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La mission (im)possible di metterlo in italiano

Come far rivivere un linguaggio considerato ostico dal suo stesso autore? Un segreto, svela la traduttrice, c'è. Nascosto nelle mail
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"Questo racconto mi sembra quasi impossibile da tradurre, in particolare per l'abbondanza di usi irregolari, e tipicamente anglofoni, nella punteggiatura e nei dispositivi sintattici"; "non so come puoi sperare di far passare tutto questo in un'altra lingua"; "il racconto non avrà senso oppure dovrai riscriverlo, perdendo molte delle anomalie linguistiche che (a mio parere) sono il suo punto di forza"; "non ho idea di come si possano ottenere questi effetti in traduzione. Desolatamente, David Wallace". Sono tutti brani di una stessa lettera che David Foster Wallace mi scriveva nel giugno 2001, in risposta a una richiesta di chiarimenti su alcuni punti di Incarnazioni di bambini bruciati, un suo racconto che io e Marco Cassini avevamo incluso in un'antologia della nuova narrativa americana (Burned Children of America, minimum fax). Lavoravo come traduttrice solo da tre anni (avevo cominciato proprio con alcuni suoi saggi), e no…
"Questo racconto mi sembra quasi impossibile da tradurre, in particolare per l'abbondanza di usi irregolari, e tipicamente anglofoni, nella punteggiatura e nei dispositivi sintattici"; "non so come puoi sperare di far passare tutto questo in un'altra lingua"; "il racconto non avrà senso oppure dovrai riscriverlo, perdendo molte delle anomalie linguistiche che (a mio parere) sono il suo punto di forza"; "non ho idea di come si possano ottenere questi effetti in traduzione. Desolatamente, David Wallace". Sono tutti brani di una stessa lettera che David Foster Wallace mi scriveva nel giugno 2001, in risposta a una richiesta di chiarimenti su alcuni punti di Incarnazioni di bambini bruciati, un suo racconto che io e Marco Cassini avevamo incluso in un'antologia della nuova narrativa americana (Burned Children of America, minimum fax). Lavoravo come traduttrice solo da tre anni (avevo cominciato proprio con alcuni suoi saggi), e non avevo mai incontrato un tale scetticismo, una tale resistenza, nei confronti del mio mestiere. Mi si spezzò un po' il cuore. Poi, con tutta la cura del mondo, tradussi comunque: perché capivo. Come capisce chiunque ami questo scrittore proverbialmente 'difficile' e cervellotico, e al tempo stesso capace di generare in alcuni lettori una commozione e un'empatia straordinari.

Il punto è che per Wallace il linguaggio era l'unica arma contro il solipsismo, il modo per ovviare al fatto che siamo esseri finitissimi, sofferenti e dolorosamente chiusi in noi stessi. Esprimersi linguisticamente con cura, precisione, originalità, riproducendo nella maniera più genuina possibile la ricchezza di idee, emozioni, immagini che si ha dentro può creare vera comunicazione tra sé e l'altro, scavalcare i confini del corpo, del tempo, dello spazio: è questa la potenza magica della letteratura, il clic che unisce d'un tratto scrittore e lettore nell'attimo in cui le parole sulla pagina creano riconoscimento. "Il mondo reale è pieno di solitudine esistenziale", diceva in un'intervista a Salon subito dopo l'uscita del suo capolavoro, Infinite Jest. "Io non so cosa stai pensando o cosa si prova a stare dentro la tua testa, e tu non sai cosa si prova a stare dentro la mia. Nella letteratura penso che in un certo senso riusciamo a saltare oltre questo muro".

La sua prosa studiatissima e sudatissima in cui non c'è neanche un segno di punteggiatura inserito con sciatteria o per caso, il suo apparente desiderio di rivestire delle parole giuste ogni concavità, convessità e ramificazione del pensiero o della realtà sembrano a volte rasentare la pedanteria ma sono in realtà segno di un'enorme generosità e onestà intellettuale, non un gesto di esibizionismo snob ma il tentativo (appassionato, quasi disperato) di stabilire un contatto autentico e solidale con il lettore. A uno scrittore del genere non c'è da stupirsi che la possibilità del fraintendimento - e comunque l'impossibilità della fedeltà - insita in ogni traduzione facesse paura. Si trattava di mettere quel delicatissimo sforzo nelle mani di qualcun altro, senza poterne verificare l'esito. Lo slang del Sud che aveva parodiato nei personaggi surreali di John Billy, mi chiedeva, che forma avrebbe preso in italiano? E il formale gergo accademico dell'analista di Da una parte e dall'altra sarebbe stato altrettanto straniante?

Eppure, con la sua tipica cura, dopo le dichiarazioni di scetticismo si dedicava a rispondere minuziosamente alle mie domande, dandomi mille spiegazioni sui punti dubbi; e non mancava mai di ribadirmi con affetto la sua fiducia. "C'è uno strano senso di 'perdita di controllo'", mi aveva scritto nel febbraio 2001, "nel sapere che la propria opera viene tradotta in una lingua che uno non conosce, ma allevia molto i miei crampi allo stomaco sapere che sono nelle mani di una persona che sembra conoscere l'inglese bene quanto me". Il nemico di Wallace e della sua scrittura, insomma, non sono mai stati i suoi traduttori (in Italia, sono una dei tanti: hanno lavorato su di lui Giovanna Granato e Edoardo Nesi, nonché, fra libri e antologie, Edoardo Albinati, Adelaide Cioni, Matteo Colombo, Gabriella D'Angelo, Grazia Giua, Cristiana Mennella, Vincenzo Ostuni, Fabio Paracchini, Sergio Claudio Perroni, Francesco Piccolo, Christian Raimo, Giuseppe Strazzeri, Annalisa Villoresi). 

Il nemico di Wallace era la lingua che non assolve con rigore e con passione alla sua funzione salvifica, la lingua banale, sciatta, stereotipata, approssimativa, la lingua che compiace e ottunde, la lingua dell'ironia vuota, cinica e cooptata dal sistema: più nello specifico, la lingua della pubblicità, degli slogan, della propaganda.

Quella che non mette in comunicazione le coscienze, non le fa scintillare, ma le addomestica e le inebetisce, lasciandole isolate e indifese. È contro questa lingua che la sua opera resta un baluardo prezioso; aver contribuito a diffonderla presso i lettori italiani è stato per me un atto d'amore e un privilegio.

L'autrice Traduttrice di molti autori statunitensi, Martina Testa è nata nel 1975. Di David Foster Wallace ha tradotto Il rap spiegato ai bianchi (con Christian Raimo) Tennis, tv, trigonometria, tornado (con Christian Raimo e Vincenzo Ostuni), Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso e La ragazza dai capelli strani