Downton Abbeynoir
Giancarlo de Cataldo , di GIANCARLO DE CATALDOLui aristocratico, lei working class, i protagonisti di "Punizione" di Elizabeth George sono gli infallibili investigatori che indagano su un apparente suicidio e che sembrano gli eredi del conte di Grantham e della signora Bates
Immaginate una coppia di detective composta da un capo e da una subalterna. Lui è Thomas Lynley, aristocratico di antico lignaggio. Educatissimo, coltissimo, maniere eccellenti, sofisticato intenditore di vini e buona tavola, gentleman sino al midollo. Compreso un certo tono estenuato e ricorrenti ricadute in un aureo spleen vagamente depressivo: dopo tutto, è pur sempre l’Ottavo Conte di Asherton.
Thomas non avrebbe nessun bisogno di lavorare, e tanto meno al servizio della collettività. E invece di mestiere fa l’ispettore nella più prestigiosa polizia del mondo, la Met di Londra: in altri termini, New Scotland Yard. Quanto a lei, si chiama Barbara Havers, e sembra la nipotina dei Blondini Brothers, i “carpentieri della nobiltà”, ironici emblemi della classe operaia inglese di una volta immortalati nelle vignette di Bristow. Barbara si nutre catastroficamente di pessimo cibo da strada — con effetti disastrosi sul piano…
Thomas non avrebbe nessun bisogno di lavorare, e tanto meno al servizio della collettività. E invece di mestiere fa l’ispettore nella più prestigiosa polizia del mondo, la Met di Londra: in altri termini, New Scotland Yard. Quanto a lei, si chiama Barbara Havers, e sembra la nipotina dei Blondini Brothers, i “carpentieri della nobiltà”, ironici emblemi della classe operaia inglese di una volta immortalati nelle vignette di Bristow. Barbara si nutre catastroficamente di pessimo cibo da strada — con effetti disastrosi sul piano…
Immaginate una coppia di detective composta da un capo e da una subalterna. Lui è Thomas Lynley, aristocratico di antico lignaggio. Educatissimo, coltissimo, maniere eccellenti, sofisticato intenditore di vini e buona tavola, gentleman sino al midollo. Compreso un certo tono estenuato e ricorrenti ricadute in un aureo spleen vagamente depressivo: dopo tutto, è pur sempre l’Ottavo Conte di Asherton.
Thomas non avrebbe nessun bisogno di lavorare, e tanto meno al servizio della collettività. E invece di mestiere fa l’ispettore nella più prestigiosa polizia del mondo, la Met di Londra: in altri termini, New Scotland Yard. Quanto a lei, si chiama Barbara Havers, e sembra la nipotina dei Blondini Brothers, i “carpentieri della nobiltà”, ironici emblemi della classe operaia inglese di una volta immortalati nelle vignette di Bristow. Barbara si nutre catastroficamente di pessimo cibo da strada — con effetti disastrosi sul piano fisico e dell’autostima — colleziona a ogni piè sospinto gaffe sociali e lessicali, si muove sul terreno dei rapporti umani con la grazia del tradizionale elefante nella cristalleria e, riponendo cieca fiducia nel suo intuito, non ha mai praticamente obbedito a un ordine in tutta la sua vita. Insieme, quei due, formano una coppia formidabile. Thomas, che è un fior di segugio ma soprattutto un bon vivant profondamente etico, è l’unico in grado di sfruttare al meglio il pensiero divergente di Barbara, il cui intuito è, in verità, quasi sempre infallibile. Nonché l’unico essere umano dal quale Barbara accetta di lasciarsi guidare.
Ne deriva una specie di Downton Abbey in salsa gialla, dove Lynley ha molto del saggio e tenero conte di Grantham e Barbara dovrebbe discendere direttamente dalla signora Bates. E come in Downton Abbey e in tanti polizieschi di stampo classico, naturalmente, gran parte del fascino di questa alleanza interclassista a volte rissosa, ma comunque sempre preziosa, risiede in quel tono così tipicamente, ossessivamente, profondamente “british” da sembrare quasi artificioso. O, forse, iperrealistico. E infatti.
L’aspetto sorprendente della vicenda è che la Lynley e Havers li ha inventati Elizabeth George. Un’autrice che è nata in Ohio, vive in California e partecipa attivamente al dibattito politico del suo Paese: dal suo sito si evincono una sincera fede democratica e una grande attenzione ai diritti civili, specialmente delle donne. Eppure, se le si domanda — lo ha fatto di recente il New York Times — perché abbia deciso di ambientare le sue storie in Inghilterra, mistress George sembra cadere dalle nuvole: semplicemente, spiega, perché mi piace scrivere dell’Inghilterra. Salvo poi aggiungere — e qui non è chiaro se con finta modestia o civetteria — «con Henry James, dopo tutto, funzionava abbastanza!». Che le storie di Lynley e Havers funzionino, d’altronde, è un dato di fatto. Punizione è il trentesimo episodio di una saga iniziata nel 1988 e né i personaggi né la scrittura mostrano alcun segno di stanchezza. Qui la storia ruota intorno al suicidio di un rispettato diacono di Ludlow, piccola cittadina (realmente esistente) dello Shropshire. In apparenza, un caso di ordinaria negligenza dei custodi (e nient’altro). Ma la vittima apparteneva a una famiglia influente, che vuol vederci chiaro.
Così Havers viene spedita da Londra a Ludlow per investigare. Si tratta, in realtà, di un boccone avvelenato. Havers, per le sue intemperanze, è nel mirino di Isabelle Ardery, la terribile sovrintendente dal carattere impossibile che attende solo un suo passo falso per stroncarle la carriera. Lynley, tenuto appositamente lontano dal caso, per quasi metà del voluminoso romanzo, non può fare nulla per aiutarla. Ma quando, finalmente, entra in scena — come una vera star — la musica cambia. E la storia del suicidio si rivela in tutta la sua ordinaria, ma non per questo meno sconvolgente, tragicità.
L’abilità della George nel tratteggiare i caratteri è cosa nota: con un passato da psicologa e insegnante, la sua è una penna che scava nel profondo dei sentimenti umani e riesce a portare alla luce motivazioni nascoste che non sono mai banali e spesso risultano decisamente imprevedibili. Con gran godimento del lettore. Ma un aspetto che differenzia questa autrice da altre icone del giallo classico è l’attenzione ai temi del contemporaneo. In Punizione si parla, fra l’altro, di alcolismo, di disperazione giovanile, del perbenismo della provincia, del carrierismo dei servitori dello Stato, delle manipolazioni della verità. Il prodotto finale è una narrazione avvincente, capace di declinare in modo assolutamente originale il tradizionale “whodunit”.
Thomas non avrebbe nessun bisogno di lavorare, e tanto meno al servizio della collettività. E invece di mestiere fa l’ispettore nella più prestigiosa polizia del mondo, la Met di Londra: in altri termini, New Scotland Yard. Quanto a lei, si chiama Barbara Havers, e sembra la nipotina dei Blondini Brothers, i “carpentieri della nobiltà”, ironici emblemi della classe operaia inglese di una volta immortalati nelle vignette di Bristow. Barbara si nutre catastroficamente di pessimo cibo da strada — con effetti disastrosi sul piano fisico e dell’autostima — colleziona a ogni piè sospinto gaffe sociali e lessicali, si muove sul terreno dei rapporti umani con la grazia del tradizionale elefante nella cristalleria e, riponendo cieca fiducia nel suo intuito, non ha mai praticamente obbedito a un ordine in tutta la sua vita. Insieme, quei due, formano una coppia formidabile. Thomas, che è un fior di segugio ma soprattutto un bon vivant profondamente etico, è l’unico in grado di sfruttare al meglio il pensiero divergente di Barbara, il cui intuito è, in verità, quasi sempre infallibile. Nonché l’unico essere umano dal quale Barbara accetta di lasciarsi guidare.
Ne deriva una specie di Downton Abbey in salsa gialla, dove Lynley ha molto del saggio e tenero conte di Grantham e Barbara dovrebbe discendere direttamente dalla signora Bates. E come in Downton Abbey e in tanti polizieschi di stampo classico, naturalmente, gran parte del fascino di questa alleanza interclassista a volte rissosa, ma comunque sempre preziosa, risiede in quel tono così tipicamente, ossessivamente, profondamente “british” da sembrare quasi artificioso. O, forse, iperrealistico. E infatti.
L’aspetto sorprendente della vicenda è che la Lynley e Havers li ha inventati Elizabeth George. Un’autrice che è nata in Ohio, vive in California e partecipa attivamente al dibattito politico del suo Paese: dal suo sito si evincono una sincera fede democratica e una grande attenzione ai diritti civili, specialmente delle donne. Eppure, se le si domanda — lo ha fatto di recente il New York Times — perché abbia deciso di ambientare le sue storie in Inghilterra, mistress George sembra cadere dalle nuvole: semplicemente, spiega, perché mi piace scrivere dell’Inghilterra. Salvo poi aggiungere — e qui non è chiaro se con finta modestia o civetteria — «con Henry James, dopo tutto, funzionava abbastanza!». Che le storie di Lynley e Havers funzionino, d’altronde, è un dato di fatto. Punizione è il trentesimo episodio di una saga iniziata nel 1988 e né i personaggi né la scrittura mostrano alcun segno di stanchezza. Qui la storia ruota intorno al suicidio di un rispettato diacono di Ludlow, piccola cittadina (realmente esistente) dello Shropshire. In apparenza, un caso di ordinaria negligenza dei custodi (e nient’altro). Ma la vittima apparteneva a una famiglia influente, che vuol vederci chiaro.
Così Havers viene spedita da Londra a Ludlow per investigare. Si tratta, in realtà, di un boccone avvelenato. Havers, per le sue intemperanze, è nel mirino di Isabelle Ardery, la terribile sovrintendente dal carattere impossibile che attende solo un suo passo falso per stroncarle la carriera. Lynley, tenuto appositamente lontano dal caso, per quasi metà del voluminoso romanzo, non può fare nulla per aiutarla. Ma quando, finalmente, entra in scena — come una vera star — la musica cambia. E la storia del suicidio si rivela in tutta la sua ordinaria, ma non per questo meno sconvolgente, tragicità.
L’abilità della George nel tratteggiare i caratteri è cosa nota: con un passato da psicologa e insegnante, la sua è una penna che scava nel profondo dei sentimenti umani e riesce a portare alla luce motivazioni nascoste che non sono mai banali e spesso risultano decisamente imprevedibili. Con gran godimento del lettore. Ma un aspetto che differenzia questa autrice da altre icone del giallo classico è l’attenzione ai temi del contemporaneo. In Punizione si parla, fra l’altro, di alcolismo, di disperazione giovanile, del perbenismo della provincia, del carrierismo dei servitori dello Stato, delle manipolazioni della verità. Il prodotto finale è una narrazione avvincente, capace di declinare in modo assolutamente originale il tradizionale “whodunit”.