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Ravenna val bene una biblioteca

La scrittrice Elena Stancanelli non è l'unica a trovare rifugio nella biblioteca Classense di Ravenna. Assieme a lei, oltre novemila volumi preziosi
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Scelgo una biblioteca, perché le biblioteche sono spazi di resistenza. Più corriamo e rimbalziamo contro i muri dell’arroganza e dell’egoismo, più le biblioteche, immobili, ribadiscono la loro funzione. Conservano il nocciolo di ciò che è umano, da ripiantare e far sbocciare di nuovo, quando finalmente ritroveremo la ragione. La Classense di Ravenna poi, dove sono capitata spesso negli ultimi tempi per via del libro che sto scrivendo, è un capolavoro di tolleranza. Diretta da Maurizio Tarantino, accoglie tutti, cani, gatti, tartarughe, ragazze e ragazzi che studiano nelle vecchie celle dei monaci Camaldolesi. Ospita concerti nei chiostri, è festosa e seria, e ha un patrimonio librario magnifico. Merito di un personaggio bizzarro, l’abate Pietro Canneti di Cremona. Sono circa novemila i volumi che arrivarono a Ravenna all’inizio del 1700 grazie al lavoro di ricerca di Canneti. C’è persino una copia de…
Scelgo una biblioteca, perché le biblioteche sono spazi di resistenza. Più corriamo e rimbalziamo contro i muri dell’arroganza e dell’egoismo, più le biblioteche, immobili, ribadiscono la loro funzione. Conservano il nocciolo di ciò che è umano, da ripiantare e far sbocciare di nuovo, quando finalmente ritroveremo la ragione. La Classense di Ravenna poi, dove sono capitata spesso negli ultimi tempi per via del libro che sto scrivendo, è un capolavoro di tolleranza. Diretta da Maurizio Tarantino, accoglie tutti, cani, gatti, tartarughe, ragazze e ragazzi che studiano nelle vecchie celle dei monaci Camaldolesi. Ospita concerti nei chiostri, è festosa e seria, e ha un patrimonio librario magnifico. Merito di un personaggio bizzarro, l’abate Pietro Canneti di Cremona. Sono circa novemila i volumi che arrivarono a Ravenna all’inizio del 1700 grazie al lavoro di ricerca di Canneti. C’è persino una copia del primo libro stampato in Italia, il De oratore di Cicerone. Ci sono libri di matematica, numismatica, diritto… un’enciclopedia del sapere, la definisce Benedetto Gugliotta, l’esperto culturale della biblioteca che mi accompagna in giro, di gusto proto-illuminista. 

Il pezzo più importante della collezione è il cosiddetto Aristofane classense, unico testimone di altra epoca che conservi tutte le undici commedie superstiti di Aristofane. Senza questo manoscritto non sarebbero arrivate a noi la Lisistrata e le Tesmoforiazuse (nella quale si raccontano le gesta ridicole di Euripide che tenta di sfuggire al giudizio delle donne, riunite alle feste in onore di Demetra e Persefone, le Tesmoforie appunto, che lo accusano di misoginia). Me lo mostra Floriana Amicucci, conservatore dei fondi antichi della biblioteca. È un libro austero, senza decorazioni, della metà del X secolo. Viene da Costantinopoli e, a giudicare dalla raffinatezza delle glosse, si pensa sia stata la copia di qualche grande studioso. Fu portato in Italia da Giovanni Aurispa da Noto, umanista poeta e mercante, nel 1420, e finì nella biblioteca di Guidobaldo da Montefeltro. Prestato a Pisa in occasione dell’editio princeps di Aristofane, fu acquistata dall’abate Canneti nel 1712. Il libro è consultabile, e tra i suoi estimatori e studiosi più affezionati c’è il professor Luciano Canfora. Non siamo sicuri invece che sia stato Canneti ad acquisire uno degli incunaboli più belli mai creati, del quale la Classense possiede la prima e la seconda edizione: l’Hypnerotomachia Poliphili. Romanzo cavalleresco, di impronta allegorica, pubblicato da Aldo Manuzio nel 1499 con 196 xilografie, l’Hypnerotomachia (anonimo e variamente attribuito) è uno dei libri più celebri e misteriosi dell’intera storia della letteratura. Dove si racconta di Polifilo (colui che ama molte cose, da etimologia) e del suo viaggio iniziatico nella foresta, abitata da animali fantastici e architetture misteriose, punteggiato di sogni, che si infilano uno dentro l’altro. Fu invece di certo Corrado Ricci, archeologo e storico dell’arte, oltre che senatore della Repubblica, a comprare nel 1905 la biblioteca dantesca dell’editore Leo S. Olschki. 

Nella stanza in cui è conservata si trova anche un buffo manufatto, una specie di grande teca di legno e vetro, nella quale giacquero per tre giorni le ossa di Dante, quando, in occasione del restauro per il centenario della morte, furono ritrovate in una cassetta che i frati avevamo murato. Per salvarle dai fiorentini che, anche per mezzo di un appello firmato da Michelangelo, le volevano indietro. Adesso sono tornate nella tomba costruita dall’architetto Camillo Morigia, poco amata dai ravennati. Il baule da viaggio di Teresa Guiccioli invece, che conteneva i cimeli, sarà trasferito entro l’anno nel nuovo museo di Byron e del Risorgimento, a Palazzo Guiccioli. Tra i doni che il poeta aveva fatto alla sua amata, moglie del vecchio e tollerante conte Alessandro, c’è un celebre astuccio contenente frammenti della sua pelle. Sembra si fosse staccata dal bianchiccio corpo inglese di Byron, scottato dal sole, in occasione del rito funebre per la morte dell’amico Shelley, affogato nel golfo di Lerici. E poi capelli, peli e altre amenità. Le biblioteche, tutte, sono spazi di resistenza e resteranno lì, custodendo sapienza e schiocchezza con la stessa cura, fin quando glielo permetteremo. Ricordandoci, tra le altre cose, la funzione della Storia: insegnarci a non avere paura delle cose sbagliate. Che è una delle ragioni per cui sto passando tanto tempo a Ravenna, per scrivere questo nuovo libro.

Nata a Firenze nel 1965, Elena Stancanelli ha esordito con Benzina (Einaudi, 1998). Con il suo ultimo romanzo La femmina nuda (La nave di Teseo, 2016) è stata finalista al premio Strega.