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Stefano Bollani: "Evviva gli errori sbagliare strada fa fare nuove scoperte"

Il musicista milanese: "Stimolano la creatività. La vita, diceva John Lennon, è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altro"
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Sbagliando s’impara, anzi di più: si esiste davvero. Sperimentando, mettendosi in pericolo, viaggiando in zone inaspettate e rivelatorie. Evviva l’errore secondo Stefano Bollani, il jazzista italiano più celebre nel mondo: «L’errore è una porta che si apre», osserva il poliedrico pianista. «Nella musica, come nella vita, un altro può avere un’idea migliore della tua, che va seguita. È come passeggiare in un posto non del tutto noto, lanciarsi in vie traverse e scoprire un luogo tanto più interessante di quanto avevi previsto». Sta parlando della vita o del jazz? «La vita, diceva John Lennon, è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altro. Lei crede che si possa vivere senza sbagliare e improvvisare? Parlo della vita e della musica». Comunque la parola errore ha una connotazione moralistica: «Infatti! Meglio parlare della deviazione di un percorso prestabilito. Devo essere sorpreso da me stesso e lasciar fluire le cose».

Per un improvvisatore intelligente sono l'anima del lavoro

L’errore, sostiene Bollani, è l’anima del lavoro di un improvvisatore intelligente, «che suonando non solo non lo fa percepire, ma lo usa come spunto per andare altrove. Vivere subito l’errore come tale condiziona il futuro definendolo come sbagliato. Inoltre, se ti distrai pensando “ho sbagliato”, perdi concentrazione. Suonare nel presente non è mai sbagliato, mentre lo è non dar retta al proprio istinto e non ascoltare gli altri, e nella vita capita lo stesso». Il jazz chiede sempre il reciproco ascolto: «Suonando non puoi non ascoltare gli altri. Se improvviso una cosa ma il bassista propone un diverso argomento, dovrò integrare il suo discorso senza eluderlo. Poi magari, mutando direzione, mi diverto di più. Il jazz insegna a rimanere se stessi collaborando con chi ci sta intorno. In teoria è la società ideale». Nella musica classica, tuttavia, una nota sbagliata è sbagliata.

Un errore è un errore. «Non sempre! Nel 2012 ho suonato a Lipsia il Concerto di Ravel con l’orchestra diretta da Riccardo Chailly. A un tratto ho ciccato una battuta, l’ho proprio cannata, e alla fine Chailly mi ha detto: bella quella battuta improvvisata! Chissà se mi prendeva in giro». Il rapporto col grande direttore d’orchestra, assieme a cui ha realizzato progetti anche discografici di successo, gli ha dato molta fiducia in sé: «Su un pezzo come il Concerto di Ravel, già suonato da giganti come Martha Argerich e Benedetti Michelangeli, temevo di non avere nulla da dire. Ma grazie all’incoraggiamento di Chailly l’impresa ha avuto un senso, perché ha significato stare con la musica nel presente e proporre una visione non cristallizzata, bensì viva e vegeta». Bollani è un tipo inarrestabile, costantemente in vena di invenzioni.

"L'importante è avere un piano"

Ha un calendario fitto di concerti, interpreta spettacoli, scrive libri e firma musiche per il teatro (il 3 novembre debutterà a Bolzano Wonderland, regia di Daniele Ciprì, dove lui suonerà sul palco). È pure un conduttore radiofonico e televisivo, e dal 10 novembre, tutti i giovedì per sette settimane, sarà in onda su Raiuno col programma "L’importante è avere un piano", dove accoglierà artisti consolidati e nuove scoperte nel segno del suo stile ironico e al di là dei generi: «È sviante parlare di musica colta, extra-colta o incolta, segnando distanze siderali tra Karlheinz Stockhausen e Ornette Coleman», afferma. La divisione in generi «cancella la possibilità di provare certe emozioni. Se decido a tavolino che una donna è bella solo se è alta o bionda, smetto di vivere chiudendomi a troppe esperienze». Respinge l’idea che per capire la musica si debba contare per forza su un bagaglio culturale: «Per godere della musica non è necessario conoscere né l’armonia né l’epoca né il retroterra del compositore, ma essere disposti a sentire in noi qualcosa che risuona». Nato a Milano nel ’72, si è diplomato al Conservatorio di Firenze, «e mentre studiavo facevo jazz di nascosto. All’epoca si favoleggiava che il jazz rovinasse le mani o altre parti del corpo. È stata una delle tante leggende che ha isolato la musica reputata “seria”. Bisogna uscire da un’idea chiusa del Conservatorio: la parola stessa evoca la conservazione di una cultura che può morire se paludata, soffocata e iper-protetta dalle contaminazioni o dai cosiddetti errori».