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(fotogramma)

Il meglio di Amos Oz: sei scene da amare dello scrittore israeliano

Oltre venti romanzi in più di cinquant'anni di letteratura. Passioni brucianti, scoperte, ossessioni. Ma come orientarsi nella sua impressionante sequenza di storie? Ecco una piccola proposta. D'autore
4 minuti di lettura
In oltre mezzo secolo di lavoro letterario, Amos Oz ha pubblicato oltre venti romanzi. Dall'esordio del 1965 con Terre dello sciacallo all'ultimo romanzo, Giuda, un'impressionante sequenza di storie: vicende di donne e uomini, in terra d'Israele, alle prese con passioni brucianti, scoperte, ossessioni. La fatica di stare al mondo, di accettare gli altri, di restare fedeli a sé stessi. Qui abbiamo scelto sei scene in cui da semplici dettagli si rivela la grandezza del narratore Amos Oz.
 

Michael Mio (1968)


Il ragazzo Michael resta con un cappotto grigio tutto il tempo che passa nel caffè con Hannah. "Era magro e ossuto. Con la pipa spenta tracciava disegni sulla tovaglia". Ha appena detto ad Hannah di non amare molto il vestito che lei indossa, che non è così femminile. "Forse era pentito di quanto aveva detto a proposito del mio vestito; nel tentativo di rimediare Michael disse che ero una bella ragazza. Mentre lo dicev…
In oltre mezzo secolo di lavoro letterario, Amos Oz ha pubblicato oltre venti romanzi. Dall'esordio del 1965 con Terre dello sciacallo all'ultimo romanzo, Giuda, un'impressionante sequenza di storie: vicende di donne e uomini, in terra d'Israele, alle prese con passioni brucianti, scoperte, ossessioni. La fatica di stare al mondo, di accettare gli altri, di restare fedeli a sé stessi. Qui abbiamo scelto sei scene in cui da semplici dettagli si rivela la grandezza del narratore Amos Oz.
 

Michael Mio (1968)


Il ragazzo Michael resta con un cappotto grigio tutto il tempo che passa nel caffè con Hannah. "Era magro e ossuto. Con la pipa spenta tracciava disegni sulla tovaglia". Ha appena detto ad Hannah di non amare molto il vestito che lei indossa, che non è così femminile. "Forse era pentito di quanto aveva detto a proposito del mio vestito; nel tentativo di rimediare Michael disse che ero una bella ragazza. Mentre lo diceva continuava a fissare la pipa. Io non sono particolarmente forte, pensai, ma sono più forte di questo ragazzo". Amos Oz pubblica questo romanzo mezzo secolo fa, non aveva nemmeno trent'anni: come i suoi personaggi. Prende impetuosamente una prima persona femminile, e fa esistere sulla pagina l'intangibile verità del cambiamento dentro una storia d'amore. Dal primo "parlami un po' di te" alla distanza che si apre tra due sconosciuti diventati intimi, facendoli tornare estranei.
 

Finché morte non sopraggiunga (1971; pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2018)


Un vecchio conferenziere ruvido e scostante, con la pressione che fa le bizze, cerca di prendere confidenza con la morte. L'aspetto del congedo che forse più lo preoccupa è il silenzio. "C'è al mondo una tacita linea sino alla quale le parole possono arrivare, oltre la quale c'è il silenzio dell'immensità". Ha paura? Non oltre misura: "È un po' come se fossi un marinaio solitario su una zattera in mezzo al mare. Non c'è nessuno, non ci sono gabbiani, assenza di vento, la corrente è assai silenziosa, persino l'acqua pare ferma. Sono così, abbandonato a me stesso. Non posso fare a meno di dire che la zattera sta per sfasciarsi: presto morirò. Lo dico con assoluta serenità perché per me la morte è una faccenda quasi marginale, un banale incidente, un prevedibilissimo colpo di scena. Del resto, ho visto orizzonti sconfinati".
 

Lo stesso mare (1999)


Rico "soppesa la disfatta di suo padre". Quel padre è lì, guarda il telegiornale con l'aria contrariata del "professore deluso". Protesta, brontola. Ma la sua intransigenza è vana. Allora Rico ripensa a un passo del Libro di Giobbe che suo padre ha citato spesso: "Ignudo sono uscito dal ventre di mia madre / ignudo altresì ritornerò là". Così affiora in lui la domanda delle domande: "E allora, in nome di che accumulare falsi beni?". Ogni personaggio di questa storia, scritta come un romanzo in versi, è tenuto a capire a quali "falsi beni" sia legato il cammino dell'esistenza. Il "fantomatico narratore" chiude la penna, ha mal di schiena, ha osservato a lungo le vicende dei suoi personaggi, sa qualcosa in più di loro e qualcosa in meno; sono passati molti anni da quando era giovane, "e la notte scappava a rifugiarsi nella sala lettura del kibbutz a riempire fogli su fogli di ululati di sciacallo". È diventato un altro, ed è lo stesso.
 

Una storia di amore e di tenebra (2002)


Il narratore ricorda come è cominciata la sua passione per la lettura, nelle notti lunghe della sua infanzia, alla luce pallida della lampada o di una candela, quando la luce saltava. Fuori, nelle strade di Gerusalemme, i vicoli di pietra sono deserti, "ogni ombra di passaggio fra quelle stradine si portava dietro sull'asfalto vuoto altre tre o quattro sagome d'ombra". E quando arriva, per quel bambino lettore avido, l'imprevista cerimonia d'iniziazione - il padre libera per lui uno scaffale della biblioteca domestica - è come cominciare un'altra vita. "E fu così che imparai dai libri l'arte della combinazione: non da ciò che avevano scritto dentro, bensì dai libri stessi, cioè dalla loro essenza fisica. I libri insomma mi fecero conoscere gli spazi sterminati, la zona d'ombra che sta fra il lecito e il proibito, fra la normalità e l'eccezione: questa lezione mi accompagnerà per lunghi anni. E ora che arrivai all'amore, non ero più un perfetto principiante: sapevo che esistono combinazioni diverse, che c'è l'autostrada ma c'è anche la strada panoramica, ci sono i sentieri sperduti, mai percorsi da nessuno. Che c'è un lecito che è quasi proibito, e un proibito che è quasi lecito". Ma di questa maestosa autobiografia resta un numero infinito di dettagli: un rubinetto che gocciola in bagno; un divano venuto da Odessa, stretto e rigido come un'asse, su cui dorme il vecchio di casa; la polvere di un giorno triste che non va via dalle scarpe; e una mano materna che spinge in una scarpetta il piede del figlio bambino, "e ora mamma ti tira i lacci e poi annoda"; la voce con cui la maestra Zelda inanella una parola dopo l'altra, in classe; un sabato di gennaio in cui piove a dirotto, e una donna, una madre, mette fine alla propria vita.
 

La vita fa rima con la morte (2007)


Lo scrittore deve presentare un suo libro, e nell'attesa osserva le persone. Ciascuna è già una storia, una storia che lui si sente quasi costretto a immaginare. Mettersi nei panni degli altri. Una giovane cameriera, per esempio. Mentre aspetta l'omelette, lo scrittore prova a tratteggiare nella mente il primo amore di questa cameriera: "Ad appena sedici anni si era innamorata del secondo portiere della squadra Bne Yehudah, Charlie, che un giorno, un giorno di pioggia, era comparso a bordo della sua Lancia davanti al salone di bellezza in cui lei lavorava e l'aveva rapita per un viaggetto di tre giorni". È una sera calda, appiccicosa, a Tel Aviv. L'immaginazione va per conto suo.
 

Giuda (2014)


Il giovane Shemuel rinuncia agli studi universitari e si mette a fare il badante di un vecchio scrittore. Siamo a Gerusalemme, è l'inverno a cavallo tra il 1959 e il 1960. Il ragazzo lavora a una ricerca sulla figura di Gesù visto dagli ebrei; vorrebbe riscattarlo dalla lettura negativa che si è stratificata nei secoli. Quando parla con il vecchio scrittore, mentre fuori piove, avanza ipotesi, cerca prospettive inedite, le mette alla prova. Su Giuda, per esempio: e se fosse stato lui il discepolo più fedele? Il più entusiasta? L'azzardo intellettuale suona perfino blasfemo. Eppure - ragiona il ragazzo - è stato per tramite di Giuda Iscariota che Gesù, sfidando la morte, ha compiuto il suo disegno di salvezza. Il vecchio scrittore borbotta, chiede in bicchiere d'acqua, divaga. Dice di considerare Gesù "il più grande sognatore di tutti i tempi". Poi aggiunge, severo: "Ma i suoi discepoli no". Che cosa intende? Addita la loro mancanza di coraggio. Forse esagera, ma coglie il segno della loro debolezza. Non sono all'altezza del sogno. Non sempre. Sono quelli che, come noi, credono o vogliono credere, ma si addormentano, si distraggono. Hanno paura. "Beati i sognatori e sventurati coloro che hanno gli occhi aperti. I primi non ci salveranno di certo, né noi né i loro discepoli, ma senza sogni e senza sognatori la maledizione peserebbe mille volte di più. È per merito dei sognatori se anche noi, i disincantati, siamo un po' meno di pietra e disperati di quanto saremmo senza di loro".