Moda

Sedotti da un lungo filo di perle

Moschino 
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L’ultima è stata lei, Beyoncé. E’ bastato che all’ultimo Met Gala sfoggiasse un abito a sirena di latex ‘nudo’ (firmato Givenchy) tempestato di perle a ri-accendere la passione per un classico. Anche se quando si pensa alle perle le prime immagini a correre alla memoria sono quelle delle signore bon ton degli anni Cinquanta e Sessanta, di lady bon-chic-bon-genre come la diva principessa Grace Kelly o Jackie Kennedy, le perle hanno il singolare potere di accomunare personaggi agli antipodi, dalla borghese alla maliarda, dalla regina alla cortigiana.
Le perle fanno parte del look bon ton di Jackie Kennedy 
Non era forse con la complicità di lunghi fili di perle che Wanda, ‘navigata’ protagonista di Venere in pelliccia - romanzo erotico scritto nel 1870 da Leopold von Sacher-Masoch - seduceva le sue vittime?  “La veste di raso bianco” commentava estasiato Severin, il protagonista, pronto a tutto pur di diventare il suo schiavo erotico “le modella con leggerezza l’incantevole il corpo snello e lascia scoperti braccia e seno. I capelli rossi, solo in parte fermati da fili di perle bianche, le scendono lungo la schiena, sino alla vita”.

A rendere le perle un segno del suo stile è arrivata poi la Marchesa Luisa Casati. Eccentrica femme fatale, musa di futuristi e surrealisti e amante di Gabriele D’Annunzio, con cui intrecciò una tormentata relazione, la marchesa nutriva per le perle una vera passione. Tant’è che nelle sue memorie (“Portraits with Backgrounds”, 1948) la scultrice Catherine Barjansky descrive la Marchesa con la silhouette slanciata, più sottile di quella della danzatrice Ida Rubinstein, un abito di broccato rifulgente d’oro, sandali con tacchi incastonati di diamanti e lunghe collane di perle.

Un’altra seduttrice che delle perle fece il suo feticcio è stata Louise Brooks. L’attrice americana scelta da Georg Wilhelm Pabst per interpretare la disinibita Lulu in Il vaso di pandora (1929), sarebbe entrata nel mito con la complicità di un caschetto nero e di un chilometrico filo di perle (celebri sono rimasti gli scatti di Eugene Robert Richee dove la Brooks sembra indossare soltanto una lunga collana).

Per la primavera alle porte, più che quelle tradizionali in stile Regina Elisabetta, le perle hanno un’aria pop, volutamente falsa. Ci sono quelle vagamente fatali che disseminano le impalpabili camicette di Francesco Scognamiglio, quelle che formano intricate costellazioni sugli abiti di Vera Wang e quelle trômpe l’œil, che guarniscono gli abiti pensati da Jeremy Scott per Moschino. Al di là di virtuosismi e stravaganti esercizi di stile, i più diffusi saranno i fili di perle ultra-false ispirati a quelli che adornano gli abiti e i tailleur pensati da Alessandro Michele per Gucci e soprattutto da Karl Lagerfeld per Chanel.

Una lezione di eleganza, quella della fondatrice della griffe con la C intrecciata, che ha forse avuto la sua epigona più brillante in Audrey Hepburn/Holly Golightly. Nella scena iniziale di Colazione da Tiffany, quella in cui dopo una notte folle, scende dal taxi proprio davanti alla vetrina di Tiffany, Audrey indossa il celebre abito nero di Hubert de Givenchy e un collier di perle a cinque fili di perle trattenuto da una spilla di brillanti, un gioiello così sfacciatamente falso, in ideale sintonia con la filosofia di Coco Chanel, ferma sostenitrice della teoria per cui: “un gioiello non è fatto per provocare l’invidia, al massimo lo stupore. Deve restare un ornamento e un divertimento. Bisogna guardare i gioielli con innocenza, con ingenuità, come si gode di un melo in fiore, sul ciglio d’una strada, passando velocemente in auto”. Per le perle di oggi si può dire lo stesso.
Stuart Weitzman 
Francesco Scognamiglio