I have a dream”, io ho un sogno, è considerato uno dei vertici nell’oratoria umana. Martin Luther King vi fonde la musicalità dei predicatori afroamericani, il tono vibrante dei profeti, l’appassionata denuncia delle ingiustizie, e il richiamo ai diritti dell’individuo sanciti dai padri della Costituzione americana. Il combattente che ha importato nel cuore dell’America i metodi di lotta non violenti del Mahatma Gandhi, fa compiere un balzo inaudito alla Legge fondamentale degli Stati Uniti: quel testo moderno e avanzato era stato “applicato” restrittivamente ai soli bianchi (e prima ancora, ai soli maschi bianchi possidenti), lui lo libera dalla gabbia e ne fa un proclama universale. Prima di lui Abraham Lincoln aveva vinto una guerra e aveva perso la pace: l’abolizione dello schiavismo venne svuotata in parte dalla Ricostruzione degli Stati del Sud, con le leggi segregazioniste e la negazione del diritto di voto per i neri.
Il limite di Lincoln è quello tipico delle riforme calate dall’alto, o addirittura dall’estero (così appaiono gli Stati nordisti). King rovescia l’approccio, trascina una mobilitazione senza precedenti della società civile, emancipa i neri prima di tutto nella realtà quotidiana delle lotta politiche per i diritti civili in cui trovano dignità e protagonismo, sa costruire alleanze anche con i bianchi, con le chiese di altre confessioni, con una parte dell’America moderata. Al prezzo di duri scontri con l’ala radicale (Malcom X) che predica la superiorità nera e il razzismo a rovescio contro i bianchi. Lui vincerà battaglie impossibili, trascinando la grande marcia su Washington dell’estate 1963, strappando promesse impegnative a John Kennedy, poi applicate da Lyndon Johnson.
MLK rende possibile la presidenza di Barack Obama, avveramento di quel sogno e di quella promessa degli anni Sessanta. Un’America dove ancora mezzo secolo fa buona parte dei neri non riusciva a votare, ha insediato uno dei suoi nella massima carica istituzionale. Obama però era consapevole, come MLK, che le conquiste non sono mai definitive. La sua scalata al potere non comportava il superamento della questione razziale. Anzi, dopo di lui Donald Trump è stato definito come “il primo presidente bianco”, nel senso che per la prima volta l’elezione per una parte degli americani ha avuto il senso di una rivincita razziale. Il linguaggio della sinistra vi ha contribuito, dando l’impressione di progettare una gigantesca operazione di ingegneria etnica per ridurre i bianchi a minoranza, privilegiando una coalizione di tutti gli altri.
La grande crisi del 2008, che continua a emanare le sue conseguenze dieci anni dopo, ha fatto il resto, acutizzando il senso di impoverimento della classe operaia bianca. È il caso di ricordare che MLK prima di morire era andato ad appoggiare una rivendicazione sindacale e operaia: ebbe chiaro che i deboli non sono definiti soltanto dal colore della pelle, e che una società inclusiva deve combattere tutte le povertà e le ingiustizie, anche quelle che affliggono i bianchi.
Il limite di Lincoln è quello tipico delle riforme calate dall’alto, o addirittura dall’estero (così appaiono gli Stati nordisti). King rovescia l’approccio, trascina una mobilitazione senza precedenti della società civile, emancipa i neri prima di tutto nella realtà quotidiana delle lotta politiche per i diritti civili in cui trovano dignità e protagonismo, sa costruire alleanze anche con i bianchi, con le chiese di altre confessioni, con una parte dell’America moderata. Al prezzo di duri scontri con l’ala radicale (Malcom X) che predica la superiorità nera e il razzismo a rovescio contro i bianchi. Lui vincerà battaglie impossibili, trascinando la grande marcia su Washington dell’estate 1963, strappando promesse impegnative a John Kennedy, poi applicate da Lyndon Johnson.
MLK rende possibile la presidenza di Barack Obama, avveramento di quel sogno e di quella promessa degli anni Sessanta. Un’America dove ancora mezzo secolo fa buona parte dei neri non riusciva a votare, ha insediato uno dei suoi nella massima carica istituzionale. Obama però era consapevole, come MLK, che le conquiste non sono mai definitive. La sua scalata al potere non comportava il superamento della questione razziale. Anzi, dopo di lui Donald Trump è stato definito come “il primo presidente bianco”, nel senso che per la prima volta l’elezione per una parte degli americani ha avuto il senso di una rivincita razziale. Il linguaggio della sinistra vi ha contribuito, dando l’impressione di progettare una gigantesca operazione di ingegneria etnica per ridurre i bianchi a minoranza, privilegiando una coalizione di tutti gli altri.
La grande crisi del 2008, che continua a emanare le sue conseguenze dieci anni dopo, ha fatto il resto, acutizzando il senso di impoverimento della classe operaia bianca. È il caso di ricordare che MLK prima di morire era andato ad appoggiare una rivendicazione sindacale e operaia: ebbe chiaro che i deboli non sono definiti soltanto dal colore della pelle, e che una società inclusiva deve combattere tutte le povertà e le ingiustizie, anche quelle che affliggono i bianchi.