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L'arte di perdere tempo

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Siamo ancora capaci di perdere tempo? A scanso di equivoci: le ore dedicate a social e app non valgono. Anzi: per perdere tempo davvero, bisogna – prima di tutto – disconnettersi. Passiamo online in media 4 ore e mezza al giorno; difficile stabilire in quale misura per lavoro e per svago. Fatto è che sul piano professionale “il diritto a disconnettersi” comincia a essere istituzionalizzato: il governo francese, all’inizio dell’anno, l’ha inserito fra le tutele legali dei lavoratori. Controllare la posta elettronica dopo l’orario di impiego o in vacanza non è più un obbligo. Ma riusciamo concretamente a evitarlo? Non si tratta di una generica necessità di delimitare le ore di lavoro, ma di far fruttare diversamente quelle in cui non lavoriamo. Come? Perdendo tempo.

L’autore del fortunato REST: Why You Get More Done When You Work Less, Alex Soojung-Kim Pang, consulente alla Silicon Valley, si appella all’autorità di scrittori come Dickens, Márquez o come il più titolato Darwin, per convincerci che perdere tempo è utile non solo a ricaricare le batterie, ma a renderci più produttivi quando siamo all’opera. Però a un patto: avere il coraggio di restare per qualche ora “totalmente, gloriosamente, orgogliosamente” improduttivi. La vera riflessione creativa comincia in posizione supina. Riposo, appunto! Una leggera passeggiata per svuotare la mente, un pomeriggio in poltrona guardando il vuoto, la Tv o sfogliando una rivista distrattamente. L’avverbio giusto è proprio questo – e lo chiarisce il neuropsichiatra Srini Pillay in un appassionato attacco al “mito della concentrazione” (Il potere del cazzeggio, appena pubblicato in italiano da Centauria). “Imparare ad alternare concentrazione e cazzeggio vi renderà rapidi, efficienti e produttivi nel pensare e nel risolvere i problemi”, assicura Pillay, e consiglia di rilassare il cervello con l’inattività. Scarabocchiare, vagare con la mente, essere disattenti per un po’. In una frase? “Pianificare il cazzeggio”: così come si pianificano gli impegni, va organizzato anche il tempo da perdere. “Quante volte vi è capitato di dire: non ho un attimo di tempo? Paradossalmente, un calendario del cazzeggio non è altrettanto flessibile. Se infatti i vostri piani settimanali vi permettono di riempire eventuali buchi come preferite e di spostare gli appuntamenti, un calendario del cazzeggio bloccherà del tutto alcuni periodi di tempo, che non potrete usare per fare nient’altro”.
Arrendersi al caos dei pensieri per aspettare che arrivi l’ispirazione. Staccarsi dalla routine. Interrompere, ogni tanto, l’attività che stiamo svolgendo. Lasciare la penna, allontanarsi dal computer, e liberarsi del senso di colpa. Sostiene Pillay che tagliarsi le unghie, lavorare a maglia, dormicchiare (“pisolini di novanta minuti”), fantasticare sono le strategie, le tappe obbligate per passare dalla modalità “massima concentrazione” alla liberatoria “modalità cazzeggio”.

Nell’era del multitasking rilassarsi è complicato? Bene, non è detto che serva uscire definitivamente dai social – trend sempre più marcato fra gli under 35 – ma basta già eliminare le notifiche per non sentirsi sotto assedio. Non è questione di pigrizia o apatia, ma semmai il contrario: qualcuno l’ha chiamato “ozio creativo” (il sociologo Domenico De Masi più di vent’anni fa spiegava che il dolce far niente non è sinonimo di passività). La chiave è togliere peso. Lo dice poeticamente un altro libro, a metà fra diario e graphic novel, da poco in libreria per Coconino: si chiama Born to lose e l’ha scritto e disegnato Nicoz Balboa. L’autrice si definisce mamma, fumettista, tatuatrice, blogger e giramondo, ed è arrivata alla conclusione che “lavorare meno, bloggare meno, passare meno tempo su Facebook o al telefono” serva a mettersi sulla giusta strada nell’avventura di “diventare sé stessi”. All’inizio del diario scrive “Less is more”, ma poi si accorge che sta ancora facendo troppe cose. È meglio il tempo in quantità o il tempo di qualità?, si domanda. Per trovare la risposta, c’è da perdere tempo.