Piazza Maggiore a Bologna ha accolto amici, sconosciuti, giovani uniti dall'amore per un artista che ha cantato il sogno di un mondo diverso: “È vero che i poeti ci fanno paura perché aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata”
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La coda è lunga per l'ultimo saluto a Claudio Lolli. E gente continuerà ad arrivare per ore e ore. Niente è scontato in un periodo come questo, in un agosto come questo in cui tutto non smette mai di accadere e le cose vanno così veloci, ma la città e non solo la città si sono accorte di questa mancanza, di questo nuovo orribile vuoto.
La piazza che Claudio Lolli ha cantato non si è dimenticata di lui, la piazza oggi è qui, come nella sua canzone. Era quella “Piazza bella piazza” dove “ci passò tutta una città/ calda e tesa come un'anguilla, si sentiva battere il cuore/ ci mancò solo una scintilla”. Era la città che si ribellava alle stragi, era il luogo degli zingari felici, del dolore e dell'amore. Piazza Maggiore, cuore pulsante, è qui. Sono uomini dai capelli lunghi e grigi, come una vecchia divisa di militanza, sono donne che in quella piazza hanno vissuto, parlato e amato come quell'Anna di Francia che “si arrabbia, basta parlare/ Anna si alza, andiamo via/ e mentre la strada mi fa perdonare/ c'è Anna che brinda alla sua anarchia/ Anna imprendibile più di un momento/ Anna dà un bacio alla piazza e poi se ne va”.
Bologna, folla alla camera ardente di Claudio Lolli
E' la sala Tassinari di Palazzo d'Accursio, la residenza comunale, a ospitare la camera ardente di Claudio Lolli, il cantautore bolognese morto il 17 agosto dopo una malattia
Erano qui quegli uomini e quelle donne tanti anni fa e oggi ci sono ancora. E ci sono tanti, tanti ragazzi. Forse i suoi studenti. Ma non possono essere così tanti. Qualcosa si è tramandato nel tempo. Molti andavano a trovarlo quando le sue condizioni fisiche erano migliori. Per parlare, farsi raccontare e raccontarsi. L'accoglienza, il dialogo, persino al tempo degli smartphone. Ragazzi come i suoi due figli che, con la moglie, sono attorniati da persone che portano un saluto, che testimoniano con la propria presenza l'importanza di essere attenti, implacabili a volte, come ha insegnato lui, come quando bisogna riconoscere la fine di un sogno. Per poter andare avanti comunque. C'è dolore e c'è incontro. Persone che non si vedevano da lungo tempo si ritrovano e si ritrovano sconosciuti uniti da una comune passione, toccati da parole che lasciano il marchio. E quando si entra nella sala, nella tristezza c'è forza perché è come dovrebbe essere: la sala dedicata a Stefano Tassinari, scrittore e drammaturgo comunista, è quella dei Tribuni della plebe. La scelta del Comune è giusta. Due mazzi di fiori: uno della famiglia e uno del Comune di Bologna, due belle foto di lui in concerto, la chitarra in mano, dietro si scorge una borsa con un sax.
Non c'è silenzio dentro, c'è la sua musica, quella musica bellissima che ti rapisce, quell'intuizione modernissima di Ho visto anche degli zingari felici, di un disco che è come un'onda che non finisce mai, dove il tema del sassofono entra ed esce, cuce le varie parti e lo stesso fanno le parole che vanno e vengono, colpiscono, scompaiono, ritornano, è come se fluttuassero: “Nella sua parte letteraria la ballata è una specie di storia affettiva di una piazza e delle evoluzioni che il rapporto tra noi e questa subisce nel corso di un determinato periodo (un anno?) sempre più facendosi organico e importante. Dove la piazza (che nell'occasione è Piazza Maggiore a Bologna) rappresenta non solo tutte le piazze d'Italia, che in quest'anno hanno visto una notevole crescita di crucialità (anche culturale) ma più in generale lo spazio aperto, politico, che rompe i contorni che il riflusso degli anni ultimi aveva in parte ricreato”.
Il volume della musica non è alto, gli sguardi si incrociano, si percepiscono le parole: “Non sarò per te un orologio/ il lampadario che ti toglie il reggiseno/ quando è tardi, è notte e tu sei stanca e la tua voglia come il tempo manca/ Non sarò per te un esattore/ di una lacrima ventuno volte al mese/ non conterò i giorni alle tue lune/ per far l'amore senza rimborso spese/ Non sarò per te solo lo specchio/ di una faccia che non cambia mai vestito/ non sarò il tuo manico di scopa travestito da amante o da marito/ Non sarò quel cielo grigio quel mattino/ il dentifricio che fa a pugni con il vino/ non sarò la tua consolazione/ e neanche il padre del tuo prossimo bambino/ Per questa volta almeno sarò la tua libertà/ per questa volta almeno solo la tua libertà/ per questa volta almeno la nostra libertà/ e la piazza calda e dolce di questa città”.
Poi ci saranno le letture degli amici, il sax suonerà per l'ultima volta. La piazza calda e dolce ci accoglierà di nuovo e per oggi la strada non ci sembra un inferno ma un atto d'amore. Il grande freddo, almeno per un momento, è scomparso.