In crociera con il mainstream
Stefano Bartezzaghi , di STEFANO BARTEZZAGHIDieci anni fa l’addio di David Foster Wallace: uno scrittore divertente (e serissimo). Indagava il funzionamento del “luna park” contemporaneo, letteratura compresa. Storia di un classico che non lo sarà mai
Già, sono passati dieci anni. Di già. Saranno invece almeno venti da quando, in un suo precoce e illuminante libello sui Classici nell'epoca dell'indiscrezione, Maurizio Bettini aveva profuso giuste ironie a proposito dei teatrini di memoria con cui, giocando sulle cifre tonde degli anniversari, i mass-media celebrano i classici. Ma poi "classico" David Foster Wallace (1962-2008) lo è, o lo diventerà mai? Sì, nel senso per cui è classico un libro o un autore che non si smetterà mai di far finta di aver già letto. No, nel senso che mai entrerà nel canone scolastico. Forse nel canone delle scuole di scrittura, ma allora come esempio negativo: chi mai vorrebbe "scrivere come Wallace"? E soprattutto chi mai vorrebbe leggere qualcosa di qualcuno che, non essendo Wallace, vorrebbe scrivere come Wallace? La letteratura mainstream è rimasta tutta du côte de chez Franzen e, morto Philip Roth…
Già, sono passati dieci anni. Di già. Saranno invece almeno venti da quando, in un suo precoce e illuminante libello sui Classici nell'epoca dell'indiscrezione, Maurizio Bettini aveva profuso giuste ironie a proposito dei teatrini di memoria con cui, giocando sulle cifre tonde degli anniversari, i mass-media celebrano i classici. Ma poi "classico" David Foster Wallace (1962-2008) lo è, o lo diventerà mai? Sì, nel senso per cui è classico un libro o un autore che non si smetterà mai di far finta di aver già letto. No, nel senso che mai entrerà nel canone scolastico. Forse nel canone delle scuole di scrittura, ma allora come esempio negativo: chi mai vorrebbe "scrivere come Wallace"? E soprattutto chi mai vorrebbe leggere qualcosa di qualcuno che, non essendo Wallace, vorrebbe scrivere come Wallace? La letteratura mainstream è rimasta tutta du côte de chez Franzen e, morto Philip Roth, è tuttora vacante l'altissima cattedra del "Nobel negato" (sulla quale Roth era succeduto al titolare precedente, Jorge Luis Borges). L'anomalia costituita da Wallace (che fu accusato di perseguire un successo mainstream che non gli sarebbe spettato) con il tempo si sta sciogliendo. Di lui, infatti, sembra interessarci soprattutto ciò di cui non ha mai inteso scrivere: la sua vita. A lui interessava di più parlare della nostra. Ma oramai è andata così.
È andata, cioè, che sono passati dieci anni da quando Wallace ha cominciato a mancarci. Sinora il decennio ha sgranato un rosario di inediti, raccolte di testi dispersi e interviste, memoir, una grossa e utile antologia, una biografia e un biopic. Ora però lo "scherzo infinito" di essere morto comincia ad avere pieno effetto: ci si chiede un po' meno "cosa avrebbe detto" (di Donald Trump, delle trame russe, delle nuove frontiere del porno, di Philip Roth, del MeToo e dei suoi risvolti svedesi nell'Accademia dei Nobel...), si sente che non c'è davvero più. Non è certo da oggi che gli scrittori interessanti morti sono più di quelli vivi: è così almeno dal Settecento. Ma oggi i morti sono considerati indubbiamente troppo poco: una fiammata, o fuoco fatuo, subito dopo il trapasso e poi oblio. Perché, allora, sperare che Wallace faccia eccezione anche in questo e continui a essere letto (come sono i classici e come invece non sono i contemporanei morti da un po')?
L'equivoco era sorto ai tempi del suo reportage sulla crociera ai Caraibi: uscì su Harper's nel gennaio del 1996 e risultò, subito, irresistibile. La tradizione umoristica americana rimonta a Edgar Allan Poe (sì, quello) e a Mark Twain: l'America ha inventato, oltre alla società di massa, la letteratura sulle goffaggini e il cattivo gusto della società di massa. Di quella tradizione, Wallace si proclamava erede e, con lo stesso gesto, bersaglio. Il suo è certo il ruolo dell'intellettuale che si caccia in a supposedly fun thing per deplorare i suoi connazionali più basic in gusti e divertimenti: ma lo recita, quel ruolo, come autoparodia. A differenza di quel che avrebbero poi fatto molti suoi emuli, ciò che Wallace collaudava non era la crociera, bensì sé stesso in crociera. In una situazione abnorme come una crociera, ovviamente, il patetico non è chi partecipa con gusto ai rozzi divertimenti offerti ma chi non vi partecipa e, quando lo fa, non si diverte. Una mortificazione tale da stimolare un supplemento di energia scrittoria per contenerla ed esprimerla.
In reazione a quell'esplosione di energia, il reportage ebbe un successo letteralmente straordinario e fece conoscere il nome di Wallace molto meglio di quanto non fosse capitato con i suoi primi scritti pubblicati. Per le magie del marketing stocastico, l'uscita del reportage si trovò a precedere di un solo mese quella del romanzo, Infinite Jest: mille pagine e più, altre cento di note al testo, ambientate in un futuro molto prossimo (parte dell'azione parrebbe svolgersi nell'anno in cui Wallace ha poi scelto di morire), a uno stadio tecnologico e di degenerazione più avanzato. Temi: intrattenimento e dipendenze, disseminazione e assuefazione.
Il Wallace della crociera era come l'invitato che, per una particolare combinazione di forma fisica, brillantezza mentale, atmosfera, si trova a essere l'anima del party e domina la serata divertendo tutti, anche coloro a cui sta antipatico. Il Wallace del romanzo ha la medesima energia di scrittura, la medesima grazia miracolosamente ottenuta non per raffinamento ma per potenziamento, e però un intento per certi versi anche opposto. Il primo poteva sembrar desiderare di diventare mainstream; il secondo poteva sembrar desiderare di distruggere il mainstream. Questo l'equivoco e questa, precisamente, l'accusa postuma che a Wallace avrebbe rivolto Bret Easton Ellis: di cercare il successo tramite non lo scandalo ma il piagnisteo.
Per mainstream non bisogna però intendere la letteratura pop e di genere; è piuttosto l'idea maggiormente condivisa di letteratura, quello che comunemente si intende per letteratura. La formula è qualcosa del genere "storia sana, tutta trama" o, in alternativa, storia circonfusa di dolore. Di questo si può discutere per decenni, ma è invece abbastanza pacifico che Wallace non mirasse all'uva del mainstream per raggiungerla o sennò, da volpe, sdegnarla. Come ambizione la sua era assai superiore: voleva farci capire come funziona il luna park, perché ci piace, come evitare di diventarne dipendenti. Tanto è vero che il primo titolo di Infinite Jest era: "Un intrattenimento fallito"; tanto è vero che alcuni dei testi più amati dai suoi lettori (in particolare, il racconto Per sempre lassù) furono poi quasi ripudiati da lui, perché "patetici", "facili". Così la sua fama postuma è di essere difficile, astruso, snob. Ma in realtà quasi tutte le sue pagine sono "facili" a leggersi. Richiede lavoro di lettura invece trovarne il senso complessivo, perché non è importante solo quello che ci dicono ma anche quello che, nel dircelo, ci fanno. In alternativa, ci sono sempre le crociere.
È andata, cioè, che sono passati dieci anni da quando Wallace ha cominciato a mancarci. Sinora il decennio ha sgranato un rosario di inediti, raccolte di testi dispersi e interviste, memoir, una grossa e utile antologia, una biografia e un biopic. Ora però lo "scherzo infinito" di essere morto comincia ad avere pieno effetto: ci si chiede un po' meno "cosa avrebbe detto" (di Donald Trump, delle trame russe, delle nuove frontiere del porno, di Philip Roth, del MeToo e dei suoi risvolti svedesi nell'Accademia dei Nobel...), si sente che non c'è davvero più. Non è certo da oggi che gli scrittori interessanti morti sono più di quelli vivi: è così almeno dal Settecento. Ma oggi i morti sono considerati indubbiamente troppo poco: una fiammata, o fuoco fatuo, subito dopo il trapasso e poi oblio. Perché, allora, sperare che Wallace faccia eccezione anche in questo e continui a essere letto (come sono i classici e come invece non sono i contemporanei morti da un po')?
L'equivoco era sorto ai tempi del suo reportage sulla crociera ai Caraibi: uscì su Harper's nel gennaio del 1996 e risultò, subito, irresistibile. La tradizione umoristica americana rimonta a Edgar Allan Poe (sì, quello) e a Mark Twain: l'America ha inventato, oltre alla società di massa, la letteratura sulle goffaggini e il cattivo gusto della società di massa. Di quella tradizione, Wallace si proclamava erede e, con lo stesso gesto, bersaglio. Il suo è certo il ruolo dell'intellettuale che si caccia in a supposedly fun thing per deplorare i suoi connazionali più basic in gusti e divertimenti: ma lo recita, quel ruolo, come autoparodia. A differenza di quel che avrebbero poi fatto molti suoi emuli, ciò che Wallace collaudava non era la crociera, bensì sé stesso in crociera. In una situazione abnorme come una crociera, ovviamente, il patetico non è chi partecipa con gusto ai rozzi divertimenti offerti ma chi non vi partecipa e, quando lo fa, non si diverte. Una mortificazione tale da stimolare un supplemento di energia scrittoria per contenerla ed esprimerla.
In reazione a quell'esplosione di energia, il reportage ebbe un successo letteralmente straordinario e fece conoscere il nome di Wallace molto meglio di quanto non fosse capitato con i suoi primi scritti pubblicati. Per le magie del marketing stocastico, l'uscita del reportage si trovò a precedere di un solo mese quella del romanzo, Infinite Jest: mille pagine e più, altre cento di note al testo, ambientate in un futuro molto prossimo (parte dell'azione parrebbe svolgersi nell'anno in cui Wallace ha poi scelto di morire), a uno stadio tecnologico e di degenerazione più avanzato. Temi: intrattenimento e dipendenze, disseminazione e assuefazione.
Il Wallace della crociera era come l'invitato che, per una particolare combinazione di forma fisica, brillantezza mentale, atmosfera, si trova a essere l'anima del party e domina la serata divertendo tutti, anche coloro a cui sta antipatico. Il Wallace del romanzo ha la medesima energia di scrittura, la medesima grazia miracolosamente ottenuta non per raffinamento ma per potenziamento, e però un intento per certi versi anche opposto. Il primo poteva sembrar desiderare di diventare mainstream; il secondo poteva sembrar desiderare di distruggere il mainstream. Questo l'equivoco e questa, precisamente, l'accusa postuma che a Wallace avrebbe rivolto Bret Easton Ellis: di cercare il successo tramite non lo scandalo ma il piagnisteo.
Per mainstream non bisogna però intendere la letteratura pop e di genere; è piuttosto l'idea maggiormente condivisa di letteratura, quello che comunemente si intende per letteratura. La formula è qualcosa del genere "storia sana, tutta trama" o, in alternativa, storia circonfusa di dolore. Di questo si può discutere per decenni, ma è invece abbastanza pacifico che Wallace non mirasse all'uva del mainstream per raggiungerla o sennò, da volpe, sdegnarla. Come ambizione la sua era assai superiore: voleva farci capire come funziona il luna park, perché ci piace, come evitare di diventarne dipendenti. Tanto è vero che il primo titolo di Infinite Jest era: "Un intrattenimento fallito"; tanto è vero che alcuni dei testi più amati dai suoi lettori (in particolare, il racconto Per sempre lassù) furono poi quasi ripudiati da lui, perché "patetici", "facili". Così la sua fama postuma è di essere difficile, astruso, snob. Ma in realtà quasi tutte le sue pagine sono "facili" a leggersi. Richiede lavoro di lettura invece trovarne il senso complessivo, perché non è importante solo quello che ci dicono ma anche quello che, nel dircelo, ci fanno. In alternativa, ci sono sempre le crociere.