In piscina con Zadie Smith
Antonio Monda , di ANTONIO MONDALa depressione, sì, ma non solo. Ecco il ritratto dell'autore visto da (molto) vicino. Col piccolo aiuto di Franzen, Eugenides & Company
"A Jonathan devo molto" mi disse, "moltissimo: anche il fatto di essere qui". Il Jonathan in questione era Franzen, e chi si confidava era David Foster Wallace. Quando diceva "essere qui" non si riferiva a Capri, dove era venuto per partecipare al festival "Le Conversazioni", ma al fatto stesso di essere vivo. E lo diceva fissandoti negli occhi, senza alcun atteggiamento di sfida: un'aria grata, semmai, e stupita per qualcosa che poco tempo prima riteneva impossibile.
Jonathan Franzen gli era rimasto accanto quando era stato aggredito da una crisi depressiva che lo aveva portato sull'orlo del suicidio: lo aveva fatto con grande dedizione, non dico amore perché Jonathan sarebbe il primo a provarne pudore. David ne parlava con l'aria spaurita di chi è riuscito a conquistare finalmente un po' di serenità, ma i suoi demoni li vedevi anche in quello che ti conquistava all'istante: il sorriso di una dolc…
Jonathan Franzen gli era rimasto accanto quando era stato aggredito da una crisi depressiva che lo aveva portato sull'orlo del suicidio: lo aveva fatto con grande dedizione, non dico amore perché Jonathan sarebbe il primo a provarne pudore. David ne parlava con l'aria spaurita di chi è riuscito a conquistare finalmente un po' di serenità, ma i suoi demoni li vedevi anche in quello che ti conquistava all'istante: il sorriso di una dolc…
"A Jonathan devo molto" mi disse, "moltissimo: anche il fatto di essere qui". Il Jonathan in questione era Franzen, e chi si confidava era David Foster Wallace. Quando diceva "essere qui" non si riferiva a Capri, dove era venuto per partecipare al festival "Le Conversazioni", ma al fatto stesso di essere vivo. E lo diceva fissandoti negli occhi, senza alcun atteggiamento di sfida: un'aria grata, semmai, e stupita per qualcosa che poco tempo prima riteneva impossibile.
Jonathan Franzen gli era rimasto accanto quando era stato aggredito da una crisi depressiva che lo aveva portato sull'orlo del suicidio: lo aveva fatto con grande dedizione, non dico amore perché Jonathan sarebbe il primo a provarne pudore. David ne parlava con l'aria spaurita di chi è riuscito a conquistare finalmente un po' di serenità, ma i suoi demoni li vedevi anche in quello che ti conquistava all'istante: il sorriso di una dolcezza disarmante, la curiosità che negava ogni intellettualismo, l'incanto di fronte alla bellezza eterna dell'isola.
"Un posto così ti riconcilia con la vita", disse di fronte a un tramonto a Punta Tragara, e poi si emozionò come un bambino guardando la luna che inargentava Marina Piccola, piena di barche in rada. "Io lo capisco, Tiberio", aggiunse, "era l'uomo più potente del mondo, ma ha mollato tutto per godere di questo posto". Conosceva la vicenda dell'imperatore, e anche quella del complotto ordito alle sue spalle: "Seiano era divorato dall'ambizione: una meraviglia del genere per lui sarebbe stata indifferente". Era venuto a Capri insieme a un gruppo di scrittori amici, con i quali si parlava di tutto tranne che di letteratura: Jonathan Franzen si dilungava come sempre sugli uccelli, e chiese di visitare l'isola di Vivara dove vivono non so quali volatili. Non soddisfatto, se ne andò a fare birdwatching in Abruzzo: rimase male quando gli inviti a seguirlo vennero ignorati da tutti. Era l'anno dei Mondiali di calcio, e vedevamo le partite insieme: Zadie Smith era la più tifosa, e rivelava una sorprendente competenza.
Teneva per la sua Inghilterra, senza farsi troppe illusioni. Nathan Englander si divertiva a guardarci mentre urlavamo senza ritegno, mentre Jeffrey Eugenides improvvisava le imitazioni di altri scrittori: la più richiesta era quella di Salman Rushdie. Una mattina fu proprio David a organizzare una partita di pallanuoto in piscina, dove il pallone fu sostituito da un infradito: ci impegnammo come se fosse una finale olimpica e vinse la squadra guidata da Zadie, che esultò dopo ogni goal.
David era di gran lunga il più atletico, ma non mostrava uno spirito competitivo: il contrario di Jonathan, che lottava anche per vincere le gare di "Nomi di città, fiori e animali". Jeffrey per un po' duellava con lui, poi capiva che era più divertente godersi lo spettacolo. Il giorno di Italia-Australia ci riunimmo in camera di Davide Azzolini, co-direttore del Festival, e tranne Zadie, che si divertiva a provocarci, tifavamo tutti in maniera sguaiata per l'Italia. Urla, maledizioni, battute irripetibili. E ancora urla. David era il più attento, e nulla lo divertì come il gesto del ciucciotto di Totti.
Neanche allora si era tolto la bandana, e non era un vezzo, ma un modo di sentirsi protetto: la moglie Karen gli stringeva la mano e sorrideva per quel momento spensierato. Più tardi, a cena, ci raccontò cosa amasse del tennis, che aveva praticato da semi-professionista. Era un ammiratore di Federer: "C'è qualcosa nella purezza del suo gesto e della sua abnegazione che è da autentico artista", spiegò, e dopo Capri se ne andò a Wimbledon, dove scrisse uno straordinario pezzo per il New York Times in cui riprese quel concetto.
Capivi la sua libertà intellettuale nel modo in cui affrontava lo sport: nessuna differenza rispetto alla passione e alla competenza che dimostrava quando parlava di Kafka o Céline. E capivi il suo genio dai collegamenti inaspettati e folgoranti: il conformismo era per lui una trappola quanto l'anticonformismo. In quei giorni si innamorò del modo in cui i napoletani cucinano il polipo, e di come a Capri riuscissero a convivere la dolcezza e l'epica: "È il segreto di questa isola bella come nessuna al mondo: è sontuosa e ridente".
Una sera catturò un'enorme cavalletta e la portò in dono a Karen: gliela porse come se fosse un gioiello e lei sorrise con lo stesso entusiasmo. La mattina dopo aveva voglia di giocare a tennis, ma non trovò compagni: chiamai Paolo Sorrentino, ma lui, non so se per pigrizia o perché intimorito dalla qualità di David, non se la sentì, e oggi ricorda l'episodio con autoironia. Decise allora di fare il giro dell'isola a piedi e al ritorno mi parlò di Malaparte e Lenin, conquistato come loro dall'incanto di quei luoghi. E poi ancora di Tiberio, l'imperatore sanguinario che sapeva riconoscere la bellezza. Non riuscì a reggere all'aggressione della successiva depressione, nonostante l'affetto di Jonathan, che si era trasferito ancora una volta da lui per un lungo periodo. Quando andammo tutti al suo memorial, Don DeLillo pronunciò un discorso commosso e disse che quelli di Capri erano stati i suoi ultimi momenti di serenità. Fu Karen a correggerlo: "Di felicità".
Jonathan Franzen gli era rimasto accanto quando era stato aggredito da una crisi depressiva che lo aveva portato sull'orlo del suicidio: lo aveva fatto con grande dedizione, non dico amore perché Jonathan sarebbe il primo a provarne pudore. David ne parlava con l'aria spaurita di chi è riuscito a conquistare finalmente un po' di serenità, ma i suoi demoni li vedevi anche in quello che ti conquistava all'istante: il sorriso di una dolcezza disarmante, la curiosità che negava ogni intellettualismo, l'incanto di fronte alla bellezza eterna dell'isola.
"Un posto così ti riconcilia con la vita", disse di fronte a un tramonto a Punta Tragara, e poi si emozionò come un bambino guardando la luna che inargentava Marina Piccola, piena di barche in rada. "Io lo capisco, Tiberio", aggiunse, "era l'uomo più potente del mondo, ma ha mollato tutto per godere di questo posto". Conosceva la vicenda dell'imperatore, e anche quella del complotto ordito alle sue spalle: "Seiano era divorato dall'ambizione: una meraviglia del genere per lui sarebbe stata indifferente". Era venuto a Capri insieme a un gruppo di scrittori amici, con i quali si parlava di tutto tranne che di letteratura: Jonathan Franzen si dilungava come sempre sugli uccelli, e chiese di visitare l'isola di Vivara dove vivono non so quali volatili. Non soddisfatto, se ne andò a fare birdwatching in Abruzzo: rimase male quando gli inviti a seguirlo vennero ignorati da tutti. Era l'anno dei Mondiali di calcio, e vedevamo le partite insieme: Zadie Smith era la più tifosa, e rivelava una sorprendente competenza.
Teneva per la sua Inghilterra, senza farsi troppe illusioni. Nathan Englander si divertiva a guardarci mentre urlavamo senza ritegno, mentre Jeffrey Eugenides improvvisava le imitazioni di altri scrittori: la più richiesta era quella di Salman Rushdie. Una mattina fu proprio David a organizzare una partita di pallanuoto in piscina, dove il pallone fu sostituito da un infradito: ci impegnammo come se fosse una finale olimpica e vinse la squadra guidata da Zadie, che esultò dopo ogni goal.
David era di gran lunga il più atletico, ma non mostrava uno spirito competitivo: il contrario di Jonathan, che lottava anche per vincere le gare di "Nomi di città, fiori e animali". Jeffrey per un po' duellava con lui, poi capiva che era più divertente godersi lo spettacolo. Il giorno di Italia-Australia ci riunimmo in camera di Davide Azzolini, co-direttore del Festival, e tranne Zadie, che si divertiva a provocarci, tifavamo tutti in maniera sguaiata per l'Italia. Urla, maledizioni, battute irripetibili. E ancora urla. David era il più attento, e nulla lo divertì come il gesto del ciucciotto di Totti.
Neanche allora si era tolto la bandana, e non era un vezzo, ma un modo di sentirsi protetto: la moglie Karen gli stringeva la mano e sorrideva per quel momento spensierato. Più tardi, a cena, ci raccontò cosa amasse del tennis, che aveva praticato da semi-professionista. Era un ammiratore di Federer: "C'è qualcosa nella purezza del suo gesto e della sua abnegazione che è da autentico artista", spiegò, e dopo Capri se ne andò a Wimbledon, dove scrisse uno straordinario pezzo per il New York Times in cui riprese quel concetto.
Capivi la sua libertà intellettuale nel modo in cui affrontava lo sport: nessuna differenza rispetto alla passione e alla competenza che dimostrava quando parlava di Kafka o Céline. E capivi il suo genio dai collegamenti inaspettati e folgoranti: il conformismo era per lui una trappola quanto l'anticonformismo. In quei giorni si innamorò del modo in cui i napoletani cucinano il polipo, e di come a Capri riuscissero a convivere la dolcezza e l'epica: "È il segreto di questa isola bella come nessuna al mondo: è sontuosa e ridente".
Una sera catturò un'enorme cavalletta e la portò in dono a Karen: gliela porse come se fosse un gioiello e lei sorrise con lo stesso entusiasmo. La mattina dopo aveva voglia di giocare a tennis, ma non trovò compagni: chiamai Paolo Sorrentino, ma lui, non so se per pigrizia o perché intimorito dalla qualità di David, non se la sentì, e oggi ricorda l'episodio con autoironia. Decise allora di fare il giro dell'isola a piedi e al ritorno mi parlò di Malaparte e Lenin, conquistato come loro dall'incanto di quei luoghi. E poi ancora di Tiberio, l'imperatore sanguinario che sapeva riconoscere la bellezza. Non riuscì a reggere all'aggressione della successiva depressione, nonostante l'affetto di Jonathan, che si era trasferito ancora una volta da lui per un lungo periodo. Quando andammo tutti al suo memorial, Don DeLillo pronunciò un discorso commosso e disse che quelli di Capri erano stati i suoi ultimi momenti di serenità. Fu Karen a correggerlo: "Di felicità".