Alessandro Leogrande, un anno dopo, il suo mondo rivive nelle scuole
di PAOLO DI PAOLOA dodici mesi dalla morte del giornalista e scrittore quarantenne l'iniziativa per far studiare ai ragazzi i suoi libri, il suo metodo e la sua passione civile
"Il violento mestiere di scrivere è sempre coinciso con la capacità di dire immediatamente ciò che si vuole dire, e nel modo migliore. È importante lo sguardo con cui si osservano le cose, i conflitti sociali, i grandi e piccoli sommovimenti, l'arbitrio del potere, le reazioni delle vittime o dei dissidenti". In queste righe Alessandro Leogrande faceva il ritratto del giornalista d'inchiesta argentino Rodolfo Walsh, ed è uno dei suoi testi ultimi. Insisteva subito dopo sull'importanza del come si racconta: l'esattezza della scrittura, la precisione, che conta quanto la prospettiva. Ma ancora: "Da che parte stai, per cosa o per chi in fondo stai scrivendo, e - soprattutto - che cosa fai, come agisci, dopo aver scritto: sono queste le domande che sembrano assillarlo, costantemente". Sono queste le domande che assillavano costantemente anche Leogrande. È passato un anno dalla sua morte, e non è stato un …
"Il violento mestiere di scrivere è sempre coinciso con la capacità di dire immediatamente ciò che si vuole dire, e nel modo migliore. È importante lo sguardo con cui si osservano le cose, i conflitti sociali, i grandi e piccoli sommovimenti, l'arbitrio del potere, le reazioni delle vittime o dei dissidenti". In queste righe Alessandro Leogrande faceva il ritratto del giornalista d'inchiesta argentino Rodolfo Walsh, ed è uno dei suoi testi ultimi. Insisteva subito dopo sull'importanza del come si racconta: l'esattezza della scrittura, la precisione, che conta quanto la prospettiva. Ma ancora: "Da che parte stai, per cosa o per chi in fondo stai scrivendo, e - soprattutto - che cosa fai, come agisci, dopo aver scritto: sono queste le domande che sembrano assillarlo, costantemente". Sono queste le domande che assillavano costantemente anche Leogrande. È passato un anno dalla sua morte, e non è stato un anno qualunque. Era il 26 novembre del 2017, e lui ne aveva da poco compiuti quaranta. Giornalista, scrittore, coniugava narrazione, inchiesta e saggio in modo esemplare, come nel fondamentale "Uomini e caporali", il viaggio del 2008 tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud; e come nel più recente "La frontiera". Al centro di quelle pagine, c'era l'immane naufragio del 3 ottobre 2013 alle coste di Lampedusa: "Ogni istante che lo precede sembra essere stato risucchiato nelle viscere del mare, assieme al relitto in secca sul fondale". Leogrande ricostruisce tappa per tappa, lavora sulle tracce, salda le fonti dirette a un piccolo, controllatissimo spazio di immaginazione: quel tanto che serve a scaldare emotivamente la pagina; mette in gioco sé stesso, il proprio sguardo, l'effettiva capacità di comprensione, di immedesimazione.
Parecchi temi su cui aveva lavorato - appunto, le rotte dei migranti, le schiavitù contemporanee, e i muri, le nuove forme di cittadinanza - restano sempre drammaticamente centrali. Ma non c'è più la sua voce - mai strepitante, la più rigorosa, la meno approssimativa, la meno semplificatoria. D'altra parte, rispetto a ciò che valeva, ha avuto comunque troppo scarsa risonanza. E adesso che sui "suoi" temi urla anche chi dovrebbe evitarlo, chi dovrebbe fare lo sforzo di non semplificare, di non irridere, di non ghignare, di non aggiungere confusione a confusione, tenere viva la voce di Leogrande, renderla udibile, non è facile. Tanto più nello sconcerto, nell'incredulità che la sua morte ha prodotto fra compagni di strada: della nostra generazione era forse davvero il solo che somigliasse a un maestro. Uno da cui si potesse imparare. Uno che non esitavi ad ammirare.
"Nessuno di noi - come ha scritto Christian Raimo - avrebbe avuto né il tempo di formarsi sulle migliaia di testi di storia, sociologia, filosofia, letteratura che lui aveva letto, mentre noi ci eravamo persi nelle mode letterarie e politiche del momento. Né la capacità e la voglia d'intrecciare le centinaia relazioni che Leogrande ha intrecciato per scrivere i suoi articoli, le sue inchieste, cercando e conoscendo le persone giuste, quelle che non avevamo avuto l'intelligenza di riconoscere come le voci più interessanti per capire il nostro tempo e i nostri luoghi".
Con altri scrittori e con la casa editrice di diversi suoi libri, Feltrinelli, abbiamo pensato che si dovesse scommettere sul futuro del suo lavoro. Così è nata l'iniziativa "100 scuole per Alessandro Leogrande" (info: scuola@feltrinelli.it) vorremmo che il 20 maggio prossimo, la sua data di nascita, almeno cento scuole lavorassero in contemporanea sui libri di Leogrande, ciascuna stabilendo liberamente come, e documentandolo. Così da avere, quel giorno, una mappa italiana illuminata da cento presìdi in cui la lezione di Leogrande torna viva. Come se - lui che era sempre in treno - fosse di nuovo in viaggio.
Parecchi temi su cui aveva lavorato - appunto, le rotte dei migranti, le schiavitù contemporanee, e i muri, le nuove forme di cittadinanza - restano sempre drammaticamente centrali. Ma non c'è più la sua voce - mai strepitante, la più rigorosa, la meno approssimativa, la meno semplificatoria. D'altra parte, rispetto a ciò che valeva, ha avuto comunque troppo scarsa risonanza. E adesso che sui "suoi" temi urla anche chi dovrebbe evitarlo, chi dovrebbe fare lo sforzo di non semplificare, di non irridere, di non ghignare, di non aggiungere confusione a confusione, tenere viva la voce di Leogrande, renderla udibile, non è facile. Tanto più nello sconcerto, nell'incredulità che la sua morte ha prodotto fra compagni di strada: della nostra generazione era forse davvero il solo che somigliasse a un maestro. Uno da cui si potesse imparare. Uno che non esitavi ad ammirare.
"Nessuno di noi - come ha scritto Christian Raimo - avrebbe avuto né il tempo di formarsi sulle migliaia di testi di storia, sociologia, filosofia, letteratura che lui aveva letto, mentre noi ci eravamo persi nelle mode letterarie e politiche del momento. Né la capacità e la voglia d'intrecciare le centinaia relazioni che Leogrande ha intrecciato per scrivere i suoi articoli, le sue inchieste, cercando e conoscendo le persone giuste, quelle che non avevamo avuto l'intelligenza di riconoscere come le voci più interessanti per capire il nostro tempo e i nostri luoghi".
Con altri scrittori e con la casa editrice di diversi suoi libri, Feltrinelli, abbiamo pensato che si dovesse scommettere sul futuro del suo lavoro. Così è nata l'iniziativa "100 scuole per Alessandro Leogrande" (info: scuola@feltrinelli.it) vorremmo che il 20 maggio prossimo, la sua data di nascita, almeno cento scuole lavorassero in contemporanea sui libri di Leogrande, ciascuna stabilendo liberamente come, e documentandolo. Così da avere, quel giorno, una mappa italiana illuminata da cento presìdi in cui la lezione di Leogrande torna viva. Come se - lui che era sempre in treno - fosse di nuovo in viaggio.