Il bello del maiale
Carlo Petrini , di CARLO PETRINIL'allevamento intensivo logora oltre ogni limite accettabile l'ambiente e la quantità di carne consumata pro-capite continua ad aumentare. La civiltà contadina non c’è più e con lei è sparita la cognizione della misura e il rapporto dignitoso col cibo - soprattutto la carne -: ma ne può nascere un’altra?
Nel sistema agro-industriale in cui viviamo si fa fatica a pensare che un animale da allevamento abbia rilevanza per qualcuno. Tuttavia, non era così in passato: a dircelo è il Finard, il padrone della cascina protagonista del capolavoro cinematografico “l’Albero degli zoccoli”, in una delle scene più suggestive del film. Nella campagna bergamasca nell’inverno del 1898, la cascina Finard si prepara a vivere la mattanza dell’unico maiale allevato nel casale. La comunità è organizzatissima ed ognuno ha un ruolo preciso. Mentre si procede al taglio delle mezzene, spunta don Carlo: “Ma che bella bestia!” “Embè, gli ho dato da mangiare io e l’ho tirato su come un cristiano!”. La sensibilità di Olmi ci consegna uno spaccato incredibile di quella civiltà contadina che è esempio di un sistema valoriale dimenticato.
Quella scena, violenta per alcuni, è invece diapo…
Quella scena, violenta per alcuni, è invece diapo…
Nel sistema agro-industriale in cui viviamo si fa fatica a pensare che un animale da allevamento abbia rilevanza per qualcuno. Tuttavia, non era così in passato: a dircelo è il Finard, il padrone della cascina protagonista del capolavoro cinematografico “l’Albero degli zoccoli”, in una delle scene più suggestive del film. Nella campagna bergamasca nell’inverno del 1898, la cascina Finard si prepara a vivere la mattanza dell’unico maiale allevato nel casale. La comunità è organizzatissima ed ognuno ha un ruolo preciso. Mentre si procede al taglio delle mezzene, spunta don Carlo: “Ma che bella bestia!” “Embè, gli ho dato da mangiare io e l’ho tirato su come un cristiano!”. La sensibilità di Olmi ci consegna uno spaccato incredibile di quella civiltà contadina che è esempio di un sistema valoriale dimenticato.
Quella scena, violenta per alcuni, è invece diapositiva di un’umanità straordinaria, del saper vivere in comunità e del dare la giusta dignità alle altre vite, anche a quelle animali. La macellazione di un animale era un vero e proprio rito e mangiare carne sinonimo di festa: non a caso, all’epoca raccontata da Olmi il consumo di carne era pari circa a 12 kg pro capite annui. Oggi consumiamo sette volte in più, arrivando a più di 80 kg a persona per anno. Che questo aumento sia sinonimo di benessere è in parte vero, ma bisogna ricordarsi che tra benessere e sovrabbondanza c’è una linea che abbiamo sorpassato, noncuranti del fatto che la quantità non fa qualità, e che questo approccio è insostenibile sotto ogni aspetto: etico (gli allevamenti intensivi sono inconciliabili con il benessere animale), ambientale (la produzione di carne è una delle maggiori cause di inquinamento) e salutistico (l’OMS ha più volte ribadito il pericolo causato da un consumo smodato di carne). Un cambiamento di rotta è più che mai necessario.
La buona notizia è che sempre più persone, pur partendo da premesse diverse, si uniscono a questa battaglia. Una di queste è Leonardo Caffo, filosofo vegano che volendo andar contro questa “normalizzazione della ripetizione meccanica” applicata agli allevamenti intensivi, guarda al mangiare come l’occasione per influenzare le sorti del nostro pianeta. Il suo ultimo libro Vegan - un manifesto filosofico, non è importante solo per il veganesimo, ma anche per i non vegani che hanno a cuore la nostra casa comune. L’analisi portata avanti fa riflettere su un aspetto metodologico fondamentale: per poter essere, come li definisce lui, “altruisti efficaci” bisogna in primo luogo essere capaci di dialogare. Le idee rivoluzionarie soffrono spesso dell’incapacità di comunicare con chi la pensa diversamente, rimanendo perciò immobili e lontane dalla realtà di massa, perdendo di efficacia. Partendo da questa riflessione, il manifesto di Caffo è perciò un inno all’apertura, alla creazione di nuove alleanze che permettano di comprendere le visioni sul mondo diverse da quelle vegane.
La condicio sine qua non affinché questa convergenza avvenga è la consapevolezza di ciò che si mangia. Ridare il giusto valore al cibo è la questione nodale che accomuna vegani e consumatori consapevoli, il motivo per il quale possiamo e dobbiamo combattere insieme. Per scardinare questo sistema c’è infatti la necessità di passare, come dice Caffo, “dal qualcosa al qualcuno”. Nelle civiltà contadine raccontate da Olmi, nelle persone che ancora oggi fanno un’agricoltura buona, pulita e giusta, né animali né vegetali rappresentano un qualcosa: la deriva produttivista che ha attanagliato il sistema alimentare, ha trasformato il cibo in commodity e gli animali in oggetti, privilegiando l’utile al sensato. È da lì che bisogna ripartire, ritrovando più consapevolezza, conoscendo la storia di quello che si ha nel piatto, limitando così anche lo spreco alimentare, ancora più grave nel caso di prodotti di origine animale.
Così, ancora una volta, il cibo diventa strumento per impostare le basi di una rivoluzione che non è solo alimentare, ma integrale, e che ci vede uniti nello stesso fronte, tutto fuorché nostalgico dei tempi andati, bensì proiettato verso un futuro che vuole difendere la bellezza di questo pianeta nelle sue diversità, prediligendo un’economia locale e di piccola scala che valorizzi la qualità e non la quantità, il necessario e non il superfluo. In questi termini le “soluzioni vegane” proposte da Caffo diventano condivisibili anche da chi non abbraccia a pieno quel tipo di filosofia: parlare di riduzione della sofferenza animale, delle crisi ecologiche, delle malattie legate al consumo di carne e infine della ridistribuzione delle risorse alimentari sul pianeta, mi sembrano delle battaglie di assoluto buon senso che appartengono a tutti.
L'immagine Esplorare e mostrare il nostro Paese attraverso produzioni agroalimentari tradizionali. È il tema del progetto “Ailatiditalia” del fotografo bolognese Mattia Insolera, realizzato con l'agenzia fotografica LUZ e pubblicato domenica 2 settembre sul numero 91 di Robinson: non “un catalogo di prodotti” o di “cartoline del Belpaese”, ma il racconto di un viaggio in 28 luoghi d’Italia dove si produce e si pensa il cibo, anzi i cibi identitari di ciascuna zona
Quella scena, violenta per alcuni, è invece diapositiva di un’umanità straordinaria, del saper vivere in comunità e del dare la giusta dignità alle altre vite, anche a quelle animali. La macellazione di un animale era un vero e proprio rito e mangiare carne sinonimo di festa: non a caso, all’epoca raccontata da Olmi il consumo di carne era pari circa a 12 kg pro capite annui. Oggi consumiamo sette volte in più, arrivando a più di 80 kg a persona per anno. Che questo aumento sia sinonimo di benessere è in parte vero, ma bisogna ricordarsi che tra benessere e sovrabbondanza c’è una linea che abbiamo sorpassato, noncuranti del fatto che la quantità non fa qualità, e che questo approccio è insostenibile sotto ogni aspetto: etico (gli allevamenti intensivi sono inconciliabili con il benessere animale), ambientale (la produzione di carne è una delle maggiori cause di inquinamento) e salutistico (l’OMS ha più volte ribadito il pericolo causato da un consumo smodato di carne). Un cambiamento di rotta è più che mai necessario.
La buona notizia è che sempre più persone, pur partendo da premesse diverse, si uniscono a questa battaglia. Una di queste è Leonardo Caffo, filosofo vegano che volendo andar contro questa “normalizzazione della ripetizione meccanica” applicata agli allevamenti intensivi, guarda al mangiare come l’occasione per influenzare le sorti del nostro pianeta. Il suo ultimo libro Vegan - un manifesto filosofico, non è importante solo per il veganesimo, ma anche per i non vegani che hanno a cuore la nostra casa comune. L’analisi portata avanti fa riflettere su un aspetto metodologico fondamentale: per poter essere, come li definisce lui, “altruisti efficaci” bisogna in primo luogo essere capaci di dialogare. Le idee rivoluzionarie soffrono spesso dell’incapacità di comunicare con chi la pensa diversamente, rimanendo perciò immobili e lontane dalla realtà di massa, perdendo di efficacia. Partendo da questa riflessione, il manifesto di Caffo è perciò un inno all’apertura, alla creazione di nuove alleanze che permettano di comprendere le visioni sul mondo diverse da quelle vegane.
La condicio sine qua non affinché questa convergenza avvenga è la consapevolezza di ciò che si mangia. Ridare il giusto valore al cibo è la questione nodale che accomuna vegani e consumatori consapevoli, il motivo per il quale possiamo e dobbiamo combattere insieme. Per scardinare questo sistema c’è infatti la necessità di passare, come dice Caffo, “dal qualcosa al qualcuno”. Nelle civiltà contadine raccontate da Olmi, nelle persone che ancora oggi fanno un’agricoltura buona, pulita e giusta, né animali né vegetali rappresentano un qualcosa: la deriva produttivista che ha attanagliato il sistema alimentare, ha trasformato il cibo in commodity e gli animali in oggetti, privilegiando l’utile al sensato. È da lì che bisogna ripartire, ritrovando più consapevolezza, conoscendo la storia di quello che si ha nel piatto, limitando così anche lo spreco alimentare, ancora più grave nel caso di prodotti di origine animale.
Così, ancora una volta, il cibo diventa strumento per impostare le basi di una rivoluzione che non è solo alimentare, ma integrale, e che ci vede uniti nello stesso fronte, tutto fuorché nostalgico dei tempi andati, bensì proiettato verso un futuro che vuole difendere la bellezza di questo pianeta nelle sue diversità, prediligendo un’economia locale e di piccola scala che valorizzi la qualità e non la quantità, il necessario e non il superfluo. In questi termini le “soluzioni vegane” proposte da Caffo diventano condivisibili anche da chi non abbraccia a pieno quel tipo di filosofia: parlare di riduzione della sofferenza animale, delle crisi ecologiche, delle malattie legate al consumo di carne e infine della ridistribuzione delle risorse alimentari sul pianeta, mi sembrano delle battaglie di assoluto buon senso che appartengono a tutti.
L'immagine Esplorare e mostrare il nostro Paese attraverso produzioni agroalimentari tradizionali. È il tema del progetto “Ailatiditalia” del fotografo bolognese Mattia Insolera, realizzato con l'agenzia fotografica LUZ e pubblicato domenica 2 settembre sul numero 91 di Robinson: non “un catalogo di prodotti” o di “cartoline del Belpaese”, ma il racconto di un viaggio in 28 luoghi d’Italia dove si produce e si pensa il cibo, anzi i cibi identitari di ciascuna zona