Da un giorno all’altro (ma forse, senza esagerare, da una stagione all’altra), all’incirca una decina di anni fa, e comunque senza preavviso, ci si accorse che in casa Dolce & Gabbana la storia dello Stile stava mutando radicalmente. Nell’Uomo, con una vitalità straordinaria. Senza bisogno di fisionomie tra il delinquenziale e l’anoressico, infatti, addosso a giovani maschi come se ne vedono ovunque, tutto si era contratto, ridotto, sintetizzato e abbreviato. In un insieme che ricordava certi figurini del ’21 o quei belloni che Carpaccio fa assistere alle Storie di Sant’Orsola: camiciole con pinces, colli importanti, polsi fuori dal fondomanica fin quasi a coprire la mano, giacche avvitate in alto; pantaloni brevi e un fondo tanto stretto da risultare inaccessibile se non a piedi acrobatici. Una creatura nuova, insomma, seppure carica di rimandi. Fresca, di quella grazia che darà subito del noioso a tutto il basico e allo sportswear già in atto. Del resto, laddove si era rivalutata per il femminile la lingerie vedovile fino a farne capolavori di intenerente delicatezza, non poteva restare traccia di quell’uomo informe.
Di lì a poco, il mondo fu così. E ancora oggi, nonostante infiniti mutamenti, quella forma è ormai un classico, come una cravatta a pois. E non c’è imitatore che non sia partito da lì, da quel dogma.
Perché questo è la Moda: rivoluzioni inattese che fanno girare la testa prima agli intenditori, poi persino ai più abbrutiti patiti di sport, infine a chiunque voglia possedere, con qualche ritardo, qualcosa di moderno.
Intanto, da Prada si stava rovesciando il tavolo: e non una regola, una sola, restava in piedi. Una specie di Rivoluzione d’Ottobre sbaragliava un intero sistema di certezze: nobilitando le cose più umili e mortificando le più orgogliose.
Fu un tornado. E tutti a chiedersi cosa ci fosse di bello in quel caos. Eppure, senza neppure troppa lentezza, quel putiferio divenne un ordinamento, un metodo, una prescrizione osservata ovunque. Tanto che oggi sandali alti e calzini è come dire décolleté e tacco basso.
Alessandro Michele nel frattempo dormicchiava, prima di essere svegliato dal bacio del destino. E, dopo quel bacio, persino gli art director televisivi si accorsero del nuovo, vertiginoso corso di Gucci. Da quel momento, qualsiasi cosa senza almeno un ronzio d’ape, qualche rosa appassionata e un cuore trafitto non ebbe un futuro.
Guai a non riconoscere quei broccati d’oro e d’argento sbalzati in colori inauditi e contundenti, quelli che mai si sarebbe osato usare. E, strano a dirsi, proprio su fanciulle per nulla insolenti – tutt’altro –, quel serraglio di meraviglie diede il meglio di sé. Così come, su fisionomie maschili da estetizzante erede di un gran blasone, giubbotti rutilanti d’oro, pantaloni listati e mocassini-pantofole berbere.
In tal modo, reso il dovuto alla trimurti Gaultier, Lacroix e Galliano, si è andato componendo il decalogo di questi anni. Fatto di cortocircuiti e di tabù da profanare. Ma dove tutto, come sul Bosforo, è di un’opulenza cangiante mai vista prima. Con regole precisissime, inderogabili e che sono ora il gusto di questa modernità. Nel frattempo, rumori di guerra: tanto che, non appena si sarà smesso con il toto-nome di questo o quello, un nuovo “inaccettabile” tornerà a stupirci. Un ennesimo Bloomsbury: prima per pochissimi, poi per molti, infine per tutti. “Trasfigurando soluzioni in enigmi”.
Di lì a poco, il mondo fu così. E ancora oggi, nonostante infiniti mutamenti, quella forma è ormai un classico, come una cravatta a pois. E non c’è imitatore che non sia partito da lì, da quel dogma.
Perché questo è la Moda: rivoluzioni inattese che fanno girare la testa prima agli intenditori, poi persino ai più abbrutiti patiti di sport, infine a chiunque voglia possedere, con qualche ritardo, qualcosa di moderno.
Intanto, da Prada si stava rovesciando il tavolo: e non una regola, una sola, restava in piedi. Una specie di Rivoluzione d’Ottobre sbaragliava un intero sistema di certezze: nobilitando le cose più umili e mortificando le più orgogliose.
Fu un tornado. E tutti a chiedersi cosa ci fosse di bello in quel caos. Eppure, senza neppure troppa lentezza, quel putiferio divenne un ordinamento, un metodo, una prescrizione osservata ovunque. Tanto che oggi sandali alti e calzini è come dire décolleté e tacco basso.
Alessandro Michele nel frattempo dormicchiava, prima di essere svegliato dal bacio del destino. E, dopo quel bacio, persino gli art director televisivi si accorsero del nuovo, vertiginoso corso di Gucci. Da quel momento, qualsiasi cosa senza almeno un ronzio d’ape, qualche rosa appassionata e un cuore trafitto non ebbe un futuro.
Guai a non riconoscere quei broccati d’oro e d’argento sbalzati in colori inauditi e contundenti, quelli che mai si sarebbe osato usare. E, strano a dirsi, proprio su fanciulle per nulla insolenti – tutt’altro –, quel serraglio di meraviglie diede il meglio di sé. Così come, su fisionomie maschili da estetizzante erede di un gran blasone, giubbotti rutilanti d’oro, pantaloni listati e mocassini-pantofole berbere.
In tal modo, reso il dovuto alla trimurti Gaultier, Lacroix e Galliano, si è andato componendo il decalogo di questi anni. Fatto di cortocircuiti e di tabù da profanare. Ma dove tutto, come sul Bosforo, è di un’opulenza cangiante mai vista prima. Con regole precisissime, inderogabili e che sono ora il gusto di questa modernità. Nel frattempo, rumori di guerra: tanto che, non appena si sarà smesso con il toto-nome di questo o quello, un nuovo “inaccettabile” tornerà a stupirci. Un ennesimo Bloomsbury: prima per pochissimi, poi per molti, infine per tutti. “Trasfigurando soluzioni in enigmi”.