È tutta tua la città dei sassi
Mariapia Veladiano , di MARIAPIA VELADIANOIl racconto della scrittrice vicentina per Robinson: la giovinezza in una camminata sulla mitica montagna della Val Gardena
Il fatto che un luogo di tutti diventi un luogo nostro, della nostra vita, ha sempre a che fare con il corpo. È un luogo in cui siamo stati fisicamente, partiti per volontà o passati per caso, e lì qualcosa ha toccato il corpo e gli ha dato un sussulto nuovo, una nuova consapevolezza, e lasciato un segno o una ferita benedetta, una traccia che resta e di cui si è grati.
Il luogo è il Sassolungo, la cima più alta del gruppo del Sassolungo, in Val Gardena. Lo si vede da qualsiasi punto, veglia qualsiasi casa, prato, bosco, strada della Val Gardena. Avere diciott'anni anni pieni di distratta e arruffata energia. Arrivare a Villa Capriolo, a Santa Cristina di Selva di Val Gardena, per un corso estivo dei gesuiti, arrivare per caso e anche, all'epoca, per non stare a casa l'estate della maturità, per dare una randellata di autonomia al traboccante protettivo affetto di una famiglia contadina degli anni Settanta.
E siccome era r…
Il luogo è il Sassolungo, la cima più alta del gruppo del Sassolungo, in Val Gardena. Lo si vede da qualsiasi punto, veglia qualsiasi casa, prato, bosco, strada della Val Gardena. Avere diciott'anni anni pieni di distratta e arruffata energia. Arrivare a Villa Capriolo, a Santa Cristina di Selva di Val Gardena, per un corso estivo dei gesuiti, arrivare per caso e anche, all'epoca, per non stare a casa l'estate della maturità, per dare una randellata di autonomia al traboccante protettivo affetto di una famiglia contadina degli anni Settanta.
E siccome era r…
Il fatto che un luogo di tutti diventi un luogo nostro, della nostra vita, ha sempre a che fare con il corpo. È un luogo in cui siamo stati fisicamente, partiti per volontà o passati per caso, e lì qualcosa ha toccato il corpo e gli ha dato un sussulto nuovo, una nuova consapevolezza, e lasciato un segno o una ferita benedetta, una traccia che resta e di cui si è grati.
Il luogo è il Sassolungo, la cima più alta del gruppo del Sassolungo, in Val Gardena. Lo si vede da qualsiasi punto, veglia qualsiasi casa, prato, bosco, strada della Val Gardena. Avere diciott'anni anni pieni di distratta e arruffata energia. Arrivare a Villa Capriolo, a Santa Cristina di Selva di Val Gardena, per un corso estivo dei gesuiti, arrivare per caso e anche, all'epoca, per non stare a casa l'estate della maturità, per dare una randellata di autonomia al traboccante protettivo affetto di una famiglia contadina degli anni Settanta.
E siccome era raccomandato di partire leggeri e disponibili all'incontro con gli altri, arrivare invece carica di libri da leggere, perché sono qui certo, e magari anche di mia volontà, ma non mi avrete davvero, maledizione. Nessuno mi avrà.
A Santa Cristina c'era sempre troppa luce di giorno. Il cielo trasparente. Anche l'ombra era chiara. Dove si nasconde la rabbia di non saper ancora nulla di sé? Ma anche troppo buio di notte, perché le stelle che si moltiplicavano erano una sfida quieta a quella ostentazione di infelicità che gli adolescenti infliggono al prossimo. Difficile non essere almeno un po' felici con tanta bellezza intorno. Ogni giorno, cento volte al giorno, tutti guardavano il Sassolungo. È incappucciato, oppure no, ha nubi basse, o solo sulla cima. Lo guardavano per capire il tempo, in realtà perché è bellissimo.
Poi è arrivato il giro del Sassolungo. Una passeggiata senza impegno, hanno detto i gesuiti. Il punto di partenza, allora e per i successivi quarant'anni, è il Passo Sella. Da lì il Sassolungo è grande come l'abbraccio di un angelo dei Vangeli. Alla forcella dove si trova il Rifugio Demetz si sale a piedi e non in cabinovia, anche se la parete è poco affascinante e tutta roccia e sassi. Ed è al sole. Ma si cammina sotto la cima sicura del Sassolungo, la promessa di ombra e freddo viene subito al di là della forcella del Demetz, una discesa ripidissima che anche in piena estate sorprende con belle zone candide di neve, e si arriva al Rifugio Vicenza senza fatica.
Intorno c'è un'erba che in qualsiasi stagione sembra nuova. Piove tutti i giorni un po' sul Sassolungo. Ogni giorno è come il primo giorno della creazione. Non si può essere arrabbiati quando si cammina. La rabbia toglie il respiro e invece ci serve tutto il respiro per mettere il piede sul posto giusto, fra un sasso aspro e la ghiaia che fa scivolare. Intanto si cammina avvolti da sé stessi e dal mondo che non abbiamo ancora saputo vedere. Età distratta allora, vita distratta ora.
Dal Rifugio Vicenza si gira intorno al Sassolungo prendendo un sentiero che disegna i prati e poi si arriva alla forcella Ciaulong fino alla Città dei sassi, lunare paesaggio, una installazione del tempo. L'anello riporta al Passo Sella, quasi in piano ormai. Abbiamo attraversato pascoli, incontrato picchi, incrociato un laghetto, tagliato un cono detritico, disceso forcelle. Abbiamo attraversato testimonianze del mare tropicale che un tempo, duecento milioni di anni fa, copriva questo luogo, abbiamo camminato sulla storia del mondo. Tutto il movimento di terre e terremoti e venti che si sono trasformati in bellezza ha attraversato il corpo, finalmente solo corpo che sente il vento ed è attento al suolo e vede l'erba. Si è soli, come se il Sassolungo fosse lì per noi e per nessun altro. Come Dio? Per ciascuno assoluto presente.
Io sono qui. Io sono qui. Non può succedere nulla di male all'ombra del Sassolungo, come quando si va per mano a chi si ama e le paure fanno meno paura e anche il morire può sembrare solo un passo dolomitico un poco più arduo e dopo, di sicuro, c'è il regalo di un nuovo più ampio vedere. Si può stare all'ombra del Sassolungo tutto il resto dei giorni e sussultare nel corpo ogni volta che il nome ci arriva dai giornali e dai ricordi.
Si può scrivere. Si può vivere.
Filosofa e teologa, Mariapia Veladiano, vicentina, classe 1960, ha vinto il premio Calvino esordienti con il suo primo romanzo, intitolato La vita accanto (Einaudi, 2011). Tra gli altri suoi libri Una storia quasi perfetta (Guanda, 2016) e Lei (Guanda, 2017), un ritratto "umano" di Maria di Nazareth, fra prosa e poesia
Il luogo è il Sassolungo, la cima più alta del gruppo del Sassolungo, in Val Gardena. Lo si vede da qualsiasi punto, veglia qualsiasi casa, prato, bosco, strada della Val Gardena. Avere diciott'anni anni pieni di distratta e arruffata energia. Arrivare a Villa Capriolo, a Santa Cristina di Selva di Val Gardena, per un corso estivo dei gesuiti, arrivare per caso e anche, all'epoca, per non stare a casa l'estate della maturità, per dare una randellata di autonomia al traboccante protettivo affetto di una famiglia contadina degli anni Settanta.
E siccome era raccomandato di partire leggeri e disponibili all'incontro con gli altri, arrivare invece carica di libri da leggere, perché sono qui certo, e magari anche di mia volontà, ma non mi avrete davvero, maledizione. Nessuno mi avrà.
A Santa Cristina c'era sempre troppa luce di giorno. Il cielo trasparente. Anche l'ombra era chiara. Dove si nasconde la rabbia di non saper ancora nulla di sé? Ma anche troppo buio di notte, perché le stelle che si moltiplicavano erano una sfida quieta a quella ostentazione di infelicità che gli adolescenti infliggono al prossimo. Difficile non essere almeno un po' felici con tanta bellezza intorno. Ogni giorno, cento volte al giorno, tutti guardavano il Sassolungo. È incappucciato, oppure no, ha nubi basse, o solo sulla cima. Lo guardavano per capire il tempo, in realtà perché è bellissimo.
Poi è arrivato il giro del Sassolungo. Una passeggiata senza impegno, hanno detto i gesuiti. Il punto di partenza, allora e per i successivi quarant'anni, è il Passo Sella. Da lì il Sassolungo è grande come l'abbraccio di un angelo dei Vangeli. Alla forcella dove si trova il Rifugio Demetz si sale a piedi e non in cabinovia, anche se la parete è poco affascinante e tutta roccia e sassi. Ed è al sole. Ma si cammina sotto la cima sicura del Sassolungo, la promessa di ombra e freddo viene subito al di là della forcella del Demetz, una discesa ripidissima che anche in piena estate sorprende con belle zone candide di neve, e si arriva al Rifugio Vicenza senza fatica.
Intorno c'è un'erba che in qualsiasi stagione sembra nuova. Piove tutti i giorni un po' sul Sassolungo. Ogni giorno è come il primo giorno della creazione. Non si può essere arrabbiati quando si cammina. La rabbia toglie il respiro e invece ci serve tutto il respiro per mettere il piede sul posto giusto, fra un sasso aspro e la ghiaia che fa scivolare. Intanto si cammina avvolti da sé stessi e dal mondo che non abbiamo ancora saputo vedere. Età distratta allora, vita distratta ora.
Dal Rifugio Vicenza si gira intorno al Sassolungo prendendo un sentiero che disegna i prati e poi si arriva alla forcella Ciaulong fino alla Città dei sassi, lunare paesaggio, una installazione del tempo. L'anello riporta al Passo Sella, quasi in piano ormai. Abbiamo attraversato pascoli, incontrato picchi, incrociato un laghetto, tagliato un cono detritico, disceso forcelle. Abbiamo attraversato testimonianze del mare tropicale che un tempo, duecento milioni di anni fa, copriva questo luogo, abbiamo camminato sulla storia del mondo. Tutto il movimento di terre e terremoti e venti che si sono trasformati in bellezza ha attraversato il corpo, finalmente solo corpo che sente il vento ed è attento al suolo e vede l'erba. Si è soli, come se il Sassolungo fosse lì per noi e per nessun altro. Come Dio? Per ciascuno assoluto presente.
Io sono qui. Io sono qui. Non può succedere nulla di male all'ombra del Sassolungo, come quando si va per mano a chi si ama e le paure fanno meno paura e anche il morire può sembrare solo un passo dolomitico un poco più arduo e dopo, di sicuro, c'è il regalo di un nuovo più ampio vedere. Si può stare all'ombra del Sassolungo tutto il resto dei giorni e sussultare nel corpo ogni volta che il nome ci arriva dai giornali e dai ricordi.
Si può scrivere. Si può vivere.