Piaceri

Il club del libro

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Anche il lettore forte accusa momenti di debolezza. “Forte”, per l’Istat, è chi legge sei o più libri nel corso di un anno. I “fortissimi” non sono registrati, ma anche per loro – di fronte alla valanga di pubblicazioni: dai 6mila titoli annui del 1926 siamo arrivati a 60mila nel 2016 – il capogiro è inevitabile. Così, se a New York non perde smalto il vecchio “Book of The Month Club”, nato proprio nel ’26 a vantaggio di lettori disorientati, anche da noi crescono a vista d’occhio i circoli della lettura, virtuali e soprattutto “fisici”. Salotti casalinghi, caffè, librerie, biblioteche in cui ci si ritrova almeno una volta al mese per non restare in apnea di fronte alla domanda: «E adesso cosa leggo?». I coordinatori più democratici aprono il dibattito di volta in volta: si seleziona insieme un titolo, ci si ritrova trenta giorni dopo per discuterne. In altri casi, l’assegnazione è d’ufficio e a scatola chiusa: libertà di dissentire, ma solo dopo avere affrontato la lettura.

Un inventario completo dei club del libro italiani non esiste: hanno senz’altro superato le 450 unità, ma il Centro per il libro e per la lettura, al momento, ne ha censiti – nord, sud, isole – 154: dall’eccentrico “Personaggi e Verdure” di Milano a “Viola Legge” di Matelica, dal “Di noi tre” di Alessandria al “Circolo Pickwick – Oltre Vigata” di Porto Empedocle, chiaro e duplice omaggio a Dickens e Camilleri. Gli scrittori sono ammessi, ma non sono indispensabili: un po’ perché «non sempre è facile averli e per qualcuno è un mezzo sacrificio incontrare i lettori», come spiega Cecilia Gabrielli, animatrice del circolo “Barbara Cosentino” a Roma; un po’ perché senza i diretti interessati si parla più liberamente. E la regola numero uno dei club è: discutere con assoluta sincerità, senza prudenze. Sui contemporanei così come sui classici: partecipare a un circolo è anche un modo per costringersi a rispolverare letture da banchi di scuola finite in cantina. Chi, senza alleati e senza una scadenza, avrebbe il coraggio di riprendere in mano I promessi sposi? L’esperienza solitaria della lettura si fa condivisa – e dopo una prima ubriacatura social, con l’esplosione dei blog letterari, c’è voglia di confronto faccia a faccia. La formula tradizionale della presentazione in libreria rischia l’usura e la noia: è frontale, a freddo, e lascia spazio solo per le solite domande. Il club tiene viva la conversazione e mette a nudo le emozioni, come una terapia di gruppo. Un caffè, un bicchiere di vino e anche l’infantile (ma legittimo) orgoglio di avercela fatta: ho scalato la montagna della Recherche proustiana e ve lo dimostro!

Per evitare eccessi di protagonismo, interventi fuori misura e accapigliamenti, è necessario un leader: coordinatore o, meglio, “facilitatore”. Uno che non solo ha letto il libro in questione, ma sa come rinfocolare o dirigere il dibattito, costringendo i partecipanti ad andare più a fondo. “Like” e “dislike” non bastano; e il bello – come ha spiegato al Wall Street Journal l’animatrice “professionale” di un longevo club a Seattle – è quando le persone cambiano idea nel corso della discussione. chi parte da un proclama di antipatia, spesso si ricrede. E sarà comunque grato per il viaggio fatto. Si cementano amicizie, abitudini, spirito di appartenenza. Tanto più se si legge a voce alta superando l’imbarazzo o – come nel caso di esperienze a metà fra book club e cosplay – ci si immerge fisicamente nelle atmosfere dei romanzi. Fare «un tè danzante con Jane Austen», come quelli che organizza un’associazione romana, vuol dire ritrovarsi in un parco, con abiti d’epoca e cestini da picnic, pronti a declamare in pubblico Ragione e sentimento, rispondere a quiz impervi, giocare a Badminton e dimenticare per qualche ora di essere nel 2017. Mica male.