Su la testa: dialogo con Roberto Saviano e Sandro Veronesi
Simonetta Fiori , di SIMONETTA FIORIDalla frontiera dei migranti al fango della politica (e alla politica del fango) il manifesto dei due scrittori, che qui vi presentiamo, rilancia una questione oggi più attuale che mai: torna l’impegno degli intellettuali?
Forse qualcosa sta succedendo, nell'Italia sovranista che abbandona i migranti in mare e invoca una stampa irreggimentata. Una scossa civile che tocca corde profonde, accende le coscienze degli intellettuali e divampa nelle piazze: magari diverse nell'ispirazione - a Torino contro la sospensione della Tav e a Milano e Roma contro una politica che calpesta i diritti dell'uomo - ma unite nella rivolta al medioevo gialloverde. "È arrivato il tempo della resistenza e del dissenso", ha scritto ieri Gustavo Zagrebelsky nell'editoriale di Repubblica. Il mutamento di clima è fotografato anche da un libro di Sandro Veronesi Cani d'estate che invoca una ribellione morale fino a spingere in campo "il corpo". "Stavo lavorando al mio nuovo romanzo ma ho preferito lasciarlo per dedicarmi ad altro", racconta Veronesi. "Ammetto che mi è costato - scrivo un romanzo ogni cinque anni - ma ho sentito che c'era qualcosa di pi&…
Forse qualcosa sta succedendo, nell'Italia sovranista che abbandona i migranti in mare e invoca una stampa irreggimentata. Una scossa civile che tocca corde profonde, accende le coscienze degli intellettuali e divampa nelle piazze: magari diverse nell'ispirazione - a Torino contro la sospensione della Tav e a Milano e Roma contro una politica che calpesta i diritti dell'uomo - ma unite nella rivolta al medioevo gialloverde. "È arrivato il tempo della resistenza e del dissenso", ha scritto ieri Gustavo Zagrebelsky nell'editoriale di Repubblica. Il mutamento di clima è fotografato anche da un libro di Sandro Veronesi Cani d'estate che invoca una ribellione morale fino a spingere in campo "il corpo". "Stavo lavorando al mio nuovo romanzo ma ho preferito lasciarlo per dedicarmi ad altro", racconta Veronesi. "Ammetto che mi è costato - scrivo un romanzo ogni cinque anni - ma ho sentito che c'era qualcosa di più urgente come imbarcarsi nelle navi delle ong che soccorrono i migranti. E ho voluto raccontarlo in questo pamphlet". In collegamento via Skype, Roberto Saviano non può che accogliere la chiamata alle armi: da anni interpreta anche sul piano narrativo un filone civile che in Italia sembrava assopito. Ma cosa significa essere intellettuali engagé in un paese mai come oggi intriso di antintellettualismo? E come si vive da scrittore militante, senza la politica e nel tritacarne del web?
Questa estate alla nave Aquarius, oggi tenuta sotto sequestro, Salvini impedisce l'attracco nei porti italiani. Una decisione che mette in moto qualcosa.
Sandro Veronesi: "In tanti abbiamo cominciato ad abbaiare. A scatenare la canea sono due parole usate da Salvini, "pacchia" e "crociera", che hanno reso ancora più intollerabile l'accaduto. Sull'Aquarius c'erano uomini e donne che avevano rischiato la morte, nei campi libici e in mare. Mi sono sentito impotente come scrittore. Era già una sconfitta dover replicare a parole così sbagliate con altre parole. Molto frustrante. E ho sentito la necessità di metterci il corpo, ossia di rendermi disponibile per una missione su una di quelle navi. Così ho scritto una lettera pubblica a Roberto, che il "corpo" l'ha messo in campo da molti anni. Sono state tantissime le adesioni di scrittori, artisti, registi. Qualcuno si è già imbarcato. Altri seguiranno, io conto di farlo in primavera. E presto usciranno i libri di Elena Stancanelli e Michela Murgia".
Ma invocare il corpo perché la parola è insufficiente non è già un atto di resa?
Roberto Saviano: "Sandro ha richiamato una forma di impegno che lega il corpo alla parola: l'essere conseguenti. E io vi ho letto anche una reazione al silenzio in cui sono piombate nell'ultimo anno diverse figure pubbliche in passato sempre inclini a prender posizione. Improvvisamente sono diventate prudenti, nel timore di diventare bersagli dell'aggressione social. Ma oggi è impossibile sfuggirvi. Prima per prendere posizione bastava firmare un appello o scrivere un articolo. Ora non è più così. Perché dall'altra parte c'è chi sta in trincea sempre, in un assedio continuo. E quindi all'intellettuale, al giornalista, allo scrittore viene richiesto un impegno quotidiano".
Veronesi: "Essere stato taggato sui social con Roberto mi ha fatto capire cosa significhi ricevere insulti tutti i giorni, avere un corpo mediatico trafitto come quello di San Sebastiano: le frecce arrivano da tutte le parti. Non ci si può più limitare a prendere posizione solo una volta. E questo significa sporcarsi. Perché, se combatti nel fango, che tu vinca o perda alla fine qualche schizzo lo becchi comunque".
Questa lotta nel fango è l'immersione nella comunicazione social, in cui entrambi siete impegnati. Ma non temete che lo strumento porti a un impoverimento del pensiero? Nei tweet estivi di Veronesi contro Salvini e "il suo filo di bava" si fa fatica a riconoscere l'autore di "Caos calmo".
Veronesi: "Quei tweet sono stati il momento più basso, ma poi da lì sono risalito. Per me Twitter ha rappresentato una sfida: 140 caratteri, ora 280, per uno scrittore verboso! Questo però non significa che io abbia cambiato i miei riferimenti intellettuali. Ma se scegli di fare la lotta non puoi limitarti a una presenza museale, come chi twitta "domani presentazione del mio libro...". Devi abbandonare il tuo solito sguardo, interno alla letteratura o alla musica".
Saviano: "Mi è chiara l'obiezione che ci muovi. Il linguaggio è determinato dal mezzo e io lavoro moltissimo nel tentativo di far passare dei contenuti su piattaforme che li respingono. I social network si nutrono di succhi gastrici. L'algoritmo predilige lo scontro basso e veloce, quindi non ragionato: se rispondo dopo un'ora sono già tagliato fuori. Questo significa che sei costretto a parlare con un ritmo e una sintesi che ti allontanano dal tuo modo di esprimerti. Ma non è internet ad avere generato tutto questo, piuttosto l'assenza di regole. Tutte le invenzioni, senza regole, diventano regressive. E qui vedo una grande responsabilità degli intellettuali perché all'inizio ci si è illusi che finalmente ci sarebbero stati giornali liberi, tv libere e la possibilità per ciascuno di esprimere il proprio talento. Non è stato così. Abbiamo peccato di miopia e ne paghiamo le conseguenze".
Veronesi: "Io non ho mai abboccato alle sirene della sinistra che plaude ai social. E ho sempre citato Muhammad Ali: se io avessi incontrato Foreman nel vicolo dell'angiporto mi avrebbe massacrato; fortunatamente l'ho incontrato sul ring dove ci sono delle regole e ho vinto io. Le regole sono necessarie. È questo il problema: oggi non si paga più per quello che si dice e si fa in rete".
Con l'azzeramento delle mediazioni e delle competenze, il web ha finito per amplificare l'antintellettualismo. L'attuale classe politica è il prodotto di tutto questo. Il risultato è che mai nella storia repubblicana abbiamo vissuto in un clima pubblico così ferocemente ostile al pensiero critico. Anche l'attacco ai giornali è frutto di questa temperie.
Saviano: "Chi governa è allarmato dalla complessità, che viene vissuta come macchinazione e truffa. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un rovesciamento: un post ammiccante e una frase apodittica sono segno di libertà e integrità, mentre risulta sospetto e manipolatorio l'approfondimento affidato a un libro oppure a un articolo lungo. È superata l'idea stessa di militanza, confinata nell'arcipelago dell'estrema destra: è stata sostituita dalla tifoseria, che invece vuole l'applauso e il boato da stadio".
Veronesi: "Questa insofferenza alla cultura è tipica delle situazioni derelitte. Basta leggere gli scrittori della fine dell'impero sovietico come Popov che narra di cinque operai in un cantiere: nella pausa di lavoro, intorno all'unico muratore che prende in mano un libro si crea un clima di sospetto. Il solo atto di leggere fa balenare la possibilità che quell'operaio possa intendersela con il padrone".
Il divorzio tra cultura e politica non è recente. Nasce trent'anni fa e si è manifestato con evidenza nell'era berlusconiana. E neppure il governo di Renzi ne è stato immune, con la sua insofferenza ai "gufi" e ai "professoroni". Qual è il tratto che distingue l'attuale passaggio?
Saviano: "Prima esisteva un controcampo. Quando Berlusconi attaccava con le sue milizie mediatiche, scattava immediatamente una reazione. Oggi la risposta mi sembra molto flebile. E invece sembra sempre più larga la condivisione di un'istanza anticulturale".
Veronesi: "A me pare che il disprezzo degli intellettuali, che in passato ho avuto modo di sperimentare, abbia assunto tonalità più sinistre. Mi viene in mente il fascismo. Le citazioni di Salvini del "me ne frego" e del "tiro dritto" non sono casuali. E ha ragione Roberto quando richiama l'attacco mosso a Giacomo Matteotti: era il radical chic dell'epoca, gli obiettavano che i suoi possedimenti gli impedivano di stare dalla parte dei lavoratori".
Io suggerirei cautela in queste analogie: Matteotti fu assassinato. E sotto il fascismo si finiva in galera.
Saviano: "Sì, certo: Matteotti fu soppresso fisicamente, ma oggi gli basta sopprimerti civilmente. Screditarti. E il metodo resta lo stesso. C'è poi una differenza rispetto a un passato più recente. Quando Pasolini veniva attaccato da Il Borghese, c'era un mondo che faceva un ampio lavoro intellettuale e umano per difenderlo. Oggi in Italia chi ti difende? Per questo è necessario creare un fronte comune di difesa".
Ma in assenza della politica è possibile ricostruire una società culturale?
Veronesi: "Ne vedo traccia su scala europea. È significativo che per questo mio libretto la Spagna abbia già chiesto i diritti. Sta crescendo in Europa una comunità intellettuale e scientifica dove non è ritenuto ammissibile attaccare i vaccini o mettere in discussione i diritti fondamentali".
Anche in Italia ci sono segni di reazione. Pur diverse, le piazze piene ci raccontano una volontà di ribellione.
Veronesi: "La scintilla che mi ha reso disponibile a partire per le acque più agitate del Mediterraneo ha riguardato molte persone: perché in gioco è la differenza tra vita e la morte. Conteranno? Non conteranno? Sicuramente ci sono. E questo porterà a un cambiamento".
Saviano: "Di queste piazze mi è piaciuta la capacità di organizzarsi, il metodo spontaneo. Ma c'è di più: è come se tante individualità si fossero trovate in una collettività. E questo è fondamentale: bisogna continuare a vedersi, a guardarsi negli occhi, a fare comunità. La vera forza del populismo a cinque stelle è stata costruire incontri politici che fossero giochi teatrali, comici, capaci di assorbire la rabbia e "lenire" le sofferenze delle persone. Temo però che ci voglia tempo. Anche il tempo di fallire. E oggi più che mai il percorso deve essere europeo. Non possiamo più pensare di fare un passo da soli".
Il libro e l’autore L’ultimo libro di Sandro Veronesi Cani d’estate (La nave di Teseo, 7 euro, 112 pagine) sarà in libreria da giovedì 29 novembre. Veronesi (Firenze, 1959) esordisce nel 1988 con Per dove parte questo treno allegro. Tra i suoi romanzi più recenti: Caos calmo (premio Strega 2006), XY (2010), Terre rare (2014), Non dirlo. Il vangelo di Marco (2015)
Questa estate alla nave Aquarius, oggi tenuta sotto sequestro, Salvini impedisce l'attracco nei porti italiani. Una decisione che mette in moto qualcosa.
Sandro Veronesi: "In tanti abbiamo cominciato ad abbaiare. A scatenare la canea sono due parole usate da Salvini, "pacchia" e "crociera", che hanno reso ancora più intollerabile l'accaduto. Sull'Aquarius c'erano uomini e donne che avevano rischiato la morte, nei campi libici e in mare. Mi sono sentito impotente come scrittore. Era già una sconfitta dover replicare a parole così sbagliate con altre parole. Molto frustrante. E ho sentito la necessità di metterci il corpo, ossia di rendermi disponibile per una missione su una di quelle navi. Così ho scritto una lettera pubblica a Roberto, che il "corpo" l'ha messo in campo da molti anni. Sono state tantissime le adesioni di scrittori, artisti, registi. Qualcuno si è già imbarcato. Altri seguiranno, io conto di farlo in primavera. E presto usciranno i libri di Elena Stancanelli e Michela Murgia".
Ma invocare il corpo perché la parola è insufficiente non è già un atto di resa?
Roberto Saviano: "Sandro ha richiamato una forma di impegno che lega il corpo alla parola: l'essere conseguenti. E io vi ho letto anche una reazione al silenzio in cui sono piombate nell'ultimo anno diverse figure pubbliche in passato sempre inclini a prender posizione. Improvvisamente sono diventate prudenti, nel timore di diventare bersagli dell'aggressione social. Ma oggi è impossibile sfuggirvi. Prima per prendere posizione bastava firmare un appello o scrivere un articolo. Ora non è più così. Perché dall'altra parte c'è chi sta in trincea sempre, in un assedio continuo. E quindi all'intellettuale, al giornalista, allo scrittore viene richiesto un impegno quotidiano".
Veronesi: "Essere stato taggato sui social con Roberto mi ha fatto capire cosa significhi ricevere insulti tutti i giorni, avere un corpo mediatico trafitto come quello di San Sebastiano: le frecce arrivano da tutte le parti. Non ci si può più limitare a prendere posizione solo una volta. E questo significa sporcarsi. Perché, se combatti nel fango, che tu vinca o perda alla fine qualche schizzo lo becchi comunque".
Questa lotta nel fango è l'immersione nella comunicazione social, in cui entrambi siete impegnati. Ma non temete che lo strumento porti a un impoverimento del pensiero? Nei tweet estivi di Veronesi contro Salvini e "il suo filo di bava" si fa fatica a riconoscere l'autore di "Caos calmo".
Veronesi: "Quei tweet sono stati il momento più basso, ma poi da lì sono risalito. Per me Twitter ha rappresentato una sfida: 140 caratteri, ora 280, per uno scrittore verboso! Questo però non significa che io abbia cambiato i miei riferimenti intellettuali. Ma se scegli di fare la lotta non puoi limitarti a una presenza museale, come chi twitta "domani presentazione del mio libro...". Devi abbandonare il tuo solito sguardo, interno alla letteratura o alla musica".
Saviano: "Mi è chiara l'obiezione che ci muovi. Il linguaggio è determinato dal mezzo e io lavoro moltissimo nel tentativo di far passare dei contenuti su piattaforme che li respingono. I social network si nutrono di succhi gastrici. L'algoritmo predilige lo scontro basso e veloce, quindi non ragionato: se rispondo dopo un'ora sono già tagliato fuori. Questo significa che sei costretto a parlare con un ritmo e una sintesi che ti allontanano dal tuo modo di esprimerti. Ma non è internet ad avere generato tutto questo, piuttosto l'assenza di regole. Tutte le invenzioni, senza regole, diventano regressive. E qui vedo una grande responsabilità degli intellettuali perché all'inizio ci si è illusi che finalmente ci sarebbero stati giornali liberi, tv libere e la possibilità per ciascuno di esprimere il proprio talento. Non è stato così. Abbiamo peccato di miopia e ne paghiamo le conseguenze".
Veronesi: "Io non ho mai abboccato alle sirene della sinistra che plaude ai social. E ho sempre citato Muhammad Ali: se io avessi incontrato Foreman nel vicolo dell'angiporto mi avrebbe massacrato; fortunatamente l'ho incontrato sul ring dove ci sono delle regole e ho vinto io. Le regole sono necessarie. È questo il problema: oggi non si paga più per quello che si dice e si fa in rete".
Con l'azzeramento delle mediazioni e delle competenze, il web ha finito per amplificare l'antintellettualismo. L'attuale classe politica è il prodotto di tutto questo. Il risultato è che mai nella storia repubblicana abbiamo vissuto in un clima pubblico così ferocemente ostile al pensiero critico. Anche l'attacco ai giornali è frutto di questa temperie.
Saviano: "Chi governa è allarmato dalla complessità, che viene vissuta come macchinazione e truffa. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un rovesciamento: un post ammiccante e una frase apodittica sono segno di libertà e integrità, mentre risulta sospetto e manipolatorio l'approfondimento affidato a un libro oppure a un articolo lungo. È superata l'idea stessa di militanza, confinata nell'arcipelago dell'estrema destra: è stata sostituita dalla tifoseria, che invece vuole l'applauso e il boato da stadio".
Veronesi: "Questa insofferenza alla cultura è tipica delle situazioni derelitte. Basta leggere gli scrittori della fine dell'impero sovietico come Popov che narra di cinque operai in un cantiere: nella pausa di lavoro, intorno all'unico muratore che prende in mano un libro si crea un clima di sospetto. Il solo atto di leggere fa balenare la possibilità che quell'operaio possa intendersela con il padrone".
Il divorzio tra cultura e politica non è recente. Nasce trent'anni fa e si è manifestato con evidenza nell'era berlusconiana. E neppure il governo di Renzi ne è stato immune, con la sua insofferenza ai "gufi" e ai "professoroni". Qual è il tratto che distingue l'attuale passaggio?
Saviano: "Prima esisteva un controcampo. Quando Berlusconi attaccava con le sue milizie mediatiche, scattava immediatamente una reazione. Oggi la risposta mi sembra molto flebile. E invece sembra sempre più larga la condivisione di un'istanza anticulturale".
Veronesi: "A me pare che il disprezzo degli intellettuali, che in passato ho avuto modo di sperimentare, abbia assunto tonalità più sinistre. Mi viene in mente il fascismo. Le citazioni di Salvini del "me ne frego" e del "tiro dritto" non sono casuali. E ha ragione Roberto quando richiama l'attacco mosso a Giacomo Matteotti: era il radical chic dell'epoca, gli obiettavano che i suoi possedimenti gli impedivano di stare dalla parte dei lavoratori".
Io suggerirei cautela in queste analogie: Matteotti fu assassinato. E sotto il fascismo si finiva in galera.
Saviano: "Sì, certo: Matteotti fu soppresso fisicamente, ma oggi gli basta sopprimerti civilmente. Screditarti. E il metodo resta lo stesso. C'è poi una differenza rispetto a un passato più recente. Quando Pasolini veniva attaccato da Il Borghese, c'era un mondo che faceva un ampio lavoro intellettuale e umano per difenderlo. Oggi in Italia chi ti difende? Per questo è necessario creare un fronte comune di difesa".
Ma in assenza della politica è possibile ricostruire una società culturale?
Veronesi: "Ne vedo traccia su scala europea. È significativo che per questo mio libretto la Spagna abbia già chiesto i diritti. Sta crescendo in Europa una comunità intellettuale e scientifica dove non è ritenuto ammissibile attaccare i vaccini o mettere in discussione i diritti fondamentali".
Anche in Italia ci sono segni di reazione. Pur diverse, le piazze piene ci raccontano una volontà di ribellione.
Veronesi: "La scintilla che mi ha reso disponibile a partire per le acque più agitate del Mediterraneo ha riguardato molte persone: perché in gioco è la differenza tra vita e la morte. Conteranno? Non conteranno? Sicuramente ci sono. E questo porterà a un cambiamento".
Saviano: "Di queste piazze mi è piaciuta la capacità di organizzarsi, il metodo spontaneo. Ma c'è di più: è come se tante individualità si fossero trovate in una collettività. E questo è fondamentale: bisogna continuare a vedersi, a guardarsi negli occhi, a fare comunità. La vera forza del populismo a cinque stelle è stata costruire incontri politici che fossero giochi teatrali, comici, capaci di assorbire la rabbia e "lenire" le sofferenze delle persone. Temo però che ci voglia tempo. Anche il tempo di fallire. E oggi più che mai il percorso deve essere europeo. Non possiamo più pensare di fare un passo da soli".
Il libro e l’autore L’ultimo libro di Sandro Veronesi Cani d’estate (La nave di Teseo, 7 euro, 112 pagine) sarà in libreria da giovedì 29 novembre. Veronesi (Firenze, 1959) esordisce nel 1988 con Per dove parte questo treno allegro. Tra i suoi romanzi più recenti: Caos calmo (premio Strega 2006), XY (2010), Terre rare (2014), Non dirlo. Il vangelo di Marco (2015)