Se è vero che la prima impressione è quella che conta, il colpo d’occhio iniziale di Palazzo Versace a Dubai centra l’obiettivo. Costruita nel mezzo del Culture Village e affacciata sul mare del Dubai Creek, in una distesa di cantieri ancora aperti (ma conoscendo la rapidità dei costruttori locali le cose non resteranno così a lungo), la struttura d’impronta neoclassica lascia il segno, e gli interni non sono da meno: tra mosaici, lampadari di cristallo da 3 tonnellate, piscine-laguna, una Spa decorata come il fondale marino, ristoranti e bar come il Q’s Bar and Lounge, locale di jazz di Quincy Jones, l’immersione nello stile Versace è totale. Partner finanziario dell’operazione è l’Enshaa Group, nome leader del real estate a Dubai; va detto che la metropoli degli Emirati Arabi è forse al momento il luogo più adatto per simili iniziative, vista e considerata la chiara intenzione del suo governo di farla diventare, entro l’Expo del 2020, la nuova capitale del turismo di lusso. «Quale vorrei fosse la reazione dei nostri ospiti? Che non volessero più andare via», dice lapidaria Donatella Versace. «E comunque, come si potrebbe voler lasciare tutto questo?», rincara la dose guardandosi attorno. La stilista si trova in una delle due Imperial Suite dell’abergo, 1200 metri quadrati ciascuna con salone, ufficio, palestra, piscina e Jacuzzi: in effetti non ha tutti i torti.
Dopo il primo hotel della serie, inaugurato nel 2000 sulla Gold Coast australiana, e in previsione del prossimo a Macao – e forse anche un altro a Montenegro, sempre con l’Enshaa Group – è questa la rappresentazione migliore del lifestyle “alla Versace”. Un processo lungo, durato nove anni: «A parte i cambi di partner finanziari, abbiamo finito in ritardo perché volevo che questo fosse l’hotel più lussuoso di Dubai. Qui la ricchezza è tanta, ma noi eccelliamo nei materiali, nelle tecniche, nella manodopera: tutto arriva dall’Italia, il nostro lusso è concreto, non si trova altrove». Un esempio? Il tappeto trompe l’oeil di mosaico del salone centrale realizzato da Fantini, già responsabile dei decori di Villa Versace a Como e della piscina di Casa Casuarina a Miami. «La mia prima reazione entrando qui è stata pensare a Gianni: avrebbe adorato questo posto».
La struttura è imponente, con 215 tra stanze e suite, 169 appartamenti e 31 piscine (private e non), tutte arredate Versace: un ottimo momento per farlo, visto che dal 2016 la home collection è prodotta dal brand internamente e non più in licenza. «I tessuti arrivano dalle nostre collezioni passate, mentre i motivi con il pavone, il falco e il cavallo sono un omaggio ai simboli di Dubai. Il lavoro di progettazione è stato un gran divertimento». Il risultato pare funzionare, tanto coi turisti quanto coi locali: le prenotazioni della Gala Grand Ballroom, il salone delle feste, sono a quota 800. Il segreto, a parte la ricchezza dei decori, pare essere nell’entrata. «Solo da noi la sposa può arrivare in sala in auto, evitando gli estranei: sembra sia un bonus impareggiabile», spiega ridendo lei. «E chi ci avrebbe mai pensato»
Dopo il primo hotel della serie, inaugurato nel 2000 sulla Gold Coast australiana, e in previsione del prossimo a Macao – e forse anche un altro a Montenegro, sempre con l’Enshaa Group – è questa la rappresentazione migliore del lifestyle “alla Versace”. Un processo lungo, durato nove anni: «A parte i cambi di partner finanziari, abbiamo finito in ritardo perché volevo che questo fosse l’hotel più lussuoso di Dubai. Qui la ricchezza è tanta, ma noi eccelliamo nei materiali, nelle tecniche, nella manodopera: tutto arriva dall’Italia, il nostro lusso è concreto, non si trova altrove». Un esempio? Il tappeto trompe l’oeil di mosaico del salone centrale realizzato da Fantini, già responsabile dei decori di Villa Versace a Como e della piscina di Casa Casuarina a Miami. «La mia prima reazione entrando qui è stata pensare a Gianni: avrebbe adorato questo posto».
La struttura è imponente, con 215 tra stanze e suite, 169 appartamenti e 31 piscine (private e non), tutte arredate Versace: un ottimo momento per farlo, visto che dal 2016 la home collection è prodotta dal brand internamente e non più in licenza. «I tessuti arrivano dalle nostre collezioni passate, mentre i motivi con il pavone, il falco e il cavallo sono un omaggio ai simboli di Dubai. Il lavoro di progettazione è stato un gran divertimento». Il risultato pare funzionare, tanto coi turisti quanto coi locali: le prenotazioni della Gala Grand Ballroom, il salone delle feste, sono a quota 800. Il segreto, a parte la ricchezza dei decori, pare essere nell’entrata. «Solo da noi la sposa può arrivare in sala in auto, evitando gli estranei: sembra sia un bonus impareggiabile», spiega ridendo lei. «E chi ci avrebbe mai pensato»