Piaceri

Una cornice per il selfie

Il fenomeno in una mostra dal 31 marzo alla Saatchi Gallery di Londra. Da Rembrandt a Barack Obama
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Il selfie di Rembrandt? I selfie di Van Gogh come precursori diretti di quelli di Obama, Kim Kardashian o dei nostri figli? Ma dicono sul serio, lassù alla Saatchi? Che il selfie sia una forma di autoritratto è difficile da negare. Ma che ogni autoritratto, a ritroso, possa essere ribattezzato selfie è un imperdonabile errore per chi dovrebbe avere una certa pratica di lettura della cultura visuale. Escludendo la superficialità, non restano che due spiegazioni per una mostra che retrodata la moda fotocellulare del millennio alle opere dei grandi maestri: l’ironia, o la rincorsa. Il selfie non è la semplice evoluzione di un genere iconografico classico. È un modo inedito di utilizzare l’immagine nelle relazioni sociali. L’autoritratto è un dono di sé che l’artista lascia in eredità al mondo, per l’eternità. Il selfie è la condivisione orizzontale di sé con una rete di pari che istituisce una relazione immediata ed effimera annullando le distanze fisiche.

Nello specchio l’artista si guardava per registrare il proprio aspetto nella memoria a breve termine e trasferirne manualmente una copia sulla tela. Lo specchio tecnologico del display registra a comando quel che riflette e lo trasmette a cento, mille, infiniti interlocutori. L’autoritratto è presentazione. Il selfie è relazione. La differenza è abissale. Senza condivisione, senza il feedback dei like e dei commenti, il selfie non esiste, o è altra cosa. Una studiosa francese l’ha definito con ottima sintesi “un racconto di sé che affida il suo compimento alla reazione dell’altro”. Il braccio teso, quasi sempre inquadrato, comunque implicito, che regge il cellulare è un legame fisico simulato, è l’abbraccio mediatizzato di chi si mostra a chi guarda. Il selfie è un relais che avvia una conversazione, è una formula d’ingaggio, un “ciao come stai io sto bene” detto con la propria faccia. Davvero Rembrandt e Van Gogh facevano questo?

Allora, dicevamo, l’ironia: leggere gli autoritratti dei grandi pittori come fossero dei proto-selfie è lo snobismo dell’acculturato che sfotte con superiorità la moda da ragazzini trasformandola in giochino intellettuale: noi sì che conosciamo i riferimenti giusti. Preferisco pensare che non sia questo il mestiere degli intellettuali. Non resta che l’affanno. Il sistema dell’arte vede crescere, nella società di cui pensava di essere l’avanguardia del gusto, una potente novità visuale che non capisce, e allora prima la ignora, poi la deride, poi la rincorre. Ma a differenza di quanto le riuscì in passato (tutte le avanguardie annusavano l’aria del tempo e la precedevano) non l’acchiappa. Le sta dietro col fiatone. Perché il selfie, il presunto banale kitsch ridicolo vanesio narcisista selfie, non è una categoria formale dell’estetica, neppure una tecnica figurativa: è un nuovo repertorio linguistico a disposizione delle relazioni umane; e l’arte, per comprenderlo, dovrebbe finalmente ricordarsi che una volta anche lei era uno splendido strumento delle relazioni umane.