Moda

Moda: giganti e nani, le due facce dello stile

Un abito massimalista di Dolce&Gabbana  
Manierismo e decadentismo sono i due riferimenti storici Come nelle architetture c’è chi sceglie l’iperbole e la sproporzione, chi vuole il minimo. Dai fiori ai cuori, in cerca di soluzioni
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Noi plasmiamo edifici che a loro volta plasmano noi e le nostre idee». Questo celebre aforisma attribuito a Winston Churchill (ma probabilmente più antico) molto dice della ciclica, simmetrica relazione tra forme e pensiero. Di come cioè idee e disposizioni dell’anima dipendano anche dalla conformazione degli edifici e degli abiti che ci imponiamo. Noi, dunque, costruttori di forme stilistiche che a loro volta ci costruiscono. Persino inconsapevolmente. Realizzando intime modificazioni sentimentali talora nemmeno percepibili, eppure essenziali. Noi, gli unici esseri viventi a mutare pelle su indicazione di altri esseri viventi.

Come per il Decadentismo, ad esempio, esattamente lo stile emotivo di una porzione di umanità già stretta e contenuta in forme disegnate come pre-decadentiste: quasi una farfalla-leader avesse ordinato un mutamento di ali in vista di un ipotetico pericolo, creando così una nuova specie di farfalle combattive. Dunque, forme più potenti dei loro stessi autori, fino al punto di indurre slanci e punti di vista verso orizzonti sconosciuti. E la Moda non è che questo: forme di una modernità costruite così da costruire a loro volta un inconfondibile e caratteristico modo di vedere e agire.
Non si è infatti mai verificato che un ciclo storico si sia privato dei suoi autori-formatori quanto a forme di pensiero da questi stessi precondizionate; agli abiti di Versace (al vertice del suo successo) corrisposero come reazione indotta stili di vita da questi stessi suscitati. Così per Armani, traghettatore verso un tempo nuovo; e nel passato Chanel, Balenciaga, Dior.

Proprio come ora, quando – in parallelo con ciò che viene mutando quanto a sentimento generale – monumentalità retorica ed essenzialità purista diventano, in architettura come sulle pedane (i due abiti del Tempo), la chiave propulsiva di questa nostra stagione. In una costante dialettica tra gigantismo e concisione. Dunque, un doppio binario, conciliabile e mai antitetico. Da un lato, la dismisura, l’iperbole, la sproporzione (come nella Sala dei Giganti a Mantova); e con esse un superbo titanismo di pensiero. Dall’altro, lo strettamente poetico, il sufficiente necessario, il minimo; in una mistica del piccolo e del pauperistico come soluzione del mondo.
Questo – in una mareggiata floreale – quanto dicono gli autori delle forme degli abiti, di quegli abiti che costruiranno il nostro modo di sentire. Attraverso due incontrastate leadership concettuali: da Gucci e Dolce & Gabbana (con Marc Jacobs, Versace e Dalpozo) quanto a titanismo; da Prada e Fendi (così come da Burberry, Emporio Armani e Calvin Klein) in una limpida, asciutta essenzialità.

In un generale, manieristico decadentismo, le uniche soluzioni a disposizione. Ma per introdurci a quale vita, a quale futuro? Lo stilista non ha che risposte oracolari, oscure come un vaticinio; orfiche, cabalistiche, ambigue. Eppure “come sono grata di ricordare che, si trattasse di persone o luoghi e occasioni, ho sempre riconosciuto gli dèi appena li ho visti” (Edith Wharton).