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C'era una volta un'Isola a Milano

La vincitrice del premio Strega racconta come la nuova veste urbana della città ha ricostruito un centro prima spezzato
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L’Isola che non c’è più si presenta congelata nella visione di fronte l’appartamento ceduto all’amico Sparzani, professore universitario emerito di fisica, dal poeta Andrea Inglese, ormai padre di famiglia nei pressi di Parigi. Un bilocale striminzito in una delle poche case di ringhiera rimaste come una volta, senza ascensore, con i passeggini ai piedi delle scale e le bici in cortile, una casa ancora abitata dall’umanità precedente al boom del quartiere. Vecchiette che si lamentano della salsamerengue a palla dai vicini, odori di cibo che esalano le ondate di immigrazione a Milano. Il “Bosco Verticale” si trova subito a destra, ma per vederlo tocca sporgersi dal terrazzino. Sarebbe la parte più amena dell’appartamento, se a tagliare la panoramica sulla Torre Unicredit non si ergesse l’ecomostro, testimone in cemento della parabola finita male di Salvatore Ligresti.
Eppure l’Isola che non è…
L’Isola che non c’è più si presenta congelata nella visione di fronte l’appartamento ceduto all’amico Sparzani, professore universitario emerito di fisica, dal poeta Andrea Inglese, ormai padre di famiglia nei pressi di Parigi. Un bilocale striminzito in una delle poche case di ringhiera rimaste come una volta, senza ascensore, con i passeggini ai piedi delle scale e le bici in cortile, una casa ancora abitata dall’umanità precedente al boom del quartiere. Vecchiette che si lamentano della salsamerengue a palla dai vicini, odori di cibo che esalano le ondate di immigrazione a Milano. Il “Bosco Verticale” si trova subito a destra, ma per vederlo tocca sporgersi dal terrazzino. Sarebbe la parte più amena dell’appartamento, se a tagliare la panoramica sulla Torre Unicredit non si ergesse l’ecomostro, testimone in cemento della parabola finita male di Salvatore Ligresti.
Eppure l’Isola che non è più isolata dai binari e dunque non è più “isola”, la amo ancora oggi. Trovo bella la “Casa della Memoria” costruita dove c’era la famigerata “Stecca” e ancora più che lì davanti abbiano creato un parco giochi, mentre a pochi passi gli abitanti del quartiere sono riusciti a trasformare un terreno pubblico abbandonato nel giardino e orto condiviso Isola Pepe Verde.

Trovo bello che dalla piazza Gae Aulenti, i cui orpelli d’ottone forse omaggiano i gusti dei finanziatori qatarioti, le famiglie passeggino lungo il sentiero declinante verso il Bosco Verticale e chi corre lo fa perché si dedica alla corsa. 

La cosa più bella di questo nuovo cuore di Milano non sta nell’architettura dei singoli grattacieli e neanche nell’infilata spettacolare che disegnano lungo l’area delle Ex-Varesine. La cosa più bella è l’intervento urbanistico che ha legato parti separate della città, creando un tessuto ricco di contrasti e anche di conflitti, ma vivo in una misura che non si sarebbe potuto immaginare. 

Dall’Isola supercool o popolar-alternativa si prende la passerella che termina quasi sul retro del Principe di Savoia, gloria d’altri tempi. Pur mastodontici, gli alberghi a cinque stelle se ne stanno discretamente arretrati nello slargo di piazza della Repubblica per lasciar correre la prospettiva fino alla Stazione Centrale. Se non è quella la meta verso cui trainare un trolley sotto i portici di via Vittor Pisani che di notte offrono riparo ai senzatetto, si prosegue all’ombra delle vie in cui sopravvivono i primi ristoranti africani, sbucando su corso Buenos Aires, altra arteria connettiva di mondi antitetici: la multietnica via Padova e corso Venezia con la sua inaccessibile eleganza. Oppure, tornando a piazza Gae Aulenti, si può scendere verso il corso Como modaiolo per girare in via Pasubio e, costeggiando la nuova sede di Feltrinelli, raggiungere i Bastioni di Porta Volta dove resiste il “Circolo Reduci e Combattenti” con tanto di bandiere e biliardo, cotolette fritte nel burro e spritz competitivi da degustare nel cortiletto coperto di glicine. Vicinissimo è un altro giardino comunitario, quello dedicato alla memoria di una giovane donna rapita e uccisa a Milano dai picciotti del compagno ’ndranghetista contro cui Lea Garofalo aveva deciso di farsi testimone di giustizia. Infine basta attraversare piazza Baiamonti per immergersi in Chinatown: trattorie cinesi, farmacie cinesi, rivendite di tofu fresco, carrelli che caricano e scaricano senza posa la merce variopinta venduta nei mercati e negozietti di tutt’Italia. 

Con le nuove passerelle, Milano si è riaperta anche per chi arriva in treno a Porta Garibaldi, come ormai faccio da decenni. Solo che adesso, se il tempo mi avanza, attraverso il piazzale della stazione per andare all’Esselunga, supermercato che riunisce la varietà di chi vive nelle vicinanze o convoglia sulla sovrastante piazza Gae Aulenti. Turisti e funzionari Unicredit, cinesi di via Paolo Sarpi, sciure e domestiche filippine intente a rifornire le cucine firmate affacciate sullo skyline dell’Isola-Porta Nuova, e qualche pendolare. Ma non sono molti coloro che contano i minuti in fila alla cassa per poter correre al treno con le borse pesanti e calare la spesa milanese in una stazione di provincia. “La prossima volta solo l’indispensabile”, mi dico ogni volta e ogni volta ci ricasco.

Nata a Monaco di Baviera nel 1964, Helena Janeczek vive da trent'anni in Italia. Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (Guanda), ha vinto il premio Strega 2018