Il Giappone dei mostri. Michele Mari: "Godzilla una risorsa nazionale"
Michele Mari , di MICHELE MARIPer l’Occidente è l’avversario da temere perché viene a vendicare le sue colpe. Ma come mai per la cultura giapponese, invece, è una figura familiare?
Inizialmente concepito come l’incrocio fra una balena (kujira) e un gorilla (gorira), il mostro giapponese Gojira, protagonista di una trentina di film a partire dal 1954, venne quasi subito americanizzato in Godzilla, nome che oltre al suffisso del gorilla contiene la parola God: lungi dallo scandalizzarsi, i giapponesi raccolsero il suggerimento conferendo alla creatura una sacralità sempre più ingombrante. Se in origine questo dinosauro fantastico era un’aberrazione biologica risvegliata dagli esperimenti nucleari americani, ben presto si arricchì di una personalità più complessa capace di intenzioni e di calcoli, incominciò ad allearsi di tanto in tanto con gli umani contro nemici comuni, si riprodusse (come la creatura di Frankenstein vanta una compagna e un figlio), si concesse la civetteria di cambiare aspetto e dimensioni da un film all’altro (crescendo fino ad oltre trecento metri), e soprattutto, come una divinit&ag…
Inizialmente concepito come l’incrocio fra una balena (kujira) e un gorilla (gorira), il mostro giapponese Gojira, protagonista di una trentina di film a partire dal 1954, venne quasi subito americanizzato in Godzilla, nome che oltre al suffisso del gorilla contiene la parola God: lungi dallo scandalizzarsi, i giapponesi raccolsero il suggerimento conferendo alla creatura una sacralità sempre più ingombrante. Se in origine questo dinosauro fantastico era un’aberrazione biologica risvegliata dagli esperimenti nucleari americani, ben presto si arricchì di una personalità più complessa capace di intenzioni e di calcoli, incominciò ad allearsi di tanto in tanto con gli umani contro nemici comuni, si riprodusse (come la creatura di Frankenstein vanta una compagna e un figlio), si concesse la civetteria di cambiare aspetto e dimensioni da un film all’altro (crescendo fino ad oltre trecento metri), e soprattutto, come una divinità shintoista, fece della propria collera uno strumento di giustizia cosmica. Lungo questa evoluzione si è giocata anche una guerra, o meglio si è giocato alla guerra: prodotto da esplosioni atomiche, il primo Godzilla immaginato dai giapponesi era il nemico americano, era l’incubo di Hiroshima e Nagasaki, era l’olocausto; ma quando, scorrazzando per gli oceani, incominciò a distruggere anche Los Angeles o New York, divenne in tutto e per tutto un giapponese, emerso dagli abissi per vendicare le vittime dell’atomo. Così, paradossalmente, fu la cattiva coscienza occidentale a cercare di esorcizzare il mostro umanizzandolo e rendendolo “simpatico”, con un’operazione di cui i giapponesi, molto più affascinati dai mostri e più avvezzi a familiarizzare con loro, non avevano bisogno.
A ben vedere, anzi, quasi tutti i mostri americani sono di importazione, anche quando sono stati concepiti negli Stati Uniti: arrivano da altri pianeti (gli Ultracorpi, Blob, la Cosa, Alien, Predator, e naturalmente tutte le entità di Lovecraft), dagli abissi (lo Squalo), da isole sperdute (King Kong), dai Caraibi (gli zombie), dall’Africa, dall’Oriente, dai ghiacci artici. Yankee a tutti gli effetti sono solo alcuni esseri umani devastati da tare genetiche e da traumi infantili: Jason, Freddy Kruger, Leatherface, gli abitanti incestuosi delle colline e delle paludi, “mostri” nella violenza e nella bruttezza ma non in essenza, appartenendo a quell’umanissima parte dell’umanità che sono gli psicopatici. In Giappone, al contrario, i mostri sono una risorsa nazionale: appartengono al paesaggio, sono ovunque, sono antichi e moderni, sono radicati nell’etimologia, negli scongiuri, nelle paure; alcuni sono invisibili, altri si fanno vedere a capriccio, altri sono sempre fra noi e ci ingannano con la loro normalità; non è raro che siano semplici oggetti d’uso quotidiano. La loro dimensione è quella della magia, quindi implicano fortuna e sfortuna, maledizioni, scaramanzie, esorcismi, ossessioni. E soprattutto sono tantissimi: chi ne dubiti, consulti l’Enciclopedia dei Mostri Giapponesi di Shigeru Mizuki, tradotta in Italia per le edizioni Kappalab (2013).
Se in Occidente il mostro è letteralmente osceno (ciò che nel teatro antico doveva rimanere fuori “dalla scena”), in Giappone il grado di intelligenza di una persona si misura con la sua capacità di riconoscere i mostri e di interagire con loro (Kurosawa e Miyazaki docent); si tratti di un bambino o di uno studioso, questo tipo di giapponese vuole entrare in familiarità con i mostri, quindi in un certo senso diventare uno di loro.
E in effetti anche Godzilla è stato un uomo, quando, dalla sua nascita fino a metà degli anni Settanta, la mancanza di adeguati effetti speciali costrinse produttori e registi a utilizzare plastici di città e modellini di grattacieli perché un attore travestito da Godzilla, distruggendoli, sembrasse enorme: le cronache riferiscono di molti attori svenuti per il caldo e per l’asfissia all’interno di quel pesante costume di gomma verniciata, dove ancora una volta si riconosce la legge del contrappasso: Godzilla può respirare sott’acqua o fra le fiamme, ma l’uomo non può respirare dentro Godzilla.
Infine, un contributo alla teoria della simpatia di Godzilla. Godzilla ci piace perché è solo, come King Kong, o il primo Squalo, il primo Alien, il primo Predator; se soltanto agisse in gruppo, come gli zombie, sconterebbe quello che nessun mostro che si rispetti può permettersi: il conformismo.
L'autore. Nato nel 1955, insegna Letteratura italiana alla Statale di Milano. Scrittore, poeta, traduttore e saggista, ha esordito nel 1989 con Di bestia in bestia. Tra i suoi romanzi, oggi tutti editi da Einaudi, ricordiamo La stiva e l’abisso (1992), Rosso Floyd (2010), Fantasmagonia (2012), Roderick Duddle (2014) e l’ultimo titolo, Leggenda privata, pubblicato nel 2017.
A ben vedere, anzi, quasi tutti i mostri americani sono di importazione, anche quando sono stati concepiti negli Stati Uniti: arrivano da altri pianeti (gli Ultracorpi, Blob, la Cosa, Alien, Predator, e naturalmente tutte le entità di Lovecraft), dagli abissi (lo Squalo), da isole sperdute (King Kong), dai Caraibi (gli zombie), dall’Africa, dall’Oriente, dai ghiacci artici. Yankee a tutti gli effetti sono solo alcuni esseri umani devastati da tare genetiche e da traumi infantili: Jason, Freddy Kruger, Leatherface, gli abitanti incestuosi delle colline e delle paludi, “mostri” nella violenza e nella bruttezza ma non in essenza, appartenendo a quell’umanissima parte dell’umanità che sono gli psicopatici. In Giappone, al contrario, i mostri sono una risorsa nazionale: appartengono al paesaggio, sono ovunque, sono antichi e moderni, sono radicati nell’etimologia, negli scongiuri, nelle paure; alcuni sono invisibili, altri si fanno vedere a capriccio, altri sono sempre fra noi e ci ingannano con la loro normalità; non è raro che siano semplici oggetti d’uso quotidiano. La loro dimensione è quella della magia, quindi implicano fortuna e sfortuna, maledizioni, scaramanzie, esorcismi, ossessioni. E soprattutto sono tantissimi: chi ne dubiti, consulti l’Enciclopedia dei Mostri Giapponesi di Shigeru Mizuki, tradotta in Italia per le edizioni Kappalab (2013).
Se in Occidente il mostro è letteralmente osceno (ciò che nel teatro antico doveva rimanere fuori “dalla scena”), in Giappone il grado di intelligenza di una persona si misura con la sua capacità di riconoscere i mostri e di interagire con loro (Kurosawa e Miyazaki docent); si tratti di un bambino o di uno studioso, questo tipo di giapponese vuole entrare in familiarità con i mostri, quindi in un certo senso diventare uno di loro.
E in effetti anche Godzilla è stato un uomo, quando, dalla sua nascita fino a metà degli anni Settanta, la mancanza di adeguati effetti speciali costrinse produttori e registi a utilizzare plastici di città e modellini di grattacieli perché un attore travestito da Godzilla, distruggendoli, sembrasse enorme: le cronache riferiscono di molti attori svenuti per il caldo e per l’asfissia all’interno di quel pesante costume di gomma verniciata, dove ancora una volta si riconosce la legge del contrappasso: Godzilla può respirare sott’acqua o fra le fiamme, ma l’uomo non può respirare dentro Godzilla.
Infine, un contributo alla teoria della simpatia di Godzilla. Godzilla ci piace perché è solo, come King Kong, o il primo Squalo, il primo Alien, il primo Predator; se soltanto agisse in gruppo, come gli zombie, sconterebbe quello che nessun mostro che si rispetti può permettersi: il conformismo.
L'autore. Nato nel 1955, insegna Letteratura italiana alla Statale di Milano. Scrittore, poeta, traduttore e saggista, ha esordito nel 1989 con Di bestia in bestia. Tra i suoi romanzi, oggi tutti editi da Einaudi, ricordiamo La stiva e l’abisso (1992), Rosso Floyd (2010), Fantasmagonia (2012), Roderick Duddle (2014) e l’ultimo titolo, Leggenda privata, pubblicato nel 2017.