Fumetti per adulti
Luca Valtorta , di LUCA VALTORTAMercoledì 31 inizia a Lucca la più importante rassegna italiana dedicata ai comics e non solo. Per questa occasione, Gipi, il primo fumettista candidato al Premio Strega, di cui sta per essere ripubblicata l'intera opera, ha realizzato la copertina di Robinson e si racconta in quest'intervista: "La terra dei figli è stata la cosa più difficile che ho fatto. Ma adesso non so più disegnare"
"Non posso fare la copertina per Robinson". Perché? "Non so più disegnare". Proprio lui, primo fumettista candidato al premio Strega, vincitore dei massimi premi internazionali. Non scherza Gipi, è preoccupato, mentre addentiamo pasta fatta in casa nella trattoria casalinga che lo ha adottato. Cucina romana vera perché Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi, uno dei più grandi disegnatori italiani e non solo, ormai da qualche anno si è trasferito nella capitale: "Vengo qui tutti i giorni", dice. Non è proprio Roma ma una casa in campagna a una quarantina di minuti dal centro ma solo se non c'è traffico, in zona Ardeatina dispersa tra campi, viti, strade sterrate. "Non ho toccato una matita per un anno e mezzo. Ho ricominciato solo due giorni prima della Mostra del cinema di Venezia dove avrei presentato il mio film, Il ragazzo più felice del mondo. Mi era venuta un'agitazione, un'…
"Non posso fare la copertina per Robinson". Perché? "Non so più disegnare". Proprio lui, primo fumettista candidato al premio Strega, vincitore dei massimi premi internazionali. Non scherza Gipi, è preoccupato, mentre addentiamo pasta fatta in casa nella trattoria casalinga che lo ha adottato. Cucina romana vera perché Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi, uno dei più grandi disegnatori italiani e non solo, ormai da qualche anno si è trasferito nella capitale: "Vengo qui tutti i giorni", dice. Non è proprio Roma ma una casa in campagna a una quarantina di minuti dal centro ma solo se non c'è traffico, in zona Ardeatina dispersa tra campi, viti, strade sterrate. "Non ho toccato una matita per un anno e mezzo. Ho ricominciato solo due giorni prima della Mostra del cinema di Venezia dove avrei presentato il mio film, Il ragazzo più felice del mondo. Mi era venuta un'agitazione, un'ansia che pensavo di morire e allora ho detto "mi metto a disegnare". Non avrei dovuto farlo, è stato peggio: disegnavo come quando avevo quindici anni. Volevo morire. Avevo perso tutto. Non solo la capacità ma anche la visione, lo stile, tutto. Ho fatto due ore di fogli da schifo e intanto dicevo "Va beh, smetto, è finita". E poi però è arrivato un temporale pazzesco, hanno cominciato a battere i fulmini intorno a casa, ho buttato via i fogli, ho cambiato tipo di carta, ho cambiato i materiali e ho fatto una vignetta di un tipo che dice "Nove. Sono sempre nove i fulmini". Una tipa gli risponde: "Quelli che scompaiono sono i peggiori di tutti. Come puoi essere così egoista?". Un dialogo su due argomenti che non c'entravano nulla l'uno con l'altro". Qualche ora dopo, quando rientriamo a casa, me la farà vedere. Il disegno allora è ritornato, dico. "Boh. Forse è ritornato in quei giorni, adesso non so, l'ho rimesso da parte".
Con Gipi è così. A un certo punto non sei più lì a tavola, lo ascolti raccontare e sei già dentro una storia. La sua. Il disegno era già scomparso anni fa, raccontava, quando ero andato a trovarlo nella casa, dispersa anche quella ma nelle campagne pisane, insieme a Zerocalcare. Credo fosse la prima volta che si incontravano e li avevamo fotografati e intervistati insieme. Anche Calcare lo guardava a occhi sgranati mentre disegnava lo sfondo su cui ognuno avrebbe fatto il suo personaggio. Gipi diceva che il disegno poi era riapparso proprio lì in quella casa nel bosco, lontano da Parigi dove si era trasferito anni prima e dove i fumettisti sono vere rockstar. Quando il disegno tornò Gipi fece unastoria. Un capolavoro. Quando lo presentò a Lucca nel novembre del 2013 tutta la sala piangeva. Chi lo ha letto sa perché. Un periodo buono. A ottobre del 2016 Gipi pubblica La terra dei figli. "Una mazzata a livello mentale, fisico e di disegno. La cosa più difficile che ho mai fatto perché ho levato tutti i trucchetti del mestiere. Trucchetti però non è il termine giusto: era un modo di disegnare. Quando faccio una pagina a colori in acquerello se è un'immagine unica ci metto un'ora e mezzo. Quando in una pagina invece ci metti nove vignette al tratto nero di notte, dove hai scelto - perché sei pazzo - di non usare il nero pieno e quindi una vignetta di cielo sono tre ore di tratto, beh è molto diverso". In La terra dei figli Gipi ha rivoluzionato completamente il suo stile in un'epica sfida contro sé stesso. "Nei libri precedenti io sapevo quasi sempre se una sequenza di pagine generava un'emozione perché era un tipo di narrazione simile alla musica, lo senti subito se una cosa fa effetto o no. In questo invece sapevi solo alla fine se quell'emozione ci sarebbe stata o no: prima andava tutta costruita. Era spaventoso per me lavorare così, avevo molta paura ma allo stesso tempo c'era il piacere del disegno primitivo, quello che provavo da ragazzino".
In La terra dei figli il mondo è in totale decadenza, non si spiega perché, ma tutto è veleno: l'acqua, la terra. I pochi sopravvissuti sono regrediti a uno stadio primordiale anche se gli adulti conservano dei ricordi di come era prima: un padre, i suoi due figli... "All'inizio i due fratelli si esprimevano con trenta parole ciascuno. Poi mi sono accorto che avevo levato il colore, avevo levato il narratore, non potevo togliere anche le parole". E poi ci sono i gemelli Testagrossa che parlano un linguaggio assurdo. "Loro per me sono il male vero: mentre disegnavo quelle pagine volevo solo ucciderli. Ma non potevo. E mi toccava stare con quei due stronzi un altro giorno. Perché io lo sapevo che cos'erano anche se sembravano tanto dolci". Tipo: "Gigaciao! Andiamo a coccolare bestioline indifese!". "Esatto: emotività fasulla, sentimentalismo al posto del sentimento. E le peggiori intenzioni". È roba che viene dalla rete, immagino, parlano quel linguaggio... "Certo. Per farli ho studiato. Sono andato nei peggiori gruppi, quelli dove la signora posta la foto del cagnolino con la zampina fasciata e la scritta "Aiutiamo Fuffi" e poco dopo una foto di migranti "Anneghiamoli tutti!". Mi consolavo dicendo "Ok, è tutto finto, sia la commozione per il cane che l'odio per quelle persone". Poi ho studiato ancora. Libri come La democrazia del narcisismo di Giovanni Orsina. E adesso sono convinto che tutto ciò sia il frutto del narcisismo patologico che per me è il male del momento". I social lo aumentano? "Io non voglio fare quello che li demonizza, la questione è un'altra: a casa mia non entrano i nazisti. Una volta è entrato uno che ha cominciato a dire cose tipo che "però gli ebrei un po' se l'erano meritata" e l'ho buttato fuori. Ecco i tuoi amici veri e virtuali si modellano su cose come questa. Io comunista non sono mai stato, quindi non posso essere accusato di nostalgia. Qualsiasi sistema che comporti la privazione delle libertà individuali mi fa schifo. Il problema è che nei social i nazisti mi entrano in casa o per masochismo o voglia di provocazione ci entro io e quindi la prospettiva si distorce. Si dice: "Oddio come sono diventati gli italiani!". Forse sono sempre stati così ma prima non avevi accesso a quei mondi". Il motivo per cui li va a cercare non è del tutto chiaro allo stesso Gipi. "Ci vado molto meno, quando lo facevo era perché sono un coglione, son fatto così: sono un pisano. Sarebbe anche una cosa giusta se servisse ma mi sono reso conto che non serve a niente".
Poi torniamo a casa. Guardiamo insieme il film e i video - deliranti e divertentissimi - che Gipi e il suo amico Gero fanno per Propaganda Live: "Ci ammazziamo, lavoriamo fino alle tre del mattino e a voltepoi ci svegliamo alle sei, se ci viene una nuova idea". Panorami mozzafiato dalla finestra. Quando finiamo è buio. Luna fantastica in cielo ma poi, alla fine dello sterrato, dove inizia la strada per tornare verso il centro, anche benzinai tristi, traffico, periferia. Poco prima Gipi apre un file nel computer. È la storia di cui mi aveva parlato a pranzo: "Vedi? Sono a pagina quindici". Due tavole. Stacco. Il titolo. Un altro stacco mozzafiato in uno stile completamente diverso. Poi Gipi legge i dialoghi: sono bellissimi. "A un certo punto ho capito. Era una roba che ho in testa da un sacco di anni: un dialogo tra uno che è appena morto e Dio". Il disegno no, non è perso. E la copertina, non solo l'ha fatta ma ritrae proprio chi ci dà il nome: Robinson.
Con Gipi è così. A un certo punto non sei più lì a tavola, lo ascolti raccontare e sei già dentro una storia. La sua. Il disegno era già scomparso anni fa, raccontava, quando ero andato a trovarlo nella casa, dispersa anche quella ma nelle campagne pisane, insieme a Zerocalcare. Credo fosse la prima volta che si incontravano e li avevamo fotografati e intervistati insieme. Anche Calcare lo guardava a occhi sgranati mentre disegnava lo sfondo su cui ognuno avrebbe fatto il suo personaggio. Gipi diceva che il disegno poi era riapparso proprio lì in quella casa nel bosco, lontano da Parigi dove si era trasferito anni prima e dove i fumettisti sono vere rockstar. Quando il disegno tornò Gipi fece unastoria. Un capolavoro. Quando lo presentò a Lucca nel novembre del 2013 tutta la sala piangeva. Chi lo ha letto sa perché. Un periodo buono. A ottobre del 2016 Gipi pubblica La terra dei figli. "Una mazzata a livello mentale, fisico e di disegno. La cosa più difficile che ho mai fatto perché ho levato tutti i trucchetti del mestiere. Trucchetti però non è il termine giusto: era un modo di disegnare. Quando faccio una pagina a colori in acquerello se è un'immagine unica ci metto un'ora e mezzo. Quando in una pagina invece ci metti nove vignette al tratto nero di notte, dove hai scelto - perché sei pazzo - di non usare il nero pieno e quindi una vignetta di cielo sono tre ore di tratto, beh è molto diverso". In La terra dei figli Gipi ha rivoluzionato completamente il suo stile in un'epica sfida contro sé stesso. "Nei libri precedenti io sapevo quasi sempre se una sequenza di pagine generava un'emozione perché era un tipo di narrazione simile alla musica, lo senti subito se una cosa fa effetto o no. In questo invece sapevi solo alla fine se quell'emozione ci sarebbe stata o no: prima andava tutta costruita. Era spaventoso per me lavorare così, avevo molta paura ma allo stesso tempo c'era il piacere del disegno primitivo, quello che provavo da ragazzino".
In La terra dei figli il mondo è in totale decadenza, non si spiega perché, ma tutto è veleno: l'acqua, la terra. I pochi sopravvissuti sono regrediti a uno stadio primordiale anche se gli adulti conservano dei ricordi di come era prima: un padre, i suoi due figli... "All'inizio i due fratelli si esprimevano con trenta parole ciascuno. Poi mi sono accorto che avevo levato il colore, avevo levato il narratore, non potevo togliere anche le parole". E poi ci sono i gemelli Testagrossa che parlano un linguaggio assurdo. "Loro per me sono il male vero: mentre disegnavo quelle pagine volevo solo ucciderli. Ma non potevo. E mi toccava stare con quei due stronzi un altro giorno. Perché io lo sapevo che cos'erano anche se sembravano tanto dolci". Tipo: "Gigaciao! Andiamo a coccolare bestioline indifese!". "Esatto: emotività fasulla, sentimentalismo al posto del sentimento. E le peggiori intenzioni". È roba che viene dalla rete, immagino, parlano quel linguaggio... "Certo. Per farli ho studiato. Sono andato nei peggiori gruppi, quelli dove la signora posta la foto del cagnolino con la zampina fasciata e la scritta "Aiutiamo Fuffi" e poco dopo una foto di migranti "Anneghiamoli tutti!". Mi consolavo dicendo "Ok, è tutto finto, sia la commozione per il cane che l'odio per quelle persone". Poi ho studiato ancora. Libri come La democrazia del narcisismo di Giovanni Orsina. E adesso sono convinto che tutto ciò sia il frutto del narcisismo patologico che per me è il male del momento". I social lo aumentano? "Io non voglio fare quello che li demonizza, la questione è un'altra: a casa mia non entrano i nazisti. Una volta è entrato uno che ha cominciato a dire cose tipo che "però gli ebrei un po' se l'erano meritata" e l'ho buttato fuori. Ecco i tuoi amici veri e virtuali si modellano su cose come questa. Io comunista non sono mai stato, quindi non posso essere accusato di nostalgia. Qualsiasi sistema che comporti la privazione delle libertà individuali mi fa schifo. Il problema è che nei social i nazisti mi entrano in casa o per masochismo o voglia di provocazione ci entro io e quindi la prospettiva si distorce. Si dice: "Oddio come sono diventati gli italiani!". Forse sono sempre stati così ma prima non avevi accesso a quei mondi". Il motivo per cui li va a cercare non è del tutto chiaro allo stesso Gipi. "Ci vado molto meno, quando lo facevo era perché sono un coglione, son fatto così: sono un pisano. Sarebbe anche una cosa giusta se servisse ma mi sono reso conto che non serve a niente".
Poi torniamo a casa. Guardiamo insieme il film e i video - deliranti e divertentissimi - che Gipi e il suo amico Gero fanno per Propaganda Live: "Ci ammazziamo, lavoriamo fino alle tre del mattino e a voltepoi ci svegliamo alle sei, se ci viene una nuova idea". Panorami mozzafiato dalla finestra. Quando finiamo è buio. Luna fantastica in cielo ma poi, alla fine dello sterrato, dove inizia la strada per tornare verso il centro, anche benzinai tristi, traffico, periferia. Poco prima Gipi apre un file nel computer. È la storia di cui mi aveva parlato a pranzo: "Vedi? Sono a pagina quindici". Due tavole. Stacco. Il titolo. Un altro stacco mozzafiato in uno stile completamente diverso. Poi Gipi legge i dialoghi: sono bellissimi. "A un certo punto ho capito. Era una roba che ho in testa da un sacco di anni: un dialogo tra uno che è appena morto e Dio". Il disegno no, non è perso. E la copertina, non solo l'ha fatta ma ritrae proprio chi ci dà il nome: Robinson.