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 La vite è un esempio lampante di pianta "modificata" dall'uomo nei millenni 

L'incredibile viaggio delle piante: come abbiamo creato la verdura domestica

Non solo cane o gatto: anche il mais e la rosa mutano con l’uomo. Insegnandoci l’arte di sopravvivere insieme
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La maggior parte delle piante con le quali abbiamo comunemente a che fare in casa, in giardino, nell'orto o nei parchi, viali e aiuole delle nostre città, non hanno granché in comune con i loro antenati selvatici. Sono quasi tutte, infatti, piante addomesticate e, come tali, talmente lontane dai loro progenitori come un lupo lo è da un barboncino. Anzi, nel caso delle piante la distanza che separa le piante domestiche dai loro progenitori è spesso maggiore. Prendiamo, per esempio, il mais, una delle colture più comuni esistenti sul pianeta. Chiunque ha visto un campo o, perlomeno, una pannocchia di mais. Bene, il suo antenato si chiama teosinte e, credetemi, non lo riconoscereste: non ha nulla a che fare con la pianta del mais. Quando l'uomo iniziò a coltivarlo, circa diecimila anni fa, la sua spiga era formata da otto, dieci semi, e le sue dimensioni non superavano i quattro, cinque centimetri. Nel mais odierno una spiga matura pu&ogr…
La maggior parte delle piante con le quali abbiamo comunemente a che fare in casa, in giardino, nell'orto o nei parchi, viali e aiuole delle nostre città, non hanno granché in comune con i loro antenati selvatici. Sono quasi tutte, infatti, piante addomesticate e, come tali, talmente lontane dai loro progenitori come un lupo lo è da un barboncino. Anzi, nel caso delle piante la distanza che separa le piante domestiche dai loro progenitori è spesso maggiore. Prendiamo, per esempio, il mais, una delle colture più comuni esistenti sul pianeta. Chiunque ha visto un campo o, perlomeno, una pannocchia di mais. Bene, il suo antenato si chiama teosinte e, credetemi, non lo riconoscereste: non ha nulla a che fare con la pianta del mais. Quando l'uomo iniziò a coltivarlo, circa diecimila anni fa, la sua spiga era formata da otto, dieci semi, e le sue dimensioni non superavano i quattro, cinque centimetri. Nel mais odierno una spiga matura può essere lunga anche quaranta centimetri e contenere fino a mille semi. Irriconoscibile. Lo stesso vale per il grano, il pomodoro, il riso, la melanzana, il peperone, la rosa, la margherita, il tulipano, la mela, la vite, la banana, la magnolia, il tiglio, il pioppo o qualunque altra pianta abbia intrapreso un cammino comune con l'uomo. 

Perché questa è l'addomesticazione: un lungo viaggio comune durante il quale due specie imparano a stare insieme, che si consolida in un rapporto mutualistico dal quale sia l'addomesticato che l'addomesticatore traggono dei benefici. Anzi, a voler essere pedanti, utilizzando una delle definizioni più recenti: "l'addomesticazione è una relazione multigenerazionale e mutualistica in cui un organismo assume un significativo grado di influenza sulla riproduzione e la cura di un altro organismo al fine di garantirsi una fornitura certa e continua di una o più risorse di interesse. Attraverso la stessa relazione, l'organismo partner ottiene dei vantaggi rispetto agli individui che rimangono fuori da questo rapporto privilegiato". Un processo che, contrariamente a quanto si crede, non è nella totale disponibilità dell'uomo, ma è piuttosto un pas de deux fra due partner consenzienti. 

Non tutte le specie animali o vegetali possono diventare domestiche. L'addomesticazione richiede consuetudine, prossimità con l'uomo, capacità di convivenza e caratteristiche fisiche compatibili. E, infine, una volta che tutto questo sia stabilito, c'è ancora il caso di cui tenere conto. Perché abbiamo addomesticato il lupo e non la volpe o il licaone? Perché il grano e il riso e non un'altra delle centinaia di specie vegetali che producono semi ricchi di amido? Perché la vite e non un'altra bacca? Per caso. Alcuni preferirebbero, forse, parlare di fortuna. Io sarei più cauto: non è affatto un evento fortunato per qualunque organismo vivente entrare in rapporto con l'uomo. Fare affari con noi, infatti, anche se all'inizio può sembrare una buona idea, a conti fatti assomiglia molto ad un patto con il diavolo: ci si perde l'anima.

È quanto accaduto a qualunque essere vivente, animale o vegetale, sia mai stato addomesticato dall'uomo; il processo di domesticazione prevede, infatti, la perdita di tutte quelle caratteristiche che rendono autonomo un essere vivente. Una pianta domestica rispetto al suo antenato selvatico è priva della maggior parte delle sue abilità. È inerme di fronte ai patogeni, non resiste agli stress termici (caldo o freddo) o idrici (poca o troppa acqua), non è capace di trovare nel suolo le sostanze nutritive che le servono, non sa perfino più come comunicare con i propri simili. Dipende totalmente dall'uomo, che deve difenderla, nutrirla, accudirla, addirittura riprodurla. Prendiamo, ad esempio, la questione dei semi. Poiché danno fastidio li abbiamo rimossi da molti frutti, impedendo il normale processo riproduttivo della specie.

Banane, agrumi, uve apireni (senza semi) hanno perso la capacità di riprodursi sessualmente e sopravvivono soltanto grazie all'uomo che le propaga per via vegetativa, attraverso la creazione di milioni e milioni di piante clonali - geneticamente tutte uguali fra di loro come lo sono dei gemelli omozigoti. Il rischio per queste specie domestiche è enorme; poiché le piante sono geneticamente identiche, in caso di sensibilità ad un qualunque patogeno, l'intera popolazione è a rischio di essere cancellata. Non essendoci variabilità genetica, se una pianta è suscettibile, anche tutte le altre lo sono nella stessa misura. Dicevamo di patto con il diavolo? Beh, sappiate che questa tendenza a rimuovere i semi dai frutti è dilagante. I nostri figli non vedranno più semi nella loro frutta. La presenza di semi è considerato un difetto da eliminare. Una parte consistente dell'umanità si sta rapidamente trasformando in delicate e schizzinose principesse sul pisello, incapaci di tollerare la minima scomodità, semi compresi. Che il seme sia fondamentale perché un'altra specie possa riprodursi e sopravvivere, non ci riguarda. Basta che non sia molesto. Eppure, avete mai pensato a che capolavoro sia un seme? Una capsula capace di preservare al proprio interno un embrione vitale, in condizioni ambientali variabili e spesso proibitive, per un inverosimile numero di anni.

Fare la stessa cosa con un embrione animale - che non è affatto più complesso o delicato del suo corrispondente vegetale - richiede la conservazione in azoto liquido a temperature prossime a - 196 °C. Il seme sembra progettato dal dio del packaging, magari fossimo capaci di fare cose del genere. Le piante sono la vita stessa di questo pianeta, ci sopravvivranno e ripareranno ai nostri danni in un battito di ciglia. Ma finché ci siamo anche noi, faremmo meglio a imitarle invece che sterilizzarle.

Il libro e l’autore L’incredibile viaggio delle piante è l’ultimo libro di Stefano Mancuso, in uscita per Laterza il 15 novembre con gli acquerelli di Grisha Fischer (144 pagine, 18 euro). Stefano Mancuso è neurobiologo vegetale. Insegna alla facoltà di Agraria dell’Università di Firenze