Nella Tana del Lupo con le mie Assaggiatrici
Rosella Postorino , di ROSELLA POSTORINORitorno tra i bunker nazisti e nel villaggio di Margot Wölk, la donna cui è ispirata la protagonista del romanzo. Per scoprire quanto è cambiata l’Europa in soli 4 anni
Sono tornata nella Tana del Lupo. A quattro anni dalla prima volta, a dieci mesi dall'uscita de Le assaggiatrici, sono entrata di nuovo nel quartier generale che Hitler aveva fatto costruire al confine con la Russia a partire dal 1940, in vista dell'operazione Barbarossa. Un agglomerato di bunker protetto dalla barriera naturale dei laghi masuri e occultato nella foresta, dove il Führer rimase fino all'autunno del '44, quando, nonostante desiderasse essere "un faro per i suoi soldati", salì su un treno diretto a Berlino per sfuggire all'avanzata dell'Armata Rossa in Prussia Orientale.
La prima volta che andai alla Tana del Lupo ero sulle tracce di Margot Wölk, morta prima che riuscissi a incontrarla. Mi ero imbattuta nella sua testimonianza per caso, leggendo un giornale, e la sua vicenda mi aveva chiamata a sé con la forza d'attrazione di un magnete. Una persona che si dichiarava non nazista aveva rischiato la morte per s…
La prima volta che andai alla Tana del Lupo ero sulle tracce di Margot Wölk, morta prima che riuscissi a incontrarla. Mi ero imbattuta nella sua testimonianza per caso, leggendo un giornale, e la sua vicenda mi aveva chiamata a sé con la forza d'attrazione di un magnete. Una persona che si dichiarava non nazista aveva rischiato la morte per s…
Sono tornata nella Tana del Lupo. A quattro anni dalla prima volta, a dieci mesi dall'uscita de Le assaggiatrici, sono entrata di nuovo nel quartier generale che Hitler aveva fatto costruire al confine con la Russia a partire dal 1940, in vista dell'operazione Barbarossa. Un agglomerato di bunker protetto dalla barriera naturale dei laghi masuri e occultato nella foresta, dove il Führer rimase fino all'autunno del '44, quando, nonostante desiderasse essere "un faro per i suoi soldati", salì su un treno diretto a Berlino per sfuggire all'avanzata dell'Armata Rossa in Prussia Orientale.
La prima volta che andai alla Tana del Lupo ero sulle tracce di Margot Wölk, morta prima che riuscissi a incontrarla. Mi ero imbattuta nella sua testimonianza per caso, leggendo un giornale, e la sua vicenda mi aveva chiamata a sé con la forza d'attrazione di un magnete. Una persona che si dichiarava non nazista aveva rischiato la morte per salvare Hitler. Era stata una vittima: la sua vita era considerata sacrificabile, senza valore, o con un valore irrisorio rispetto a quella del Führer. Ma, esponendo sé stessa per difendere lui, era diventata un ingranaggio di un sistema più grande, che forse per alcuni aspetti le era ignoto, o forse no - un sistema disumano. Era diventata complice, cadendo nella colpa senza sceglierlo. Dalla sua storia era nata Rosa Sauer, la protagonista del mio libro: prelevata come Margot assieme ad altre donne dalle SS nel villaggio rurale di Gross-Partsch e condotta nella caserma di Krausendorf per verificare che i pasti destinati a Hitler non fossero avvelenati.
Durante il mio primo viaggio, domandai alla guida dove fosse la caserma in cui mangiavano le assaggiatrici. La guida non ne sapeva nulla, mai sentite nominare. Comprai un libro in tedesco sulla Wolfsschanze, in vendita alla reception del b&b in cui pernottai: una stanzetta con i letti singoli e una finestra aperta sul silenzio del bosco, anzi sui rumori notturni, indecifrabili e perciò sinistri. Ma forse m'impressionava pensare che, settant'anni prima, le rovine fuori dalla mia camera erano edifici che custodivano il sonno di Hitler, di Goebbels, di Göring. Rimasi sveglia a leggere il libro con l'aiuto di un dizionario online: sulle assaggiatrici non c'era una riga. Nemmeno la biblioteca di K?trzyn, la cittadina più vicina, aveva notizie in merito.
Stavolta invece la guida sa tutto. È un anziano signore che ha imparato il francese da emigrante poi tornato in Polonia. È basso e mingherlino - potrei soprannominarlo Briciola, come il cuoco di Hitler - e assegna a una giornalista del gruppo con il quale sono venuta il ruolo di sua "segretaria" (ride per la battuta) cui far leggere stralci di documenti dell'epoca, mentre io la riparo con l'ombrello da una leggera pioggia. Ci interroga sull'attentato del 20 luglio del '44, mostrandoci la Lagebaracke dove è scoppiata la bomba innescata dal colonnello Stauffenberg, che uccise quattro persone ma risparmiò Hitler, e si stupisce che siamo venuti fin qui. Gli spiegano che ho scritto un romanzo sulle assaggiatrici. Sa della storia, ma non capisce. "Perché vuole scriverlo?" mi domanda. L'ho già fatto, rispondo, sarà pubblicato anche in Polonia. "Perché vuole scriverlo?" insiste.
Penetrare quel che era stato il cuore del Male al centro dell'Europa è oggi ancora più inquietante. I tedeschi fecero saltare i bunker prima di abbandonarli, così la Wolfsschanze è un ammasso di macerie, che di quel potere spaventoso pare simboleggiare il crollo. Respiro l'odore delle paludi nei dintorni - odore di putrefazione, di corruzione - e di colpo rabbrividisco quando la guida fa commenti sulla Germania, che "come allora comanda"; sugli Stati europei, che "pensano ognuno al proprio business"; su Bruxelles, che "non tratta bene" la Polonia (e ride ogni volta per la battuta). Mi sembra pericoloso come bestemmiare in chiesa, quasi che quel cemento in frantumi e sopraffatto dalla vegetazione - la natura lo inghiotte, si riprende il suo spazio - da un momento all'altro potesse ricompattarsi in mura. Quasi che, incalzato, quel potere dovesse risvegliarsi, per colpa nostra. Mentre al suo posto crolla l'idea di Europa.
Nessuno replica alla guida, non abbiamo voglia di discutere, con un vecchietto poi, un omino tanto smilzo che per me è ormai Briciola. D'altronde è preparato, sa tutto, al contrario della mia precedente guida: mi indica persino la casa in cui abitava Margot Wölk. È sulla curva del villaggio, come ho scritto nel romanzo, anche se a quel tempo ignoravo che fosse proprio quella. Sul retro c'è la bottega in cui comprai una Schnecke, più perché ero curiosa di entrare che per la fame. Mi era parso un luogo familiare, con quegli adesivi dei Tic-Tac incollati alla finestra, eppure non sapevo che proprio a quella finestra Margot si era affacciata. Sui gradini d'ingresso della casa sono abbandonate due bottiglie di birra vuote e un paio di scarponi. Vorrei scavalcare il cancello, bussare alla porta, girare per le stanze, spiare la quotidianità che si è sedimentata su una quotidianità perduta; se fossi da sola lo farei, ma la guida ci riaccompagna al pulmino. Andiamo alla caserma dove mangiavano le assaggiatrici. È lo stesso palazzo in mattoncini rossi che avevo individuato io, di nuovo adibito a scuola. Nel cortile, altalene e scivoli disertati, ma ci sono fiori di carta incollati ai vetri.
A cena, a causa delle mie intolleranze alimentari, rinuncio alla cucina polacca e aspetto un piatto di patate lesse. Quando tutti tranne me sono serviti, il giornalista che mi siede accanto scherza: "L'Italia è uscita dall'Europa!" Ridiamo, ora che la guida non c'è. Mi chiedo se queste battute sarebbero state possibili quattro anni fa. Prima della sterzata nazionalista, populista, autoritaria, xenofoba ed euroscettica della Polonia, il Paese che inaugurò l'entrata in Europa degli Stati ex socialisti. Prima della sterzata nazionalista, populista, autoritaria, xenofoba ed euroscettica dell'Italia. Prima che l'esacerbarsi della questione dei migranti spegnesse in molti cittadini europei ogni fiducia nell'Unione.
In questi ultimi mesi qualcuno si è risentito del fatto che - parlando de Le assaggiatrici - definissi Rosa Sauer, anzi Margot Wölk, colpevole. La sua colpa nasce proprio dalla condizione di vittima, è senza dolo, ma ciò non fa di lei un'innocente. La responsabilità degli oppressori, ha scritto Primo Levi, oltre a quella di opprimere, è di rendere colpevoli gli oppressi, che tentano di ottenere privilegi per sopravvivere meglio, pur se significa farlo a scapito di altri. È quanto è accaduto a Margot, a Rosa. È quanto può accadere a chiunque anteponga un egoistico vantaggio economico o sociale, per quanto apparentemente lecito, a qualsiasi capacità critica, all'immaginazione delle conseguenze ultime delle proprie azioni. Le tragedie della Storia si spiegano con la debolezza delle persone comuni, che pagano gli effetti della crisi economica, hanno paura degli stranieri, cercano capri espiatori e invocano sicurezza. Il diritto di ogni individuo di appartenere all'umanità dovrebbe essere garantito dall'umanità stessa, diceva Hanna Harendt: è in questo che i Paesi dell'Europa hanno fallito, è in questo che molti hanno smesso di credere.
Le ragioni per cui un autore scrive un determinato libro sono imperscrutabili, affondano le radici nelle sue ossessioni e non hanno mai - non devono avere - scopi pedagogici. Ma se un romanzo può ricordare quanto sia facile inciampare in forme di passività o d'indifferenza, allora, dato che me lo domandi, ti rispondo che ho scritto il mio perché non ce ne dimenticassimo, Briciola.
La prima volta che andai alla Tana del Lupo ero sulle tracce di Margot Wölk, morta prima che riuscissi a incontrarla. Mi ero imbattuta nella sua testimonianza per caso, leggendo un giornale, e la sua vicenda mi aveva chiamata a sé con la forza d'attrazione di un magnete. Una persona che si dichiarava non nazista aveva rischiato la morte per salvare Hitler. Era stata una vittima: la sua vita era considerata sacrificabile, senza valore, o con un valore irrisorio rispetto a quella del Führer. Ma, esponendo sé stessa per difendere lui, era diventata un ingranaggio di un sistema più grande, che forse per alcuni aspetti le era ignoto, o forse no - un sistema disumano. Era diventata complice, cadendo nella colpa senza sceglierlo. Dalla sua storia era nata Rosa Sauer, la protagonista del mio libro: prelevata come Margot assieme ad altre donne dalle SS nel villaggio rurale di Gross-Partsch e condotta nella caserma di Krausendorf per verificare che i pasti destinati a Hitler non fossero avvelenati.
Durante il mio primo viaggio, domandai alla guida dove fosse la caserma in cui mangiavano le assaggiatrici. La guida non ne sapeva nulla, mai sentite nominare. Comprai un libro in tedesco sulla Wolfsschanze, in vendita alla reception del b&b in cui pernottai: una stanzetta con i letti singoli e una finestra aperta sul silenzio del bosco, anzi sui rumori notturni, indecifrabili e perciò sinistri. Ma forse m'impressionava pensare che, settant'anni prima, le rovine fuori dalla mia camera erano edifici che custodivano il sonno di Hitler, di Goebbels, di Göring. Rimasi sveglia a leggere il libro con l'aiuto di un dizionario online: sulle assaggiatrici non c'era una riga. Nemmeno la biblioteca di K?trzyn, la cittadina più vicina, aveva notizie in merito.
Stavolta invece la guida sa tutto. È un anziano signore che ha imparato il francese da emigrante poi tornato in Polonia. È basso e mingherlino - potrei soprannominarlo Briciola, come il cuoco di Hitler - e assegna a una giornalista del gruppo con il quale sono venuta il ruolo di sua "segretaria" (ride per la battuta) cui far leggere stralci di documenti dell'epoca, mentre io la riparo con l'ombrello da una leggera pioggia. Ci interroga sull'attentato del 20 luglio del '44, mostrandoci la Lagebaracke dove è scoppiata la bomba innescata dal colonnello Stauffenberg, che uccise quattro persone ma risparmiò Hitler, e si stupisce che siamo venuti fin qui. Gli spiegano che ho scritto un romanzo sulle assaggiatrici. Sa della storia, ma non capisce. "Perché vuole scriverlo?" mi domanda. L'ho già fatto, rispondo, sarà pubblicato anche in Polonia. "Perché vuole scriverlo?" insiste.
Penetrare quel che era stato il cuore del Male al centro dell'Europa è oggi ancora più inquietante. I tedeschi fecero saltare i bunker prima di abbandonarli, così la Wolfsschanze è un ammasso di macerie, che di quel potere spaventoso pare simboleggiare il crollo. Respiro l'odore delle paludi nei dintorni - odore di putrefazione, di corruzione - e di colpo rabbrividisco quando la guida fa commenti sulla Germania, che "come allora comanda"; sugli Stati europei, che "pensano ognuno al proprio business"; su Bruxelles, che "non tratta bene" la Polonia (e ride ogni volta per la battuta). Mi sembra pericoloso come bestemmiare in chiesa, quasi che quel cemento in frantumi e sopraffatto dalla vegetazione - la natura lo inghiotte, si riprende il suo spazio - da un momento all'altro potesse ricompattarsi in mura. Quasi che, incalzato, quel potere dovesse risvegliarsi, per colpa nostra. Mentre al suo posto crolla l'idea di Europa.
Nessuno replica alla guida, non abbiamo voglia di discutere, con un vecchietto poi, un omino tanto smilzo che per me è ormai Briciola. D'altronde è preparato, sa tutto, al contrario della mia precedente guida: mi indica persino la casa in cui abitava Margot Wölk. È sulla curva del villaggio, come ho scritto nel romanzo, anche se a quel tempo ignoravo che fosse proprio quella. Sul retro c'è la bottega in cui comprai una Schnecke, più perché ero curiosa di entrare che per la fame. Mi era parso un luogo familiare, con quegli adesivi dei Tic-Tac incollati alla finestra, eppure non sapevo che proprio a quella finestra Margot si era affacciata. Sui gradini d'ingresso della casa sono abbandonate due bottiglie di birra vuote e un paio di scarponi. Vorrei scavalcare il cancello, bussare alla porta, girare per le stanze, spiare la quotidianità che si è sedimentata su una quotidianità perduta; se fossi da sola lo farei, ma la guida ci riaccompagna al pulmino. Andiamo alla caserma dove mangiavano le assaggiatrici. È lo stesso palazzo in mattoncini rossi che avevo individuato io, di nuovo adibito a scuola. Nel cortile, altalene e scivoli disertati, ma ci sono fiori di carta incollati ai vetri.
A cena, a causa delle mie intolleranze alimentari, rinuncio alla cucina polacca e aspetto un piatto di patate lesse. Quando tutti tranne me sono serviti, il giornalista che mi siede accanto scherza: "L'Italia è uscita dall'Europa!" Ridiamo, ora che la guida non c'è. Mi chiedo se queste battute sarebbero state possibili quattro anni fa. Prima della sterzata nazionalista, populista, autoritaria, xenofoba ed euroscettica della Polonia, il Paese che inaugurò l'entrata in Europa degli Stati ex socialisti. Prima della sterzata nazionalista, populista, autoritaria, xenofoba ed euroscettica dell'Italia. Prima che l'esacerbarsi della questione dei migranti spegnesse in molti cittadini europei ogni fiducia nell'Unione.
In questi ultimi mesi qualcuno si è risentito del fatto che - parlando de Le assaggiatrici - definissi Rosa Sauer, anzi Margot Wölk, colpevole. La sua colpa nasce proprio dalla condizione di vittima, è senza dolo, ma ciò non fa di lei un'innocente. La responsabilità degli oppressori, ha scritto Primo Levi, oltre a quella di opprimere, è di rendere colpevoli gli oppressi, che tentano di ottenere privilegi per sopravvivere meglio, pur se significa farlo a scapito di altri. È quanto è accaduto a Margot, a Rosa. È quanto può accadere a chiunque anteponga un egoistico vantaggio economico o sociale, per quanto apparentemente lecito, a qualsiasi capacità critica, all'immaginazione delle conseguenze ultime delle proprie azioni. Le tragedie della Storia si spiegano con la debolezza delle persone comuni, che pagano gli effetti della crisi economica, hanno paura degli stranieri, cercano capri espiatori e invocano sicurezza. Il diritto di ogni individuo di appartenere all'umanità dovrebbe essere garantito dall'umanità stessa, diceva Hanna Harendt: è in questo che i Paesi dell'Europa hanno fallito, è in questo che molti hanno smesso di credere.
Le ragioni per cui un autore scrive un determinato libro sono imperscrutabili, affondano le radici nelle sue ossessioni e non hanno mai - non devono avere - scopi pedagogici. Ma se un romanzo può ricordare quanto sia facile inciampare in forme di passività o d'indifferenza, allora, dato che me lo domandi, ti rispondo che ho scritto il mio perché non ce ne dimenticassimo, Briciola.