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Andrew Garfield: Io viaggio sul set

Uso i film per capire chi sono
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Sì, ogni giorno può regalarci un pezzetto d’infinito». Andrew Garfield, una gamba a cavallo del bracciolo di una poltrona stilizzata del Soho Hotel di Londra, parla con la stessa febbrile convinzione che ha travolto Martin Scorsese e Mel Gibson. Il 34enne attore inglese è stato il tormentato Padre Rodriguez in Silence e l’obiettore eroe di guerra in Hacksaw Ridge, ruolo che gli è valso una candidatura all’Oscar, mentre ai Tony è stato nominato per Morte di un commesso viaggiatore. L’unica concessione al mainstream è stata la saga di Spider-man, Garfield ha indossato la calzamaglia per due film, un’esperienza che gli portato qualche sofferenza (quella amorosa del legame con la collega e co-protagonista Emma Stone) e la consapevolezza di non voler stare al centro dell’attenzione mediatica».
Non stupisce che Jonathan Cavendish, produttore inglese, lo abbia scelto per portare sullo schermo (il film è Ogni tuo respiro, in sala il 16 novembre) la storia del padre Robi, avvocato atletico e avventuroso che, paralizzato dalla poliomielite contratta in Africa, ogni respiro affidato a una macchina, riuscì a ricrearsi una vita, muovendosi con un respiratore attaccato alla carrozzella, cambiando la percezione che il mondo aveva dei disabili, fino ad allora considerati più corpi che persone.
 

'Ogni tuo respiro', Andrew Garfiled è Robin Cavendish - clip

«Alla fine di un pranzo a Los Angeles mi ha detto: sei quello giusto. La sua sicurezza mi ha dato fiducia e libertà», racconta Garfield. «Del film ho amato tutto. Mi sono goduto il viaggio profondo e gioioso: questo è un film sulla gioia, anche per questo ho voluto farlo». La gioia, spiega è «la fatica che serve per raggiungerla, facendo un lavoro difficile su te stesso. Quella di riuscire a fronteggiare la morte e scegliere la vita. Quella di goderti ogni giorno che sei su questa terra. Un bel modo di essere». Lo è soprattutto in un momento storico «in cui tutti si affidano sempre più spesso a scelte facili». Ricorda: «Fin da piccolissimo ho sempre cercato di seguire me stesso, sentire il mio ritmo». Era un ragazzino «clownesco, fisico, rumoroso, estroverso, sciocco. Come un flipper, alla ricerca dell’attenzione costante degli altri su di me. Quando ha saputo che volevo fare l’attore mia nonna mi disse: “è il lavoro giusto per te, sei sempre stato un buffone». All’origine della voglia d’attenzione c’era «l’essere il fratello più piccolo. Avevo bisogno di lottare per tutto, per trovare il mio posto a tavola». I genitori erano attenti, «protettivi, ansiosi di regalarmi tante opportunità. Si sono molto sacrificati per mandarmi in buone scuole, avere una cultura che io invece non desideravo davvero». «A scuola seguivo con piacere storia, arte, letteratura, sport, non sentivo nessuna connessione verso tutto il resto. Non mi offrivano alcuna possibilità di espressione, finché non arrivò un salvifico professore». Anche in famiglia era dura, «mio padre era davvero spaventato dalla possibilità che intraprendessi una carriera così instabile dal punto di vista finanziario».

Tutto questo avveniva quando Andrew aveva sedici anni. «Una sera a teatro vidi uno spettacolo misterioso, provocatorio. Non lo capii fino in fondo ma compresi che quella dell’attore poteva essere una professione legittima e nutritiva. Le pièce, i film possono essere nutritivi come un buon cibo e una medicina. Una buona storia ben raccontata regala molto all’anima». I film, i personaggi, si trasformano in un viaggio personale, prima ancora che professionale. «Esprimere quel che sono davvero, questo cerco e continuerò a cercare per tutto il resto della vita». Garfield cerca e trova l’autenticità nel quotidiano. «Ci sono giorni in cui mi sveglio e mi sento consapevole: guardo la luce dietro la finestra, la bellezza di un albero, mi sento vicino a tutto ciò che c’è fuori. Ogni giorno ci regala piccoli momenti di eternità, se siamo capaci di riconoscerli». Ricorda con affetto anche la gavetta, cameriere da Starbucks: «Mi piaceva l’odore del caffè, trovavo romantico lavorare in una coffee house...». E il momento di una grande sofferenza, «la mia prima grande rottura amorosa, il senso di perdita infinita». Sta per tuffarsi, ma non ne vuole parlare, in uno dei suoi personaggi controcorrente. Ride, «Sì, uno di quelli che lottano per resistere all’omologazione: quando il mondo ti dice che i tuoi valori sono sbagliati e tu devi riuscire a non mollare su ciò che sei».