L'albero cui tendevi in quel di Arsita
Donatella Di Pietrantonio , di DONATELLA DI PIETRANTONIOQuelle fragole sul limitare del fosso e il faggio ispiratore della prima prova di penna: la scrittrice Donatella Di Pietrantonio racconta la sua infanzia ad Arsite all'ombra del Monte Camicia
Da bambina scrivevo in un non luogo, sotto un albero. Quel faggio c’è ancora sul bordo del fosso di Ruscichitte. Abitavo lì vicino, più o meno a duecento metri. Ruscichitte era anche il soprannome della contrada, della mia famiglia e delle altre del borgo imparentate con noi, persino dei nostri animali. La vacca di Ruscichitte fu quella che precipitò in un dirupo, spaventata da un fulmine caduto troppo vicino.
Eravamo nella zona più remota del comune di Arsita, sul versante teramano dell’Appennino abruzzese, a valle del Monte Camicia. Di turisti non se n’è mai vista l’ombra, da quelle parti. Oltre il fosso si stendevano alcuni campi coltivabili alternati ai pascoli, fioriti nella bella stagione. E poi il bosco di faggi fratelli del mio e la catena montuosa, non troppo alta, come tozzi di pane lasciati cadere da un dio distratto, una quinta di roccia il cui profilo, guardato da lontano, era ed è quello del Gigant…
Eravamo nella zona più remota del comune di Arsita, sul versante teramano dell’Appennino abruzzese, a valle del Monte Camicia. Di turisti non se n’è mai vista l’ombra, da quelle parti. Oltre il fosso si stendevano alcuni campi coltivabili alternati ai pascoli, fioriti nella bella stagione. E poi il bosco di faggi fratelli del mio e la catena montuosa, non troppo alta, come tozzi di pane lasciati cadere da un dio distratto, una quinta di roccia il cui profilo, guardato da lontano, era ed è quello del Gigant…
Da bambina scrivevo in un non luogo, sotto un albero. Quel faggio c’è ancora sul bordo del fosso di Ruscichitte. Abitavo lì vicino, più o meno a duecento metri. Ruscichitte era anche il soprannome della contrada, della mia famiglia e delle altre del borgo imparentate con noi, persino dei nostri animali. La vacca di Ruscichitte fu quella che precipitò in un dirupo, spaventata da un fulmine caduto troppo vicino.
Eravamo nella zona più remota del comune di Arsita, sul versante teramano dell’Appennino abruzzese, a valle del Monte Camicia. Di turisti non se n’è mai vista l’ombra, da quelle parti. Oltre il fosso si stendevano alcuni campi coltivabili alternati ai pascoli, fioriti nella bella stagione. E poi il bosco di faggi fratelli del mio e la catena montuosa, non troppo alta, come tozzi di pane lasciati cadere da un dio distratto, una quinta di roccia il cui profilo, guardato da lontano, era ed è quello del Gigante che dorme o Bella Addormentata, dai lunghi capelli di pietra.
Il faggio puntava verso il cielo, svettando sugli altri più stentati. Era un posto ombroso, il fosso, e quell’albero aveva vinto la gara a chi si allungava di più verso i raggi del sole. La prima volta scappai lì dopo un rimprovero dei miei, ce le avevo anche prese a dirla tutta. All’ora di portare le pecore al pascolo mi ero nascosta nel fienile, solo che più tardi mi avevano trovata e punita.
Era l’inizio dell’estate, arrivai tutta accaldata e mi accolse il fresco, il suono dell’acqua che scorreva sul fondo, la trasparenza controluce delle foglie ancora tenere. Dai rami, aperti come braccia possenti, il chiasso degli uccelli, invisibili, affaccendati tra uova, nidi, piccoli da imboccare. Guardavo in su, e quasi inciampai nelle fragole. A terra era pieno di fragoline di bosco, mature, profumate, un sapore mai lontanamente ritrovato nei fruttoni che oggi compro nei negozi, presa dalla nostalgia. Ne ho mangiate tante quella volta, staccandole una per una dalle pianticelle e schiacciandole tra lingua e palato per sprigionare tutta la bontà. Infine ho raccolto una grossa foglia a imbuto, di quelle che crescono nelle zone umide e chiamavamo chicoccioni. L’ho riempita, l’avrei portata a casa per la merenda.
Ma quel giorno non volevo tornare, ancora, volevo che prima i miei si preoccupassero non vedendomi più intorno. Ho osservato più attentamente il faggio, la superficie regolare della corteccia sui toni del grigio, il filo dell’edera che si allungava sul tronco, fino a una certa altezza. Ecco, l’edera. Attaccata così forte all’altra pianta che quando ho provato a tirarla via si è opposta con quelle sue radicette in fila come zampe di un millepiedi. Ho sentito la resistenza di un essere vivo che si contraeva con tutto se stesso a difesa della posizione aderente che aveva conquistato nel mondo.
Mi sono vergognata per quello che avevo tentato di fargli. L’albero, d’altronde, non sembrava soffrire per nulla la presenza di quell’ospite non invitato, stava lì bello e vigoroso. La relazione così stretta tra quei due mi intrigava, andai a casa di soppiatto e presi quaderno e penna. Non se ne accorse nessuno, a quell’ora erano tutti alla stalla a governare le mucche, non molto preoccupati della mia scomparsa, si vede. Lasciai sul tavolo della cucina il chicoccione pieno di fragole, come misterioso segnale del mio passaggio, e me ne tornai al fosso, a scrivere. Quella fu la prima volta, nella libertà assoluta, nell’ingenuità di chi a otto anni aveva da poco avuto accesso come scolara al mondo delle lettere. Fu anche la mia prima vera disubbidienza. Stesi sulla pagina le impressioni sull’edera presuntuosa attaccata al nobile faggio. In quei momenti non esisteva altro per me, ero isolata con un albero e il suo parassita, la carta e l’inchiostro.
Sono stata una bambina fortunata, per certi versi. Mi mancava quello che i miei coetanei del paese, dove andavamo di rado perché troppo lontano, avevano e davano per scontato. Ci mancava la corrente elettrica e una strada carrozzabile fino al borgo. Ma avevamo intorno tutta quella natura, vivevamo senza saperlo in un miracoloso equilibrio tra la terra e gli uomini.
Donatella Di Pietrantonio è nata ad Arsita, nel teramano, nel 1962. Il suo ultimo romanzo, L’Arminuta, pubblicato con Einaudi, ha vinto il premio Campiello 2017
Eravamo nella zona più remota del comune di Arsita, sul versante teramano dell’Appennino abruzzese, a valle del Monte Camicia. Di turisti non se n’è mai vista l’ombra, da quelle parti. Oltre il fosso si stendevano alcuni campi coltivabili alternati ai pascoli, fioriti nella bella stagione. E poi il bosco di faggi fratelli del mio e la catena montuosa, non troppo alta, come tozzi di pane lasciati cadere da un dio distratto, una quinta di roccia il cui profilo, guardato da lontano, era ed è quello del Gigante che dorme o Bella Addormentata, dai lunghi capelli di pietra.
Il faggio puntava verso il cielo, svettando sugli altri più stentati. Era un posto ombroso, il fosso, e quell’albero aveva vinto la gara a chi si allungava di più verso i raggi del sole. La prima volta scappai lì dopo un rimprovero dei miei, ce le avevo anche prese a dirla tutta. All’ora di portare le pecore al pascolo mi ero nascosta nel fienile, solo che più tardi mi avevano trovata e punita.
Era l’inizio dell’estate, arrivai tutta accaldata e mi accolse il fresco, il suono dell’acqua che scorreva sul fondo, la trasparenza controluce delle foglie ancora tenere. Dai rami, aperti come braccia possenti, il chiasso degli uccelli, invisibili, affaccendati tra uova, nidi, piccoli da imboccare. Guardavo in su, e quasi inciampai nelle fragole. A terra era pieno di fragoline di bosco, mature, profumate, un sapore mai lontanamente ritrovato nei fruttoni che oggi compro nei negozi, presa dalla nostalgia. Ne ho mangiate tante quella volta, staccandole una per una dalle pianticelle e schiacciandole tra lingua e palato per sprigionare tutta la bontà. Infine ho raccolto una grossa foglia a imbuto, di quelle che crescono nelle zone umide e chiamavamo chicoccioni. L’ho riempita, l’avrei portata a casa per la merenda.
Ma quel giorno non volevo tornare, ancora, volevo che prima i miei si preoccupassero non vedendomi più intorno. Ho osservato più attentamente il faggio, la superficie regolare della corteccia sui toni del grigio, il filo dell’edera che si allungava sul tronco, fino a una certa altezza. Ecco, l’edera. Attaccata così forte all’altra pianta che quando ho provato a tirarla via si è opposta con quelle sue radicette in fila come zampe di un millepiedi. Ho sentito la resistenza di un essere vivo che si contraeva con tutto se stesso a difesa della posizione aderente che aveva conquistato nel mondo.
Mi sono vergognata per quello che avevo tentato di fargli. L’albero, d’altronde, non sembrava soffrire per nulla la presenza di quell’ospite non invitato, stava lì bello e vigoroso. La relazione così stretta tra quei due mi intrigava, andai a casa di soppiatto e presi quaderno e penna. Non se ne accorse nessuno, a quell’ora erano tutti alla stalla a governare le mucche, non molto preoccupati della mia scomparsa, si vede. Lasciai sul tavolo della cucina il chicoccione pieno di fragole, come misterioso segnale del mio passaggio, e me ne tornai al fosso, a scrivere. Quella fu la prima volta, nella libertà assoluta, nell’ingenuità di chi a otto anni aveva da poco avuto accesso come scolara al mondo delle lettere. Fu anche la mia prima vera disubbidienza. Stesi sulla pagina le impressioni sull’edera presuntuosa attaccata al nobile faggio. In quei momenti non esisteva altro per me, ero isolata con un albero e il suo parassita, la carta e l’inchiostro.
Sono stata una bambina fortunata, per certi versi. Mi mancava quello che i miei coetanei del paese, dove andavamo di rado perché troppo lontano, avevano e davano per scontato. Ci mancava la corrente elettrica e una strada carrozzabile fino al borgo. Ma avevamo intorno tutta quella natura, vivevamo senza saperlo in un miracoloso equilibrio tra la terra e gli uomini.
Donatella Di Pietrantonio è nata ad Arsita, nel teramano, nel 1962. Il suo ultimo romanzo, L’Arminuta, pubblicato con Einaudi, ha vinto il premio Campiello 2017