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Accettare la cura per capire chi siamo

A tutti noi, nel corso dell’esistenza, capita prima o poi di ricevere una diagnosi. Un’esperienza radicale che è anche strumento di autoanalisi: ci aiuta a scoprire la nostra finitudine
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Arriva un'età in cui, tra amici, si parla sempre più spesso di medici. Ci si siede a tavola e prima di avviare le conversazioni senza tempo sulla crisi della politica, la bellezza di un libro o il divorzio di un'amica, si passano in rassegna le proprie e altrui condizioni di salute. Artrosi che peggiorano, influenze che non perdonano, cuori che battono troppo lenti o veloci, tumori che compaiono, dal nulla, in famiglie fino a quel momento felici. "Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita". Lo scrive Joan Didion, 85 anni, autrice de L'anno del pensiero magico. La ascolto parlare mentre addomestica le discinesie del Parkinson. Per introdurre una raccolta di saggi sceglie il verso del poeta irlandese Yeats: "Le cose vanno in pezzi, il centro non reggerà". Quante volte ce lo chiediamo, se il centro reggerà. Anche per questo ci scambiamo indirizzi di "bravi medici".

"Chiamalo, è mol…
Arriva un'età in cui, tra amici, si parla sempre più spesso di medici. Ci si siede a tavola e prima di avviare le conversazioni senza tempo sulla crisi della politica, la bellezza di un libro o il divorzio di un'amica, si passano in rassegna le proprie e altrui condizioni di salute. Artrosi che peggiorano, influenze che non perdonano, cuori che battono troppo lenti o veloci, tumori che compaiono, dal nulla, in famiglie fino a quel momento felici. "Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita". Lo scrive Joan Didion, 85 anni, autrice de L'anno del pensiero magico. La ascolto parlare mentre addomestica le discinesie del Parkinson. Per introdurre una raccolta di saggi sceglie il verso del poeta irlandese Yeats: "Le cose vanno in pezzi, il centro non reggerà". Quante volte ce lo chiediamo, se il centro reggerà. Anche per questo ci scambiamo indirizzi di "bravi medici".

"Chiamalo, è molto bravo!". È una forma preziosa dell'amicizia. Inconcepibile quando si è ragazzi, praticata con metodo una volta entrati in quella che Jung chiamava la seconda metà della vita. E con struggimento quando si rende necessaria nella prima, a volte nella primissima, metà della vita. Quando le diagnosi non compaiono, come è giusto, in vecchiaia, ma arrivano, come è ingiusto, in gioventù. Quando la diagnosi sembra arrivare dall'altro mondo e una chemioterapia, una dialisi o uno psicofarmaco entrano nella vita di un bambino. "Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita".

Dalla scarlattina all'Alzheimer, tutti, prima o poi, riceviamo una diagnosi. Può riguardare la nostra salute fisica come quella mentale. O la nostra personalità, che può essere diagnosticata ossessiva, borderline, narcisistica e così via. Insomma, un giorno arriva qualcuno - medico, psichiatra, psicologo - e pronuncia una parola che accompagna e modifica il corso della nostra vita. Per un tratto o per sempre, in meglio o in peggio. Si pensa che la "dia-gnosi", dal greco "conoscere attraverso", sia un processo conoscitivo compiuto da chi la formula. Lo è, ma è anche un momento decisivo della conoscenza di sé. Ed è sempre un incontro: con il nostro corpo, la (s)fiducia nella medicina, la chimica dei farmaci, il passato dell'anamnesi, il futuro della prognosi, la nostra personalità. Al punto che un famoso medico, William Osler, sulle orme di Ippocrate, soleva dire che a volte è più importante sapere quale paziente ha una malattia piuttosto che quale malattia ha un paziente. "Da quando sono ammalato", mi dice un amico, "quello che faccio ha più senso. È più importante, ha più qualità. Ho sprecato tempo facendo cose che non mi piacevano, trascurando le persone che amavo". Grandi e piccole diagnosi accompagnano la nostra vita e ne diventano compagne temporanee, durature, intermittenti. Parlano di noi, del colorito della nostra pelle, del vigore dei nostri capelli, dei vincoli della nostra sessualità, della padronanza dei nostri movimenti, della frequenza delle nostre minzioni, del ritmo del nostro cuore, dell'acutezza della nostra visione, del tono del nostro umore. Ci sono diagnosi che salvano la vita e diagnosi che condannano a morte; diagnosi mancate e diagnosi sbagliate; diagnosi genetiche che vedono oggi la malattia di domani. Ci sono diagnosi infauste che i medici devono comunicare ai pazienti, i figli ai genitori o, il dolore più grande, i genitori ai figli. Ci sono diagnosi socialmente piene di pregiudizi e scientificamente vuote di evidenze (per molto tempo "omosessualità" è stato il nome di una malattia e "isteria" un modo di marchiare l'esperienza femminile del patriarcato). Ci sono diagnosi psichiatriche usate per internare avversari politici e cittadini scomodi; diagnosi colonialiste che hanno esportato nel mondo il canone occidentale. Ci sono diagnosi negate o ingigantite, minimizzate o rimosse. Diagnosi in bilico, come quella tra lutto e depressione.

E poi ci sono le diagnosi, temute o cercate, che ronzano nelle teste di patofobici e ipocondriaci. E le auto-diagnosi, formulate dai cybercondriaci esploratori di sintomi. Una tendenza che testimonia il crescente trasferirsi in rete di esperienze una volta condivise nella relazione medico-paziente. Interrogare la rete per conoscersi può essere un buon ausilio alla cura di sé, purché non si dimentichi che la diagnosi richiede sempre un esperto. Autodidattismo scientifico e dilettantismo medico, soprattutto quando al servizio di tratti ansiosi o propensioni ipocondriache, finiscono per promuovere conclusioni inutilmente terrorizzanti.  Non c'è storia di vita che non sia attraversata da una diagnosi. La quale ci consegna alla dimensione paradossale della medicina: dire la nostra finitudine, scongiurandola.

Il libro Avete appena letto un estratto dal saggio Diagnosi e destino di Vittori Lingiardi, 152 pagine e 12 euro, edito da Einaudi