Persone

Emma Dante: Che bello adottare un bambino

(agf)
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Comincio dal presente. Ho cinquant’anni tondi tondi, pieni di cose private e di lavoro in perenne dialogo tra loro, e mi sono sposata un teatrante, Carmine Maringola, e adesso portiamo con noi in giro il nostro figlio adottivo Dimitri, cinque anni, nato a San Pietroburgo. L’impegno della scena è sempre entrato in maniera invadente nelle cose di famiglia, così come tragedie e perdite hanno trovato un posto nella mia drammaturgia. Ecco perché il mio teatro è sentimentale e magari anche cattivo come il grande padre dei fratelli Karamazov. Nel frattempo il mio futuro si accorcia, sono realista anche se sognatrice, e i piedi per terra ce li ho tra visioni e personaggi incoerenti e scostumati, ma senza perdere il controllo della verità. Non ho paura della morte, me la sono fatta amica. Mi inquietano la malattia, il corpo che si trasforma, i segni delle battaglie».

Emma Dante, autrice e regista di teatro siciliana (anche scrittrice, sceneggiatrice e artefice di film) che ha ascendenti fortissimi su più pubblici, si confida, si guarda allo specchio, parla di sé. «Da piccola, nella mia giovinezza in famiglia, ero silenziosa, assorbivo da genitori e fratelli, non sapevo niente del teatro, poi è scattato un corto circuito per la scena, che mi ha reso reattiva. Ho imparato molto da mio padre, un commerciante stravagante che oggi ha 74 anni, uno che vedeva l’esistenza con ironia e pessimismo, e cinismo isolano, inventore di storie assurde e deformate. Ma devo tanto anche a mia madre, purtroppo morta a 58 anni: m’aveva capita, fu lei a mettermi sul treno e a lasciarmi andare a Roma, all’Accademia. Dei due fratelli che avevo, uno è insegnante e segue con passione il mio cammino, e uno lo persi quando aveva 24 anni in un incidente nel 1995, prima della scomparsa di mamma. Due lutti che cambiarono totalmente la mia vita. Smisi di fare l’attrice, qualcosa s’era modificato in me, e iniziai a interrogare personaggi, a scrivere testi miei».

La creatività di Emma ha indagato a lungo nei misteri domestici, nei segreti di storie classiche o di legami contemporanei, ma fino a poco tempo fa non poteva confrontarsi in proprio con la maternità. Ora sì. «Un capitolo complesso, il mio percorso genitoriale, dopo il disastro di un’ipotesi di adozione italiana. Io e Carmine non siamo stati mai chiamati malgrado fossimo pienamente idonei. La soluzione è venuta fuori un anno fa con un bambino russo. Non ti entra in casa una creatura felice, ha problemi alle spalle, gli devi togliere i fantasmi delle privazioni, devi superare varie prove. Ma poi, che umanissima esperienza lavarlo, vestirlo, informarlo, così desideroso com’è di contatto fisico, di abbracci, mentre prende il primo posto nelle tue responsabilità, e nei tuoi piaceri. Dopo aver tanto trattato il tema della morte, il mio prossimo lavoro sarà legato alla trasmissione della vita, sulla base di emozioni inspiegabili, e di un senso di appartenenza, anche se non ho tenuto Dimitri nel ventre. Abbiamo un corpo unico, perché Palermo e San Pietroburgo hanno affinità, e siamo animali istintivi che si annusano, pieni di ingenuità, naturalezza».

E ci sono vari altri figli, gli allievi attori che Emma educa nella sua Scuola dello Stabile di Palermo... «Sono tre anni che conduco un tirocinio energico per aspiranti attori e attrici. Il teatro però non si può insegnare, ha a che fare con la personalità, è una cosa intima, nasce dagli incontri. Vicinissima ai giovani, sento che “rimarranno”, che è importante il loro sapere, e io divento madre di più figli, anche se al primo posto c’è mio figlio, In fondo mi sento madre, figlia, amante, sorella e nemica pure di mio marito, con cui sto da oltre dieci anni». Il suo “Macbeth” verdiano s’è trasferito ora al Teatro Regio di Torino. Al Festival di Spoleto debutterà il suo “La scortecata” da “Lo cunto de li cunti” del Basile, e il Festival di Avignone ospiterà il suo “Bestie di scena” nato allo Strehler di Milano. «Ad agosto comincio a scrivere con Giorgio Vasta ed Elena Stancanelli un film tratto dal mio “Le sorelle Macaluso”, prodotto da minimum fax media, provvisto di esterni, e di convivenza tra vivi e morti, ricordandomi un motto di mia madre, “tinto cu mori”, chi muore ha la peggio».