorizza lui negli uffici di Parigi della maison. Sorride quando gli si fa notare che il termine più usato dalla stampa per descriverlo è zeitgeist, in relazione alla sua capacità di cogliere lo “spirito del tempo”.
«Credo mi si riconosca una coerenza di fondo che mi fa capire i miei clienti. Detto questo, l’errore più grande sarebbe diventare prevedibile: il mio lavoro consiste nel creare ciò che il pubblico ancora non sa di volere, e per questo cerco di seguire un percorso mio, distante dagli altri. Un esempio: non m’ispiro mai alla mostra di cui tutti parlano, ma a quella che secondo me andrebbe fatta». Un metodo efficace, ma che implica una ricerca continua. «Bisogna essere aperti a tutto, perché i social media ci mostrano solo quello che vogliamo vedere: il nostro mondo è guidato dall’algoritmo che interpreta i nostri gusti, e il rischio è vivere in una realtà fittizia. Dobbiamo metterci in gioco». La sua ultima sfida è “Disobedient Bodies”, mostra sul suo universo creativo in programma al museo Hepworth Wakefield (a 2 ore da Londra) a marzo. «È un percorso attraverso i miei riferimenti: una statua di Giacometti è vicino a una giacca di Helmut Lang, una scultura di Naum Gabo a un Comme des Garçons e così via. Sono opere nate in tempi diversi da esigenze differenti, ma che accostate parlano tra loro. È una delle cose più difficili che abbia mai fatto».
C’è il tempo di parlare dell’anno appena trascorso – «mai come ora i creativi devono evitare il pessimismo» –, e del futuro. «M’inquieta il culto del successo: l’artista dev’essere subito il più quotato, lo stilista il più popolare. Non abbiamo più pazienza, non sappiamo giudicare con obiettività». A sentirlo parlare ci si chiede se stacchi mai la spina. «Sono sempre ossessionato da qualcosa: stancante, ma efficace. Comunque le vacanze le passo in campagna, dove non c’è internet e la linea telefonica è pessima. Meno male».