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"Non smettere di pensare a domani"

Giulia Lazzarini 
Giulia Lazzarini: mai tirata indietro, ho sempre pensato che tutto si potesse fare
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Sembra timida, una signora appartata, fragile, invece lei parla di caparbietà, determinazione, disciplina. «Io fragile? Si figuri, sono un ariete. Noi si va, si parte in combattimento. C’è questa voglia di guardare avanti, di fare. Io ce l‘ho avuta sempre. Credo sia passione, passione per la vita, qualcosa che non ti abbandona».
Che le piaccia o no Giulia Lazzarini è un simbolo. E non solo per l’attrice che è, brava, popolare, da quando debuttò prima al cinema, poi in tv, poi a teatro, oltre 65 anni di carriera con De Lullo, Valli, Patroni Griffi ma soprattutto con il “più grande” dei registi, Giorgio Strehler al Piccolo di Milano. È un simbolo per il suo partecipare alle cose della vita in modo positivo e concreto, rivelatore di un modo di essere. «Non ho mai detto ‘è tutto a posto, ora sto tranquilla’ nemmeno quando le cose funzionavano» racconta, al tavolo dello studio nella sua casa milanese dove tutto è in ordine, i fogli dei copioni impilati, le matite riposte accanto, gli oggetti coi ricordi. «In me – dice – c’è sempre stata una tensione interiore verso ciò che ancora poteva accadere, anzi come se qualcosa dovesse sempre accadere: una brace sempre accesa sul domani che mi ha tenuto in moto».
E a 83 anni è ancora in marcia: dopo il successo due anni fa con Nanni Moretti nel commovente Mia madre che le ha dato tanti premi, c’è stato il difficile ruolo di Emilia di Claudio Tolcachir, anch’esso premiato con le Maschere, proposto dal Teatro di Roma, e che proprio fino a oggi lei sta interpretando, prima di una tournèe, al Piccolo Teatro, la sua casa, dove tornerà in gennaio per il cameo nell’Interpretazione dei sogni, pietra miliare dell’analisi freudiana riletto nello spettacolo di Massini-Tiezzi. Senza contare i recital di Renato Sarti che continua a portare in giro e il film di Paolo Genovesi The place in uscita a novembre dove ha recitato in un cast all star italiane, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Sabrina Ferilli, Rocco Papaleo e Vinicio Marchioni.
«La mia forza è che ho sempre pensato che tutto si potesse fare: mai tirata indietro e mai appoggiata sulle spalle degli altri, né dei miei genitori quando ero ragazza, né di mio marito, il regista Carlo Battistoni poi, né ora che ho la mia età su quelle di mia figlia Costanza. L’autonomia: anche a lei ho insegnato che nella vita bisogna essere auliberi. Il che non vuol dire che con questo sia sempre riuscita a divertirmi troppo: un po’ perché sono malinconica per natura, un po’ perché mi sono sempre sentita responsabilizzata per ogni cosa, verso i miei genitori, per esempio, essendo figlia unica, verso Costanza quando il mio primo marito morì. Ma quella responsabilità è anche ciò che mi ha permesso di prendere quello che è venuto e di non strapparmi i capelli quando non veniva». E successo spesso di ingoiare rospi? «La natura mi ha fatto capire quello che era più giusto per me, per tempo. Forse una sorta di sesto senso. Quando da ragazza feci il mio primo provino in tv mi presi una porta in faccia, ma non mi persi d’animo. Nemmeno quando poco dopo per il teatro feci un provino con Visconti e uno con Strehler. Li passai tutti e due, ma avendo fatto per primo quello con Visconti dissi sì a lui. Ma lo spettacolo poi non si fece mai. Come si dice oggi? Una sfiga. Io seppi aspettare e qualche anno dopo Strehler mi richiamò».
Sono vent’anni dalla morte del grande regista, una parte fondamentale della sua vita. «Con lui ci fu complicità umana. Anche lui aveva questa tensione continua del ‘si può fare’. Ma era un perfezionista, un maestro nella capacità di introspezione e amava i suoi attori, i suoi tecnici. Era generoso. Il teatro, per lui, era vita di esseri umani. Se quella notte di Natale del ‘97 non fosse morto, avrebbe fatto cose ancora grandi perché era in una fase creativa vivissima. Cosa posso sognare ancora dopo aver lavorato con lui? Certo, mi sento appagata. Ma mi piacerebbe continuare il lavoro fino ad esaurimento delle cartucce. Non sono velleitaria, è che mi piacerebbe fare solo quello che mi dà gioia e dà gioia alle persone a cui mi rivolgo. Specie ai giovani. Avere 30 anni adesso è terribile: dover affrontare questo mondo così difficile, complicato senza costrutto, con le cose ti cambiano sotto i piedi. Ma ai giovani dico quello che ci diceva Strehler: cercate di aprire sempre gli occhi, state attenti: se non capite fa niente, capirete dopo».