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Come siamo finiti sulla strada

Guai a stare immobili: bisognava fare l’autostop, salire sui treni, cavalcare vecchie auto. Jack Kerouac, di cui nel 2019 ricorre il cinquantenario della morte, rimise in moto la gioventà (bruciata).  Da allora nulla fu più come prima: fino a Franzen e alla Bigelow. Prossima fermata?
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Non era sulla strada quel 20 ottobre ’69, ma a casa. A bere whiskey e malto sulla sua sedia preferita. Avvertì la nausea, vomitò sangue, lo portarono in ospedale. A nulla servirono trasfusioni e operazioni. Se ne andò la mattina dopo. Ufficialmente per un’emorragia interna, in realtà per cirrosi. Troppa vita bevuta, troppa sete. Off the road.

Cinquant’anni fa moriva Jack Kerouac, l’Omero americano, quello che fornì alla sua generazione un nuovo Ulisse, più cool, più beat e senza Itaca. On the Road divenne il Viaggio, il moto a luogo del mondo. Guai a stare fermi, bisognava fare l’autostop, salire sui treni, accomodarsi in corriera sui Greyhound, cavalcare vecchie auto come la 37 Ford Sedan. Tutto deve scottare: la musica jazz, le orge, la droga, la libertà. Se la gioventù bruciata con James Dean si era risvegliata per morire a 24 anni in Porsche ad un incrocio per Salinas nel ’55, Kerou…
Non era sulla strada quel 20 ottobre ’69, ma a casa. A bere whiskey e malto sulla sua sedia preferita. Avvertì la nausea, vomitò sangue, lo portarono in ospedale. A nulla servirono trasfusioni e operazioni. Se ne andò la mattina dopo. Ufficialmente per un’emorragia interna, in realtà per cirrosi. Troppa vita bevuta, troppa sete. Off the road.

Cinquant’anni fa moriva Jack Kerouac, l’Omero americano, quello che fornì alla sua generazione un nuovo Ulisse, più cool, più beat e senza Itaca. On the Road divenne il Viaggio, il moto a luogo del mondo. Guai a stare fermi, bisognava fare l’autostop, salire sui treni, accomodarsi in corriera sui Greyhound, cavalcare vecchie auto come la 37 Ford Sedan. Tutto deve scottare: la musica jazz, le orge, la droga, la libertà. Se la gioventù bruciata con James Dean si era risvegliata per morire a 24 anni in Porsche ad un incrocio per Salinas nel ’55, Kerouac la rimise in moto. Non era più la bohème americana degli Anni Venti in fuga verso le corride e i miti chic della vecchia Europa, né quella radicale in cerca di una causa degli anni Trenta.

Era la gioventù selvaggia della postwar II generation, quella dissoluta, sfrenata, assetata di tutto, con Carlie Parker e Miles Davis in sottofondo, quella che consumava droghe, ballava e si sballava, rifiutava istituzioni, in cerca di esperienze e di sangue. Avida di sensazioni, ma anche alla ricerca del padre. Kerouac pubblicò On the Road, scritto a macchina, spazio uno, in un rotolo per telex lungo 36 metri nel ‘57, e quel respiro ininterrotto, quella prosa “spontanea”, quel rap primordiale fu subito l’urlo in gola a tutti. Diventò l’erede della Lost Generation, il precursore di Easy Rider, il papà degli hippies, e in qualche passo stilistico anche il compagno di Fiesta di Hemingway (“Come vivere sembra più importante del perché”). Da on the road si passò a the trip.

Ancora e sempre il viaggio, anche quello al termine della notte, allucinogeni compresi. Ma Kerouac restò per tutte le generazioni il dizionario a cui mettere mano in una specie di educazione sentimentale alla vita, ai paesaggi e ai panorami. Praterie, fiumi, canyon, campi di frumento, bastava abbassare i finestrini e chiedere alla polvere, e magari anche sconfinare in Messico. Ammisero, senza sforzo, di essergli debitori anche Bob Dylan, Van Morrison e Jim Morrison.

Solo Marlon Brando non rispose alla lettera di Kerouac che gli chiedeva di interpretare Dean Moriarty nel film. Per il resto On the Road divenne il cuscino su cui addormentarsi, la droga naturale con cui eccitarsi e godere. Non era un’arte della fuga, anche se gli somigliava, ma una spinta all’andare, a lasciarsi tutto dietro. Senza navigator. Cinquant’anni dopo il viaggio non è svanito. Tra rabbia giovane e voglia vintage perfino Google Maps oggi ripropone i suoi itinerari.

C’è chi è andato in India, in Patagonia, a Puerto Escondido, a prendere un tè nel deserto, a Zabriskie Point, sopra e sotto il vulcano, alle Svalbard, e chi ancora programma la Route 66 come il massimo dell’avventura. La gioventù europea si è spostata con l’InterRail, poi sono arrivate le low-cost, i voli di notte, i tour in bici, le lunghe marce, Basilicata coast to coast, le tavole su cui scivolare sulla vita alla ricerca dell’onda perfetta. Il mondo si è accorciato, la strada per il polo nord si è appiattita, le stazioni di servizio si sono allargate a souk commerciali e l’aria si è fatta irrespirabile.

Il fumo delle Torri Gemelle ha cambiato tutto, sono ricomparsi confini, violenze e sequestri, la paura di finire in mani nemiche, incomunicabilità culturali. Anche i viaggi della speranza di chi cerca una terra, senza trovarla, hanno reso più tristi arrivi e welcome. Però Kerouac e la sua beat generation resistono. Sono naif e interpretano un verbo facilmente declinabile: partire, andare, muoversi. Basta fare il primo passo, il resto è il viaggio. Ha funzionato così per tutti: da Annibale a Chatwin, da Marco Polo a Gauguin, da Conrad a Hesse, da Stendhal a Joyce, da Franzen a Safran Foer passando per Break-Point della Bigelow. Le inquietudine non hanno latitudini, come le sbornie. Inutile chiedersi: per andare dove, amico mio? “Non lo so, ma dobbiamo andare”. Kerouac morì ad ottobre, a luglio l’uomo era sbarcato sulla luna. On the Space era solo un On the Road che aveva preso un’altra strada.