✕

L'ispettore di Montecristo

La scrittrice Melania Mazzucco racconta quel santuario naturale, salvato dal cemento, che è l'Isola di Montecristo
3 minuti di lettura
Mi attraggono irresistibilmente i luoghi nei quali non posso andare. Monasteri e santuari interdetti solo perché io sono ciò che sono; paesi resi inattingibili dalla guerra o dalla violenza, oppure dal mio corpo, non abbastanza allenato per affrontarli. Il Monte Athos, Qom, l’Ituri, la penisola di Hornstrandir, l’Inlandsis, resteranno per me puri nomi... Ma accetto la loro inaccessibilità — che insieme incrina e rafforza la mia identità, la mia storia, la coscienza dei miei limiti. Ci sono però luoghi remoti che corteggio con pazienza, in attesa di trovare il varco per guadagnarli. Per molti anni, sono stati il Pamir, le isole Gambier e Montecristo. Averli poi raggiunti non ha diminuito il loro incanto ma, anzi, lo ha accresciuto. 

L’isola di Montecristo è vicina, parte del familiare, domestico, arcipelago toscano, e però vietata, perché riserva naturale integrale: ogni anno solo un migliaio di perso…
Mi attraggono irresistibilmente i luoghi nei quali non posso andare. Monasteri e santuari interdetti solo perché io sono ciò che sono; paesi resi inattingibili dalla guerra o dalla violenza, oppure dal mio corpo, non abbastanza allenato per affrontarli. Il Monte Athos, Qom, l’Ituri, la penisola di Hornstrandir, l’Inlandsis, resteranno per me puri nomi... Ma accetto la loro inaccessibilità — che insieme incrina e rafforza la mia identità, la mia storia, la coscienza dei miei limiti. Ci sono però luoghi remoti che corteggio con pazienza, in attesa di trovare il varco per guadagnarli. Per molti anni, sono stati il Pamir, le isole Gambier e Montecristo. Averli poi raggiunti non ha diminuito il loro incanto ma, anzi, lo ha accresciuto. 

L’isola di Montecristo è vicina, parte del familiare, domestico, arcipelago toscano, e però vietata, perché riserva naturale integrale: ogni anno solo un migliaio di persone possono accedervi. L’ho scoperta dal cielo, perché è sulla rotta degli aerei che da Roma volano verso Nord-ovest. Emerge dall’acqua come un blocco scuro: una montagna di granito scoscesa, prepotente, altera. Ogni volta, col naso schiacciato contro l’oblò, mi dicevo che così — verdi, rigogliose, selvagge — dovevano apparire le isole del Mediterraneo ai naviganti, al tempo di Ulisse. In realtà, perciò, guardavo il passato. È l’effetto che fanno a volte i romanzi. In questo senso, la seduzione di Montecristo è letteraria. 

Ci sono stata una volta sola, nel 2005. A quel tempo collaboravo con una rivista di viaggi. Per il mio reportage, arrivai con il fotografo, su un gommone da altura. Sull’isola c’erano solo il custode, con la sua famiglia, e due forestali, che vi trascorrevano il turno di vigilanza, di quindici giorni. Ho invidiato quei due uomini in divisa, ma loro dissero che per molti, soprattutto i giovani, quel soggiorno da eremiti era opprimente e la sera sedevano sulle rocce sopra il minuscolo molo a fissare le luci delle navi. 

L’ispettore mi mostrò il Museo naturalistico, la Villa reale, la grotta di san Mamiliano e i ruderi del monastero (nel Medioevo ricchissimo, poi distrutto dal pirata Dragut e demolito dai cacciatori del mitico tesoro dei monaci). Quindi ci arrampicammo sul Monte della Fortezza, lungo un sentiero quasi invisibile, che a volte spariva, al punto che si doveva avanzare carponi. Salivo affannata, in uno stato quasi di ebbrezza, stordita dall’odore del rosmarino, del cisto e dell’elicriso: esalavano un profumo talmente intenso da dare il capogiro. Sulla vetta, solo alcuni massi (i resti della fortezza), e un vaso di vetro. Conteneva messaggi. Era tradizione che chiunque salisse fin lì ne lasciasse uno. Il più bello recitava: “si sta come i ragni”. Davvero penzolavamo nel vuoto, a picco sull’abisso. Su di noi volteggiavano i rapaci. A 645 metri d’altezza, si dominava ogni angolo dell’isola, e del Tirreno, fino alla Corsica. In basso, baluginava una chiazza azzurra: l’acqua bassa nella spiaggia di sabbia bianca. Inviolabile. Per non contaminarla, nemmeno i forestali potevano farsi il bagno. 

Il vento era diventato furioso. L’ispettore fu avvisato via walkie-talkie. Il meteo annunciava bufera. Se non partivamo subito, saremmo rimasti bloccati. Capitava che i forestali dovessero aspettare il cambio per mesi. Ho obbedito malvolentieri. Montecristo rappresenta l’archetipo dell’isola, e nel nostro immaginario l’isola è anche il luogo in cui forze superiori e arcane possono tenerti prigioniero. Ma non eravamo autorizzati a restare. Scendemmo dal monte a precipizio, sfidando le capre selvatiche che saltavano di roccia in roccia. Le onde provarono a ricacciare il gommone nella Cala Maestra. Ritta a poppa, fissavo l’isola che s’allontanava: sembrava fuggire, ritrarsi. Oggi mi sembra di aver sognato Montecristo, come i tanti folli e visionari che nei secoli hanno tentato di possederla, colonizzarla, sottometterla e sfruttarla — e tutti sono stati sconfitti. 

Ci sono luoghi d’Italia cui mi legano la mia storia familiare, o personale: luoghi ancestrali, in cui ho vissuto esperienze e avventure, o che hanno generato i miei libri. A Montecristo c’è stato solo silenzio, respiro, pensieri. Oggi so che è la sola isola sacra che noi italiani possediamo. Siamo riusciti a difenderla, e a salvarla da noi stessi. È un esempio di ciò che avremmo potuto fare per il nostro paese, se avessimo saputo averne cura. Ero fradicia e infreddolita quando l’isola è scomparsa nel pulviscolo di salsedine e nebbia, nella luce fioca del crepuscolo. Ci sono luoghi in cui abito per sempre, anche se vi ho trascorso poche ore. Di solito essi sono nei libri che ho amato. Montecristo invece è un libro scritto, dal vento, dalle onde e dagli anonimi che hanno lottato per proteggerne la bellezza.

Melania Mazzucco (Roma, 1966) ha vinto il premio Strega nel 2003 con Vita (Rizzoli). Il suo ultimo romanzo è Io sono con te. Storia di Brigitte (Einaudi, 2016)