Moda

Se lo stile diventa unico

Con Prada e Gucci di Alessandro Michele, tutto si è frantumato. E l’abito non si lega più a un censo o a un ruolo nella società
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Ogni modernità, assieme all’inevitabile ridicolo di uno spropositato entusiasmo per il proprio tempo – Cocteau si spanciava dalle risate per quello, provincialissimo, dei futuristi – ha sempre comportato un drastico mutamento d’aspetto, dunque d’abito. Naturalmente per un’élite: rimanendo tutto il resto nel suo grigiore. E si è mutati dentro forme diverse, purché queste tornassero ogni volta a ribadire una riconoscibile distinzione fondamentale: prima quella per nascita (Saint-Simon), in seguito per censo (Balzac), quindi per ruolo sociale (Proust).

Dunque, si potevano anche accorciare o allungare proporzioni, stringere o allargare volumi, purché gli abiti proclamassero inconfondibilmente la nobiltà del nome, quindi la solidità del patrimonio, da ultimo – tra ’800 e ’900 – il posto di ciascuno nella collettività. In ognuno di questi casi, con confini invalicabili e severe proibizioni per eventuali scivolamenti fuori dal canone (nel secolo scorso, persino con vistosi dileggi caricaturali), se ad esempio un notaio non si fosse attenuto al decoro formale spettante alla sua funzione; così come un operaio o una nubile o una sposata nelle rispettive caratterizzazioni. Eccezioni erano ammesse, ma solo per pazzi e artisti, i cosiddetti originali o eccentrici. Tanto che pazzo e originale convivono come sinonimi nei dizionari etimologici.

Poi, il grande sovvertimento; simile a quello che attorno al ’400 sconvolse il ritratto; che da un profilo come glorioso documento araldico – persino non somigliante – divenne lo specchio frontale di una personalità e di un temperamento: di un’anima inconfondibilmente originale. Identico, dunque, all’unicità di chi rappresentava; tale e quale nella più nuda essenza. In ambiente fiammingo c’è persino una data per un simile rivolgimento: 1430, secondo l’accurata indagine svolta da Hans Belting in un recente, bel saggio. Da allora, un ritratto equivalse a una coscienza e non più a un nome, a un ruolo, a un rango. Similmente, anche quello dello Stile è stato un lungo cammino, a tratti faticoso e pieno di ripensamenti. Fino all’arrivo di Prada. E con lei, di un’idea di Stile che in nulla si potesse ricondurre ai classici parametri individuativi; di fronte allo smottamento di ogni categoria ordinaria.

Molto oltre Schiaparelli e tutti quei giovanilistici rivoltosi spuntati tra Londra e Parigi (da Westwood a Gaultier); perché comunque appartenenti a un genere, a un ruolo: quello di chi non può che essere in disaccordo, di chi osa. Nulla di più. Non ancora di chi ha consapevolmente tagliato i ponti con il circostante di sempre. Frantumando ogni certezza, ogni appartenenza, ogni geografia antropologica. In favore di un’unica appartenenza: quella di se stesso come solitario interprete di un solo stato d’animo, il proprio. Quale specchio del mondo. Analogamente, inaspettato come una nevicata in piena estate, venne il nuovo corso di Alessandro Michele per Gucci. Ammantando di sé passerelle e Stile. Con la consapevolezza che da quel momento qualcosa sarebbe mutato per sempre. La Moda non restava se non come espressivo meticciato multilingue. Come un Basquiat mutante in Canova. In un “ritratto” che non racconta più quarti di nobiltà, conti cifrati o ruoli sociali; ma solo lo stupore di come siamo. O di come dovremmo essere.