Una partita da giocare con il destino
di JAIME D'ALESSANDRO
Last Day of June è la storia dell’ultimo giorno felice di una coppia alla fine di giugno. Ve la raccontiamo adesso perché siamo a giugno e perché questa vicenda, creata in Italia da uno studio che sorge sulle rive del lago di Varese, è stata appena presentata a Los Angeles nel tempio delle grandi produzioni. June, giugno, è anche il nome di lei. Quello di lui invece è Carl. I due si recano, come d’abitudine in questa stagione, nel loro luogo del cuore per una scampagnata. Tornando però un’incidente ucciderà lei e renderà lui disabile. Tempo dopo Carl, entrando nello studio di June che era pittrice e dove lui aveva deciso di non mettere più piede, scopre che attraverso i suoi dipinti può tornare indietro nel tempo a quell’ultimo giorno di giugno per tentare di cambiare il corso degli eventi.
Pensate ai primi minuti struggenti di Up, il film della Pixar del 2009, uniti ai paradossi tempo…
Pensate ai primi minuti struggenti di Up, il film della Pixar del 2009, uniti ai paradossi tempo…
Last Day of June è la storia dell’ultimo giorno felice di una coppia alla fine di giugno. Ve la raccontiamo adesso perché siamo a giugno e perché questa vicenda, creata in Italia da uno studio che sorge sulle rive del lago di Varese, è stata appena presentata a Los Angeles nel tempio delle grandi produzioni. June, giugno, è anche il nome di lei. Quello di lui invece è Carl. I due si recano, come d’abitudine in questa stagione, nel loro luogo del cuore per una scampagnata. Tornando però un’incidente ucciderà lei e renderà lui disabile. Tempo dopo Carl, entrando nello studio di June che era pittrice e dove lui aveva deciso di non mettere più piede, scopre che attraverso i suoi dipinti può tornare indietro nel tempo a quell’ultimo giorno di giugno per tentare di cambiare il corso degli eventi.
Pensate ai primi minuti struggenti di Up, il film della Pixar del 2009, uniti ai paradossi temporali di Ricomincio da capo del 1993, con Bill Murray, o Source Code girato sei anni fa da Duncan Jones, il figlio di David Bowie. Con un tocco alla Tim Burton, attraverso le animazioni di Jess Cope, una delle menti creative di Frankenweenie (2012) e ora di Last Day of June.
«Una partita a scacchi con il destino», spiega Massimo Guarini, autore del gioco con la sua Ovosonico, fra le poche case di livello internazionale qui da noi. Già, questo infatti è un videogame che uscirà dopo l’estate per PlayStation 4 e pc pubblicato dall’editore anglo italiano 505. Ma somiglia più ad un lungometraggio d’animazione nel quale si può intervenire e cambiare gli eventi volta per volta in maniera differente. «Non ci sono dialoghi», racconta Guarini. »E il giocatore è capace di compiere scelte che daranno uno spessore diverso ai personaggi. Anzi, ad ogni scelta finirà per conoscerli meglio». Nulla di paragonabile alle grandi produzioni per console che ormai rivaleggiano per costi (e assenza di idee) con Hollywood, ma distanti anche dai progetti fatti in casa. Vengono in mente i ricordi sbiaditi di Unravel, il mondo cupo ma pieno di meraviglia di Inside, l’infanzia difficile del protagonista di Papo & Yo, i paesaggi dell’inconscio di Bound, i diorami minuti di Lumino City premiato ai Bafta, tanto per citare alcuni dei migliori “super indie” degli ultimi anni Il progetto, presentato questa settimana sul palcoscenico Electronic Entertainment Expo di Los Angeles, è nato guardando il video del brano Drive Home di Steven Wilson, cantante e chitarrista del gruppo inglese dei Porcupine Tree, che ha lavorato fra gli altri con i King Crimson, gli Xtc, gli Yes. La colonna sonora del gioco è formata dalle sue canzoni. Quando Guarini ha bussato alla sua porta, la razione di Wilson è stata netta: «Guarda – gli disse – a me i videogame fanno schifo». Ma Guarini, 41 anni, con un lungo passato come game designer in multinazionali di prima grandezza fra Canada e Giappone, non si è scomposto. «Anche a me fanno schifo. Ma questo non è un gioco come gli altri», ha risposto. E Wilson ha accettato di lavorare con lui.
Pensate ai primi minuti struggenti di Up, il film della Pixar del 2009, uniti ai paradossi temporali di Ricomincio da capo del 1993, con Bill Murray, o Source Code girato sei anni fa da Duncan Jones, il figlio di David Bowie. Con un tocco alla Tim Burton, attraverso le animazioni di Jess Cope, una delle menti creative di Frankenweenie (2012) e ora di Last Day of June.
«Una partita a scacchi con il destino», spiega Massimo Guarini, autore del gioco con la sua Ovosonico, fra le poche case di livello internazionale qui da noi. Già, questo infatti è un videogame che uscirà dopo l’estate per PlayStation 4 e pc pubblicato dall’editore anglo italiano 505. Ma somiglia più ad un lungometraggio d’animazione nel quale si può intervenire e cambiare gli eventi volta per volta in maniera differente. «Non ci sono dialoghi», racconta Guarini. »E il giocatore è capace di compiere scelte che daranno uno spessore diverso ai personaggi. Anzi, ad ogni scelta finirà per conoscerli meglio». Nulla di paragonabile alle grandi produzioni per console che ormai rivaleggiano per costi (e assenza di idee) con Hollywood, ma distanti anche dai progetti fatti in casa. Vengono in mente i ricordi sbiaditi di Unravel, il mondo cupo ma pieno di meraviglia di Inside, l’infanzia difficile del protagonista di Papo & Yo, i paesaggi dell’inconscio di Bound, i diorami minuti di Lumino City premiato ai Bafta, tanto per citare alcuni dei migliori “super indie” degli ultimi anni Il progetto, presentato questa settimana sul palcoscenico Electronic Entertainment Expo di Los Angeles, è nato guardando il video del brano Drive Home di Steven Wilson, cantante e chitarrista del gruppo inglese dei Porcupine Tree, che ha lavorato fra gli altri con i King Crimson, gli Xtc, gli Yes. La colonna sonora del gioco è formata dalle sue canzoni. Quando Guarini ha bussato alla sua porta, la razione di Wilson è stata netta: «Guarda – gli disse – a me i videogame fanno schifo». Ma Guarini, 41 anni, con un lungo passato come game designer in multinazionali di prima grandezza fra Canada e Giappone, non si è scomposto. «Anche a me fanno schifo. Ma questo non è un gioco come gli altri», ha risposto. E Wilson ha accettato di lavorare con lui.