Vi manca Faber? Ci pensa la PFM
Andrea Silenzi , di ANDREA SILENZIQuarant’anni fa il tour che cambiò la musica in Italia. Oggi, a vent’anni dalla scomparsa, il genio di “Crêuza de mä”, incontra di nuovo il rock della band di Franz Di Cioccio. L’avete sentita la “buona novella”?
«Con Fabrizio non c’erano mai momenti banali. O c’era gioia o erano scontri aspri. Aveva un rapporto molto forte con l’altro: o lo amavi o lo odiavi. In un’alternanza che poteva ripetersi anche venti volte al giorno». In una fredda giornata prenatalizia, seduti attorno a un tavolo nel loro negozio-ufficio milanese Patrick Djivas e Franz Di Cioccio, memorie storiche della PFM, raccontano il loro Fabrizio De André, il tour e quei dischi leggendari che quarant’anni fa cambiarono per sempre la storia della musica italiana. Le registrazioni furono effettuate al Palasport di Bologna e al Teatro Tenda di Firenze tra il 13 e il 16 gennaio del 1979. Ne vennero fuori due album, pubblicati tra il ’79 e l’80, intitolati Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM vol. 1 e 2.
Il più grande cantautore di sempre e la rock band italiana più famosa nel mondo (il 13 settembre scorso è stata premi…
Il più grande cantautore di sempre e la rock band italiana più famosa nel mondo (il 13 settembre scorso è stata premi…
«Con Fabrizio non c’erano mai momenti banali. O c’era gioia o erano scontri aspri. Aveva un rapporto molto forte con l’altro: o lo amavi o lo odiavi. In un’alternanza che poteva ripetersi anche venti volte al giorno». In una fredda giornata prenatalizia, seduti attorno a un tavolo nel loro negozio-ufficio milanese Patrick Djivas e Franz Di Cioccio, memorie storiche della PFM, raccontano il loro Fabrizio De André, il tour e quei dischi leggendari che quarant’anni fa cambiarono per sempre la storia della musica italiana. Le registrazioni furono effettuate al Palasport di Bologna e al Teatro Tenda di Firenze tra il 13 e il 16 gennaio del 1979. Ne vennero fuori due album, pubblicati tra il ’79 e l’80, intitolati Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM vol. 1 e 2.
Il più grande cantautore di sempre e la rock band italiana più famosa nel mondo (il 13 settembre scorso è stata premiata a Londra come “band internazionale dell’anno” ai Prog Music Awards UK 2018): due universi fino ad allora distanti, quasi incompatibili, che si incontravano per dare un nuovo significato alla forma-canzone, aprendo nuovi orizzonti in una scena musicale fino ad allora poco propensa alla mescolanza. Adesso, a quarant’anni di distanza da quell’esperienza folgorante e a venti dalla scomparsa del Maestro, la PFM torna in concerto con PFM canta De André – Anniversary, un tour di oltre trenta date che prenderà il via il 12 marzo da Bologna, ideato per celebrare quell’incontro che lo stesso Fabrizio ricordava così: «La nostra tournée è stata il primo esempio di collaborazione tra due modi di concepire ed eseguire le canzoni. Un’esperienza irripetibile perché PFM non era un’accolita di ottimi musicisti riuniti per l’occasione, ma un gruppo con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto e l’hanno messo al mio servizio…».
Com’è cominciata la vostra collaborazione?
Di Cioccio: «Ai tempi di La buona novella. Noi all’epoca (fine anni Sessanta, ndr) ci chiamavamo ancora “i Quelli”, e l’esperienza con Fabrizio è stata l’ultima prima del nostro cambiamento. Lui faceva avanti e indietro da Genova e con quel disco voleva dare una risposta alle istanze dei sessantottini. Noi avevamo già una nostra amalgama ma non potevamo interagire più di tanto. Però Fabrizio era rimasto abbastanza colpito dal nostro modo di suonare».
Poi, più o meno dieci anni dopo, il live che ha cambiato la Storia. La gestazione però fu piuttosto complicata, anche se fu lui a cercarvi.
Djivas: «Era un artista fuori dagli schemi, e ne pagava sempre le conseguenze. Venne a vederci in concerto e dopo parlammo un po’. Quando iniziammo a provare non capiva esattamente cosa stessimo facendo. Avevamo poco tempo a disposizione, tutti dicevano che quel progetto era una follia, e anche Fabrizio era molto incerto. Abbiamo discusso tra noi su come rielaborare i brani, ce li siamo divisi e ci abbiamo lavorato un po’. Lui si è fidato e dall’emergenza è nato tutto quello che poi abbiamo portato sul palcoscenico. A quel punto è cambiato tutto, lui ha capito in pieno il valore musicale dei brani. Il testo veniva esaltato dagli arrangiamenti: rock e poesia, era la prima volta che accadeva e fu un successo enorme».
De André, fino a quel momento, era sempre stato piuttosto restio a mostrarsi in pubblico. I concerti erano un’eccezione.
Di Cioccio: «Era titubante, ma era rassicurato dal nostro essere un gruppo. Aveva sempre ricercato parole, ritmi, suoni, ma non sentiva il bisogno del live. La nostra presenza finiva per tranquillizzarlo: per lui eravamo “la sua tribù”».
Gli davate coraggio?
Djivas: «Fino a un certo punto, in realtà. Lui ha avuto sempre un po’ di timore del palcoscenico: è un tipo di disagio che ti porti dietro per sempre».
Di Cioccio: «Fabrizio accettava sempre la sfida del pubblico. Durante quel tour ci sono state anche un paio di risse, a Napoli stava per scoppiare il finimondo. In quegli anni lui era un simbolo: voleva sempre spiegare il suo pensiero, confrontarsi. Rispondeva con garbo a quelli che lo contestavano, gli dava anche ragione, ma poi magari all’improvviso, in modo quasi impercettibile, li prendeva in giro. La tensione durante i concerti era una costante, perché all’epoca c’era tanta gente che cercava visibilità attraverso le proteste. Però insieme eravamo una vera tribù e in qualche modo lo proteggevamo».
Quel tour ha finito per cambiare il modo di concepire il live in Italia.
Di Cioccio: ««Per la prima volta si mettevano insieme rock e poesia: non era mai accaduto, ma da quel momento sono cambiate tante cose. Dopo quel tour Fabrizio è diventato un artista diverso. Non ha mai più cambiato i nostri arrangiamenti e ha iniziato a dedicare alla musica la stessa attenzione che aveva sempre avuto per le parole. Sui missaggi era diventato un rompicoglioni pazzesco. E visto che sapeva suonare molto bene la chitarra, ha saputo andare avanti per arrivare fin dove è arrivato. Con quell’esperienza Faber ha scoperto il peso della musica nella canzone: è come se gli avessimo aperto una finestra emotiva che lui non conosceva. Tutti i suoi collaboratori che sono venuti dopo hanno trovato una strada già aperta. E quei due dischi rappresentano il giro di boa della musica italiana».
Poi la vostra collaborazione si è interrotta.
Di Cioccio: «In realtà l’idea era di fare un disco insieme e poi un altro tour. Ma ci fu il rapimento e da quel momento è cambiato tutto. Ci è dispiaciuto molto non poter realizzare quel progetto».
C’è un ricordo particolarmente forte dei vostri giorni con Fabrizio?
Djivas: «La meraviglia di stare a cena con lui e di ascoltare il racconto delle sue canzoni. Era come se traducesse il testo, se alzasse il sipario delle parole per mostrare cosa c’era dietro. Poteva parlare un’ora di una frase, spiegare nel dettaglio perché aveva scelto una parola anziché un’altra. Era un uomo di una cultura mostruosa».
Adesso quel progetto torna a vivere con un nuovo tour.
Di Cioccio: «Riporteremo in scena tutto il concerto, inserendo anche qualche brano da La buona novella. Stiamo ritoccando gli arrangiamenti per cercare di amplificare tutte le atmosfere dei brani e il sound è diventato più progressive. Sul palco saremo in nove: tornerà con noi Flavio Premoli (storico tastierista della band, ndr) e ci sarà anche Michele Ascolese, chitarrista che ha affiancato Faber per anni».
A ottobre è uscito il cofanetto antologico “Tvb The very best”. Continuate a ricevere premi internazionali e i vostri tour, dagli Stati Uniti al Giappone all’Inghilterra, sono sempre sold out. Non sembra un semplice effetto nostalgia….
Djivas: «La gente continua a venire ai nostri concerti perché sa che troverà delle sorprese, situazioni emozionanti come sarà il tour Anniversary. In platea vediamo tanti ragazzi e noi non ci limitiamo alla celebrazione, investiamo energie. Continuiamo a fare dischi perché ci diverte e dà un senso al nostro mestiere, e la gente è felice di venire ad ascoltarci».
Di Cioccio: «Quando ci trasferimmo negli Stati Uniti, a metà degli anni Settanta, ci rendemmo conto che se non avessimo mantenuto le nostre caratteristiche, se ci fossimo spersonalizzati, saremmo velocemente scomparsi. Eravamo diversi dalle band anglosassoni perché rispetto a loroeravamo meno spettacolari, ma avevamo un’anima mediterranea, calda. In quegli anni abbiamo appreso il senso dell’improvvisazione dai jazzisti. Ancora oggi cerchiamo di valorizzare la bellezza. Facciamo di tutto per far vivere al pubblico questo prezioso e indispensabile piacere».
Il più grande cantautore di sempre e la rock band italiana più famosa nel mondo (il 13 settembre scorso è stata premiata a Londra come “band internazionale dell’anno” ai Prog Music Awards UK 2018): due universi fino ad allora distanti, quasi incompatibili, che si incontravano per dare un nuovo significato alla forma-canzone, aprendo nuovi orizzonti in una scena musicale fino ad allora poco propensa alla mescolanza. Adesso, a quarant’anni di distanza da quell’esperienza folgorante e a venti dalla scomparsa del Maestro, la PFM torna in concerto con PFM canta De André – Anniversary, un tour di oltre trenta date che prenderà il via il 12 marzo da Bologna, ideato per celebrare quell’incontro che lo stesso Fabrizio ricordava così: «La nostra tournée è stata il primo esempio di collaborazione tra due modi di concepire ed eseguire le canzoni. Un’esperienza irripetibile perché PFM non era un’accolita di ottimi musicisti riuniti per l’occasione, ma un gruppo con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto e l’hanno messo al mio servizio…».
Com’è cominciata la vostra collaborazione?
Di Cioccio: «Ai tempi di La buona novella. Noi all’epoca (fine anni Sessanta, ndr) ci chiamavamo ancora “i Quelli”, e l’esperienza con Fabrizio è stata l’ultima prima del nostro cambiamento. Lui faceva avanti e indietro da Genova e con quel disco voleva dare una risposta alle istanze dei sessantottini. Noi avevamo già una nostra amalgama ma non potevamo interagire più di tanto. Però Fabrizio era rimasto abbastanza colpito dal nostro modo di suonare».
Poi, più o meno dieci anni dopo, il live che ha cambiato la Storia. La gestazione però fu piuttosto complicata, anche se fu lui a cercarvi.
Djivas: «Era un artista fuori dagli schemi, e ne pagava sempre le conseguenze. Venne a vederci in concerto e dopo parlammo un po’. Quando iniziammo a provare non capiva esattamente cosa stessimo facendo. Avevamo poco tempo a disposizione, tutti dicevano che quel progetto era una follia, e anche Fabrizio era molto incerto. Abbiamo discusso tra noi su come rielaborare i brani, ce li siamo divisi e ci abbiamo lavorato un po’. Lui si è fidato e dall’emergenza è nato tutto quello che poi abbiamo portato sul palcoscenico. A quel punto è cambiato tutto, lui ha capito in pieno il valore musicale dei brani. Il testo veniva esaltato dagli arrangiamenti: rock e poesia, era la prima volta che accadeva e fu un successo enorme».
De André, fino a quel momento, era sempre stato piuttosto restio a mostrarsi in pubblico. I concerti erano un’eccezione.
Di Cioccio: «Era titubante, ma era rassicurato dal nostro essere un gruppo. Aveva sempre ricercato parole, ritmi, suoni, ma non sentiva il bisogno del live. La nostra presenza finiva per tranquillizzarlo: per lui eravamo “la sua tribù”».
Gli davate coraggio?
Djivas: «Fino a un certo punto, in realtà. Lui ha avuto sempre un po’ di timore del palcoscenico: è un tipo di disagio che ti porti dietro per sempre».
Di Cioccio: «Fabrizio accettava sempre la sfida del pubblico. Durante quel tour ci sono state anche un paio di risse, a Napoli stava per scoppiare il finimondo. In quegli anni lui era un simbolo: voleva sempre spiegare il suo pensiero, confrontarsi. Rispondeva con garbo a quelli che lo contestavano, gli dava anche ragione, ma poi magari all’improvviso, in modo quasi impercettibile, li prendeva in giro. La tensione durante i concerti era una costante, perché all’epoca c’era tanta gente che cercava visibilità attraverso le proteste. Però insieme eravamo una vera tribù e in qualche modo lo proteggevamo».
Quel tour ha finito per cambiare il modo di concepire il live in Italia.
Di Cioccio: ««Per la prima volta si mettevano insieme rock e poesia: non era mai accaduto, ma da quel momento sono cambiate tante cose. Dopo quel tour Fabrizio è diventato un artista diverso. Non ha mai più cambiato i nostri arrangiamenti e ha iniziato a dedicare alla musica la stessa attenzione che aveva sempre avuto per le parole. Sui missaggi era diventato un rompicoglioni pazzesco. E visto che sapeva suonare molto bene la chitarra, ha saputo andare avanti per arrivare fin dove è arrivato. Con quell’esperienza Faber ha scoperto il peso della musica nella canzone: è come se gli avessimo aperto una finestra emotiva che lui non conosceva. Tutti i suoi collaboratori che sono venuti dopo hanno trovato una strada già aperta. E quei due dischi rappresentano il giro di boa della musica italiana».
Poi la vostra collaborazione si è interrotta.
Di Cioccio: «In realtà l’idea era di fare un disco insieme e poi un altro tour. Ma ci fu il rapimento e da quel momento è cambiato tutto. Ci è dispiaciuto molto non poter realizzare quel progetto».
C’è un ricordo particolarmente forte dei vostri giorni con Fabrizio?
Djivas: «La meraviglia di stare a cena con lui e di ascoltare il racconto delle sue canzoni. Era come se traducesse il testo, se alzasse il sipario delle parole per mostrare cosa c’era dietro. Poteva parlare un’ora di una frase, spiegare nel dettaglio perché aveva scelto una parola anziché un’altra. Era un uomo di una cultura mostruosa».
Adesso quel progetto torna a vivere con un nuovo tour.
Di Cioccio: «Riporteremo in scena tutto il concerto, inserendo anche qualche brano da La buona novella. Stiamo ritoccando gli arrangiamenti per cercare di amplificare tutte le atmosfere dei brani e il sound è diventato più progressive. Sul palco saremo in nove: tornerà con noi Flavio Premoli (storico tastierista della band, ndr) e ci sarà anche Michele Ascolese, chitarrista che ha affiancato Faber per anni».
A ottobre è uscito il cofanetto antologico “Tvb The very best”. Continuate a ricevere premi internazionali e i vostri tour, dagli Stati Uniti al Giappone all’Inghilterra, sono sempre sold out. Non sembra un semplice effetto nostalgia….
Djivas: «La gente continua a venire ai nostri concerti perché sa che troverà delle sorprese, situazioni emozionanti come sarà il tour Anniversary. In platea vediamo tanti ragazzi e noi non ci limitiamo alla celebrazione, investiamo energie. Continuiamo a fare dischi perché ci diverte e dà un senso al nostro mestiere, e la gente è felice di venire ad ascoltarci».
Di Cioccio: «Quando ci trasferimmo negli Stati Uniti, a metà degli anni Settanta, ci rendemmo conto che se non avessimo mantenuto le nostre caratteristiche, se ci fossimo spersonalizzati, saremmo velocemente scomparsi. Eravamo diversi dalle band anglosassoni perché rispetto a loroeravamo meno spettacolari, ma avevamo un’anima mediterranea, calda. In quegli anni abbiamo appreso il senso dell’improvvisazione dai jazzisti. Ancora oggi cerchiamo di valorizzare la bellezza. Facciamo di tutto per far vivere al pubblico questo prezioso e indispensabile piacere».