Lo scrittore, nato a Casablanca nel 1944, è un maestro nell'arte dell'umorismo. "Fa capire meglio la realtà"
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Li descrive come superpoteri, come doti eccezionali. Eppure non sembra esserci nulla di così straordinario in una persona che riesce a ridere di se stessa e a non prendersi troppo sul serio. Invece per Daniel Pennac la risata è sempre salvifica, potente, riparatrice, perché da essa dipende molto di quello che accade nel mondo e nella vita di ciascuno. Gli occhi piccoli e luccicanti dietro le lenti rotonde degli occhiali che gli conferiscono un’aura di saggezza, lo scrittore parigino che ha inventato e narrato la meravigliosa saga dei Malaussène è un maestro nell’arte dell’umorismo e della risata. Ha imparato i primi rudimenti da bambino, quando ancora era un somaro.
"Un legame prezioso con le persone"
«L’umorismo protegge il nostro interlocutore con cui ci stiamo relazionando – racconta Pennac di passaggio in questi giorni in Italia per il trentennale del Teatro dell’Archivolto di Genova – e in questo senso crea un legame prezioso tra le persone perché con la risata si rassicura l’altro divertendolo. Nel mio caso l’umorismo l’ho ereditato da mio padre. Durante il mio primo anno di scuola sembrava che io non avessi appreso nulla se non la prima lettera dell’alfabeto. Mia madre era terribilmente preoccupata, ma poi mio padre la fece ridere dicendole semplicemente: non ti devi preoccupare, tra ventisei anni conoscerà perfettamente tutte le altre lettere! Ecco, usare il sorriso, la risata, per rassicurare l’altro, per metterlo di nuovo in condizione di affrontare la realtà, questo è il segreto. È quello che ho fatto come professore, rifiutandomi sempre di drammatizzare i piccoli insuccessi dei miei alunni». Da Il paradiso degli orchi a La fata carabina, il romanziere nato a Casablanca nel 1944 ha sempre messo in luce il lato buffo e giocoso della vita. L’esperienza personale è stata infatti la sua principale fonte di ispirazione. Continua Pennac:
«Guardi, è fondamentale saper ridere di se stessi. È di vitale importanza. Soprattutto per chi ci sta intorno. Tutte le tragedie dell’umanità sono state provocate da megalomani incapaci di prendersi gioco di loro stessi. Io cerco di non prendermi mai troppo sul serio, anche se è più complicato quando sono stanco». È sempre stato così?
"Quando avevo paura di tutto"
«Beh, da bambino ero inquieto. Avevo paura di tutto. Provavo vergogna per i miei fallimenti e un grande desiderio di vendetta contro i miei professori. Ho impiegato molto tempo a capire che la vendetta è un sentimento sterile. L’umorismo è stato per me un lungo apprendimento dell’amore ». Nella scuola lo ha usato prima da allievo e più avanti da insegnante. «Credo che agli studenti si possa trasmettere l’autoironia – confida – è proprio da lì che bisogna cominciare, per combattere in modo efficace la paura che i bambini hanno della scuola. Perché questa paura distrugge ogni capacità di apprendimento». Ci prova gusto Pennac a ricordare anche i piccoli incidenti che lo portano a ridere di sé nella quotidianità. Con un episodio chiarisce tutto: «Di solito se un automobilista mi fa arrabbiare, la mia prima reazione è pensare che sicuramente gli assomiglio, perché altrimenti non mi infurierei così tanto. Anche questa è autoironia. Tutti i giorni mi capitano dei momenti sgradevoli ma grazie ad una buona dose di autoironia riesco sempre a calmarmi. Funziona anche nell’amicizia. Le vere amicizie ci spingono a ridere di noi stessi. In amore è più difficile, perché l’amore è irrequieto per natura».
Gli piace parlare anche dell’amore, di certi amori che non hanno nulla di spettacolare ma sono eccezionali, come quello tra Jean e Germaine, una coppia che stava vicino a casa sua a La Colle- sur-Loup, in Costa Azzurra, quando era piccolo. Ha messo in scena la loro storia in uno spettacolo prodotto quest’anno dal centro culturale il Funaro di Pistoia, poi diventato un racconto a fumetti di Florence Cestac con il titolo Un amour exemplaire. Pennac le descrive come due persone sempre felici, senza figli e senza lavoro. Quando li osservava insieme a suo fratello Bernard restavano incantati dalla loro gioia di vivere. «Ridevano spesso, in un contesto borghese dove si rideva poco. Si facevano anche degli scherzi, e i loro rispettivi difetti li divertivano molto e per questo si prendevano in giro l’un l’altro. E anch’io, ricordo, ridevo molto con loro».