I tre tenori del noir: così raccontiamo l'Italia di oggi
Claudia Morgoglione , di CLAUDIA MORGOGLIONE"Robinson" riunisce Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni. Per parlare del loro gioco di squadra, che li spinge a pubblicare libri scritti a sei mani. E per capire perché i loro romanzi sono gli unici a raccontare davvero il nostro Paese
"Il noir, specchio d'Italia, ha una scuola. E questa scuola siamo noi". L'incontro fra i tre tenori del thriller nostrano - Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni - comincia in totale relax, tra sorrisi, abbracci, prese in giro bonarie. Un'atmosfera calda che contrasta con la fredda eleganza della location, un hotel romano a pochi passi dalla stazione Termini. Poi però, quando il dialogo entra nel vivo, le battute lasciano il posto alle riflessioni su un Paese ogni giorno più intollerante. Preda di pulsioni oscure. Che solo i romanzi di un genere dark per definizione fotografano davvero.
Ma a colpire chi li ascolta è anche il gioco di squadra reciproco, fra talenti così affiatati da pubblicare, caso più unico che raro, libri a tripla firma. Per questo Robinson li ha riuniti: per entrare nella loro factory, nata per intrattenere i lettori e insieme per raccontare il presente. "Scriviamo storie nere&quo…
Ma a colpire chi li ascolta è anche il gioco di squadra reciproco, fra talenti così affiatati da pubblicare, caso più unico che raro, libri a tripla firma. Per questo Robinson li ha riuniti: per entrare nella loro factory, nata per intrattenere i lettori e insieme per raccontare il presente. "Scriviamo storie nere&quo…
"Il noir, specchio d'Italia, ha una scuola. E questa scuola siamo noi". L'incontro fra i tre tenori del thriller nostrano - Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni - comincia in totale relax, tra sorrisi, abbracci, prese in giro bonarie. Un'atmosfera calda che contrasta con la fredda eleganza della location, un hotel romano a pochi passi dalla stazione Termini. Poi però, quando il dialogo entra nel vivo, le battute lasciano il posto alle riflessioni su un Paese ogni giorno più intollerante. Preda di pulsioni oscure. Che solo i romanzi di un genere dark per definizione fotografano davvero.
Ma a colpire chi li ascolta è anche il gioco di squadra reciproco, fra talenti così affiatati da pubblicare, caso più unico che raro, libri a tripla firma. Per questo Robinson li ha riuniti: per entrare nella loro factory, nata per intrattenere i lettori e insieme per raccontare il presente. "Scriviamo storie nere", dice De Cataldo, "e lo facciamo sentendoci sotto la nube di ciò che sta accadendo nella società: rancori, passioni esasperate, incapacità di fermarsi a pensare". La patria dell'europeismo che si scopre sovranista, razzista: "Perché fortemente individualista", aggiunge De Giovanni, "centrata su sé stessa e quindi tutta rivolta verso l'interno". Col rischio, conclude Carlotto, che "un fiume in piena di odio ci travolga".
Un malessere che avete già riversato nel vostro recente libro a sei mani, "Sbirre" (Rizzoli), finito subito in classifica: tre racconti lunghi, uno per ciascuno di voi, con protagoniste donne vendicatrici.
Giancarlo De Cataldo: "Il progetto di scrivere insieme non è venuto dall'editore ma da me, e questo già dice molto. Da anni perseguo, con questi sciagurati (sorride) che sono qui, una politica di collaborazione, di crossover, di incroci. Una scuola - non scuola di scrittura creativa, ma scuola nei fatti - che si sviluppa intorno al noir. Anche se siamo diversi, lavoriamo in amicizia. E con un obiettivo comune: raccontare, attraverso il poliziesco, le inquietudini dell'Italia di oggi. Perciò pubblicheremo altri libri a sei mani".
Del resto voi tre, oltre al genere, condividete l'opinione che i romanzi debbano raccontare storie. Lontani da tentazioni ombelicali.
Maurizio De Giovanni: "È così. Parlando di me, il mio approccio con la scrittura è molto poco personale, mi piace raccontare gli altri. Niente autofiction, insomma, ma solo scrittura e storia. Credo fortemente che gli scrittori, a meno che non abbiano un talento davvero smisurato, e quindi una scrittura autonoma, debbano fare questo: narrare storie".
E quali storie vale la pena di raccontare, in questa nostra Italia?
De Giovanni: "L'odio sociale che si trasforma in odio politico, come accade in questa fase. Tutto è cominciato sui social, dove l'odio è diventato una modalità di espressione, e dove odiare è molto più facile che amare - infatti abbiamo dato un nome alla categoria degli haters, non a quella dei lovers. L'odio è diventato un seguito manifesto politico. La contemporaneità dei social e l'affermazione di forze politiche che seminano odio è inquietante: se pure fosse solo una coincidenza, sarebbe una bella coincidenza. E questo processo è avvenuto nell'indifferenza generale, compresa quella delle forze politiche che avrebbero dovuto opporsi. E che invece pensano a cose del tipo chiudere i centri commerciali la domenica".
Massimo Carlotto: "Ma anche al di fuori dei social c'è un mondo in cui, per esempio, lo stupro è considerato normale, in cui esiste ancora il discorso "te la sei cercata". Per questi atteggiamenti non c'è bisogno di internet. Secondo me è un meccanismo quasi antropologico".
Il tema del mondo che c'è la fuori ci fa arrivare al cuore della vostra idea comune: il noir come unico, vero romanzo sociale italiano.
Carlotto: "Se guardiamo nella profondità di questo genere, scopriamo una vera e propria contronarrazione del Paese, rispetto alla storia ufficiale. E chi ci segue l'ha capito".
De Cataldo: "È vero, è l'unico genere che racconta l'Italia, che ci dice come siamo davvero. Negli altri libri non trovi nulla del genere".
Carlotto: "E questo il pubblico lo percepisce. Siamo un tipo di scrittore che ha di fronte una sorta di lettore consapevole: il nostro genere ha tanto successo anche per questo".
De Giovanni: "Ma c'è di più. Oggi il nostro è un grande movimento, a base anche territoriale: non esiste una regione che oggi non abbia i suoi noiristi, che raccontano cosa accade lì. Con grandi differenze: a un'ora di Frecciarossa di distanza, le realtà che raccontiamo sono profondamente diverse. Tutte però hanno una cosa in comune: sono cartoline della realtà, di ciò che succede nelle strade. La letteratura mainstream può prescindere dalla strada: noi no. È là che guardiamo. Senza mai diventare scrittori a tesi, perché altrimenti saremmo noiosi, ma con uno sguardo più o meno pietoso".
De Cataldo: "Diciamo anche un'altra cosa: molto mainstream ha assorbito qualcosa da noi. Compresi autori premio Strega come Melania Mazzucco, vedi il suo Un giorno perfetto, o Nicola Lagioia che ha vinto con La ferocia. Qui ci sono tutti gli elementi tipici del noir: la strada, il male, la violenza. Sono temi che abbiamo "regalato" alla letteratura ufficiale".
Ma il premio Strega vi ha sempre ignorati.
De Giovanni: "In effetti a noi a Villa Giulia (sede della serata finale, ndr) non ci fanno nemmeno entrare!".
De Cataldo: "E nonostante il nostro sia un genere che al contrario di altri si sta rinnovando, con una nuova generazione di autori".
De Giovanni: "Per esempio con un Luca D'Andrea o una Ilaria Tuti, che tendono non al sociale ma al noir metafisico. Bravissimi".
Finora, però, nessun riconoscimento.
De Giovanni: "Lo Strega è il nostro Nobel, rappresenta il potere culturale: può fare ciò che vuole. Compreso premiare una biografia" (Helena Janeczek ha vinto quest'anno col biopic La ragazza con la Leica, ndr).
De Cataldo: "Ignorando da sempre un gigante come Andrea Camilleri".
Carlotto: "Perfino contro la candidatura di Elena Ferrante, una scrittrice che un pubblico ce l'ha eccome, fu montata una campagna".
Voi invece rivendicate la distanza dall'establishment letterario.
De Cataldo: "Sì, tra noi è diverso. Per esempio noi ci leggiamo tutti, e leggiamo con grande interesse i nuovi autori. Leggiamo anche gli scrittori stranieri, con molti dei quali siamo in contatto costante: esiste un noir italiano, ma anche un noir europeo".
De Giovanni: "Tutti i paesi seri, dalla Spagna alla Francia a quelli scandinavi, hanno governi che considerano i libri anche come una risorsa turistica. E li sanno far conoscere meglio di noi. Non a caso, lì organizzano dei grandi festival noir, cosa che qui in Italia non accade".
Carlotto: "Proprio così. Il noir italiano è supportato più all'estero che in patria. Per esempio tra noi e le università francesi c'è un circuito di scambi fondamentale".
De Cataldo: "Non a caso la Francia è l'unico Paese dove ancora si leggono i libri nel metrò o al parco. E in cui praticamente in ogni regione si organizzano grandi festival del noir".
De Giovanni: "Siamo stati Paese ospite al festival di Lione, c'era un firmacopie chilometrico... Il fatto che in Italia questo tipo di grossi eventi non ci sia provoca malinconia. Da noi gli editori non dialogano e non collaborano, ma i derby sono sempre pericolosi. Altrove si capisce che è meglio concentrare le forze, in un momento in cui la lettura è così in difficoltà".
Carlotto: "A Lione, e altrove, sono ben contenti di organizzare manifestazioni imponenti, tutte dedicate al noir. Qui invece lo considerano di serie B. Perfino le giunte dei vari comuni, se devono dare un finanziamento o un appoggio, dicono no".
A questo punto dovreste proprio organizzarlo voi. Sarebbe una missione culturale e forse anche civile, in un Paese così pieno di ombre.
De Cataldo: "È vero. Anche perché il libro è un mezzo che sfugge all'uniformità dell'algoritmo. E dunque lo scrittore, incontrando il suo pubblico (e noi del noir il pubblico lo abbiamo), può contribuire a ricostruire un nuovo senso di comunità. Unendo chi non si riconosce in un mondo rappresentato in 140 caratteri, ma cerca un contesto più complesso e solidale".
Ma a colpire chi li ascolta è anche il gioco di squadra reciproco, fra talenti così affiatati da pubblicare, caso più unico che raro, libri a tripla firma. Per questo Robinson li ha riuniti: per entrare nella loro factory, nata per intrattenere i lettori e insieme per raccontare il presente. "Scriviamo storie nere", dice De Cataldo, "e lo facciamo sentendoci sotto la nube di ciò che sta accadendo nella società: rancori, passioni esasperate, incapacità di fermarsi a pensare". La patria dell'europeismo che si scopre sovranista, razzista: "Perché fortemente individualista", aggiunge De Giovanni, "centrata su sé stessa e quindi tutta rivolta verso l'interno". Col rischio, conclude Carlotto, che "un fiume in piena di odio ci travolga".
Un malessere che avete già riversato nel vostro recente libro a sei mani, "Sbirre" (Rizzoli), finito subito in classifica: tre racconti lunghi, uno per ciascuno di voi, con protagoniste donne vendicatrici.
Giancarlo De Cataldo: "Il progetto di scrivere insieme non è venuto dall'editore ma da me, e questo già dice molto. Da anni perseguo, con questi sciagurati (sorride) che sono qui, una politica di collaborazione, di crossover, di incroci. Una scuola - non scuola di scrittura creativa, ma scuola nei fatti - che si sviluppa intorno al noir. Anche se siamo diversi, lavoriamo in amicizia. E con un obiettivo comune: raccontare, attraverso il poliziesco, le inquietudini dell'Italia di oggi. Perciò pubblicheremo altri libri a sei mani".
Del resto voi tre, oltre al genere, condividete l'opinione che i romanzi debbano raccontare storie. Lontani da tentazioni ombelicali.
Maurizio De Giovanni: "È così. Parlando di me, il mio approccio con la scrittura è molto poco personale, mi piace raccontare gli altri. Niente autofiction, insomma, ma solo scrittura e storia. Credo fortemente che gli scrittori, a meno che non abbiano un talento davvero smisurato, e quindi una scrittura autonoma, debbano fare questo: narrare storie".
E quali storie vale la pena di raccontare, in questa nostra Italia?
De Giovanni: "L'odio sociale che si trasforma in odio politico, come accade in questa fase. Tutto è cominciato sui social, dove l'odio è diventato una modalità di espressione, e dove odiare è molto più facile che amare - infatti abbiamo dato un nome alla categoria degli haters, non a quella dei lovers. L'odio è diventato un seguito manifesto politico. La contemporaneità dei social e l'affermazione di forze politiche che seminano odio è inquietante: se pure fosse solo una coincidenza, sarebbe una bella coincidenza. E questo processo è avvenuto nell'indifferenza generale, compresa quella delle forze politiche che avrebbero dovuto opporsi. E che invece pensano a cose del tipo chiudere i centri commerciali la domenica".
Massimo Carlotto: "Ma anche al di fuori dei social c'è un mondo in cui, per esempio, lo stupro è considerato normale, in cui esiste ancora il discorso "te la sei cercata". Per questi atteggiamenti non c'è bisogno di internet. Secondo me è un meccanismo quasi antropologico".
Il tema del mondo che c'è la fuori ci fa arrivare al cuore della vostra idea comune: il noir come unico, vero romanzo sociale italiano.
Carlotto: "Se guardiamo nella profondità di questo genere, scopriamo una vera e propria contronarrazione del Paese, rispetto alla storia ufficiale. E chi ci segue l'ha capito".
De Cataldo: "È vero, è l'unico genere che racconta l'Italia, che ci dice come siamo davvero. Negli altri libri non trovi nulla del genere".
Carlotto: "E questo il pubblico lo percepisce. Siamo un tipo di scrittore che ha di fronte una sorta di lettore consapevole: il nostro genere ha tanto successo anche per questo".
De Giovanni: "Ma c'è di più. Oggi il nostro è un grande movimento, a base anche territoriale: non esiste una regione che oggi non abbia i suoi noiristi, che raccontano cosa accade lì. Con grandi differenze: a un'ora di Frecciarossa di distanza, le realtà che raccontiamo sono profondamente diverse. Tutte però hanno una cosa in comune: sono cartoline della realtà, di ciò che succede nelle strade. La letteratura mainstream può prescindere dalla strada: noi no. È là che guardiamo. Senza mai diventare scrittori a tesi, perché altrimenti saremmo noiosi, ma con uno sguardo più o meno pietoso".
De Cataldo: "Diciamo anche un'altra cosa: molto mainstream ha assorbito qualcosa da noi. Compresi autori premio Strega come Melania Mazzucco, vedi il suo Un giorno perfetto, o Nicola Lagioia che ha vinto con La ferocia. Qui ci sono tutti gli elementi tipici del noir: la strada, il male, la violenza. Sono temi che abbiamo "regalato" alla letteratura ufficiale".
Ma il premio Strega vi ha sempre ignorati.
De Giovanni: "In effetti a noi a Villa Giulia (sede della serata finale, ndr) non ci fanno nemmeno entrare!".
De Cataldo: "E nonostante il nostro sia un genere che al contrario di altri si sta rinnovando, con una nuova generazione di autori".
De Giovanni: "Per esempio con un Luca D'Andrea o una Ilaria Tuti, che tendono non al sociale ma al noir metafisico. Bravissimi".
Finora, però, nessun riconoscimento.
De Giovanni: "Lo Strega è il nostro Nobel, rappresenta il potere culturale: può fare ciò che vuole. Compreso premiare una biografia" (Helena Janeczek ha vinto quest'anno col biopic La ragazza con la Leica, ndr).
De Cataldo: "Ignorando da sempre un gigante come Andrea Camilleri".
Carlotto: "Perfino contro la candidatura di Elena Ferrante, una scrittrice che un pubblico ce l'ha eccome, fu montata una campagna".
Voi invece rivendicate la distanza dall'establishment letterario.
De Cataldo: "Sì, tra noi è diverso. Per esempio noi ci leggiamo tutti, e leggiamo con grande interesse i nuovi autori. Leggiamo anche gli scrittori stranieri, con molti dei quali siamo in contatto costante: esiste un noir italiano, ma anche un noir europeo".
De Giovanni: "Tutti i paesi seri, dalla Spagna alla Francia a quelli scandinavi, hanno governi che considerano i libri anche come una risorsa turistica. E li sanno far conoscere meglio di noi. Non a caso, lì organizzano dei grandi festival noir, cosa che qui in Italia non accade".
Carlotto: "Proprio così. Il noir italiano è supportato più all'estero che in patria. Per esempio tra noi e le università francesi c'è un circuito di scambi fondamentale".
De Cataldo: "Non a caso la Francia è l'unico Paese dove ancora si leggono i libri nel metrò o al parco. E in cui praticamente in ogni regione si organizzano grandi festival del noir".
De Giovanni: "Siamo stati Paese ospite al festival di Lione, c'era un firmacopie chilometrico... Il fatto che in Italia questo tipo di grossi eventi non ci sia provoca malinconia. Da noi gli editori non dialogano e non collaborano, ma i derby sono sempre pericolosi. Altrove si capisce che è meglio concentrare le forze, in un momento in cui la lettura è così in difficoltà".
Carlotto: "A Lione, e altrove, sono ben contenti di organizzare manifestazioni imponenti, tutte dedicate al noir. Qui invece lo considerano di serie B. Perfino le giunte dei vari comuni, se devono dare un finanziamento o un appoggio, dicono no".
A questo punto dovreste proprio organizzarlo voi. Sarebbe una missione culturale e forse anche civile, in un Paese così pieno di ombre.
De Cataldo: "È vero. Anche perché il libro è un mezzo che sfugge all'uniformità dell'algoritmo. E dunque lo scrittore, incontrando il suo pubblico (e noi del noir il pubblico lo abbiamo), può contribuire a ricostruire un nuovo senso di comunità. Unendo chi non si riconosce in un mondo rappresentato in 140 caratteri, ma cerca un contesto più complesso e solidale".