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Fotografie di Paolo Pellegrin. Welzow, Germania 2013 

Capolavori su carta carbone

Da Heathcliff, chiamato “coal country” in “Cime tempestose”, alla Coketown descritta da Charles Dickens: è stato un protagonista assoluto di molti romanzi dell’Ottocento. E anche del Novecento. Avete presente Margaret Thatcher?
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Dai romanzi spariscono certi modi di dire che non si usano più, i colori desueti, e anche le materie prime: la rivoluzione ambientale sarà più lenta di quella che desideriamo, ma le rinnovabili prenderanno sempre più spazio nella narrativa popolare. È convinzione diffusa che il romanzo contemporaneo verrà ricordato per i suoi legami con la società digitale e la tecnologia dell’informazione, quando in realtà i personaggi del presente saranno gli ultimi a non vivere in una desertificazione o glaciazione perenne. Tra i responsabili della catastrofe attuale, sparirà proprio lui: il carbone. Questa sostanza così vittoriana, avida e iniqua, da sempre legata a un immaginario di oppressione, farà una brutta fine. Ma proviamo a immaginare che non ci sia mai stata, a considerare la sua scomparsa in maniera retroattiva. Senza il carbone, a quanti capolavori dovremmo rinunciare?

Forse il personaggio letterario pi&…
Dai romanzi spariscono certi modi di dire che non si usano più, i colori desueti, e anche le materie prime: la rivoluzione ambientale sarà più lenta di quella che desideriamo, ma le rinnovabili prenderanno sempre più spazio nella narrativa popolare. È convinzione diffusa che il romanzo contemporaneo verrà ricordato per i suoi legami con la società digitale e la tecnologia dell’informazione, quando in realtà i personaggi del presente saranno gli ultimi a non vivere in una desertificazione o glaciazione perenne. Tra i responsabili della catastrofe attuale, sparirà proprio lui: il carbone. Questa sostanza così vittoriana, avida e iniqua, da sempre legata a un immaginario di oppressione, farà una brutta fine. Ma proviamo a immaginare che non ci sia mai stata, a considerare la sua scomparsa in maniera retroattiva. Senza il carbone, a quanti capolavori dovremmo rinunciare?

Forse il personaggio letterario più legato all’essenza del carbone è Heathcliff in Cime tempestose di Emily Brontë. Nel testo originale la governante Nelly lo chiama “coal country”, paragonandolo a una zona carbonifera contrapposta alla valle verde e fertile rappresentata da Edgar Linton, il suo avversario in amore. Nei suoi tormenti, nella fuliggine e degradazione delle sue condizioni lavorative, più nero del nero, Heathcliff è il carbone e lascerà il proprio marchio sul romanzo vittoriano così come il carbone lo lascerà nella Rivoluzione industriale, fino a precipitare nelle pagine di Charles Dickens e a diventare un vero e proprio personaggio. Spiacevole ma necessario. Senza il carbone, non esisterebbe la Coketown di Tempi difficili, “una città con mattoni rossi, o per meglio dire, di mattoni che sarebbero stati rossi se fumo e cenere lo avessero permesso”. Attraverso questo luogo, Dickens delinea una precisa geografia della diseguaglianza: da una parte facciate e alberi intrisi di fuliggine, dall’altra i sobborghi pastorali dei benestanti.

Ma per Dickens il carbone non è solo il fumo delle fabbriche, è anche una fonte di calore domestico. In Casa desolata, definisce il fumo come “l’edera di Londra”, avvinta al nome e alla casa di Peffer. Che la storia del carbone sia una storia di classe, lo si capisce anche tramite Jane Austen: i personaggi dei suoi romanzi si avvicinano al camino, ci si appoggiano sopra, ma non lo accendono quasi mai. In questi scenari borghesi il calore del focolare viene dato per scontato, e Austen nomina il carbone solo quando deve descrivere la famiglia impoverita di Fanny Price in Mansfield Park.

Primordiale ed eterno, ma anche moderno e scarso, il carbone nei romanzi tra l’Ottocento e il primo Novecento soffre di dissociazione: da una parte rappresenta l’impoverimento delle classi operaie ridotte in miseria — grazie a Germinal di Émile Zola la forza tirannica del lavoro in miniera si propaga ovunque in Europa e influenza anche il romanzo sociale italiano —, dall’altra squarcia i confini geografici con la locomotiva a vapore, garantendo nuovi commerci e migrazioni, rivelandosi in tutta la sua incandescenza. E soprattutto permette la solidarietà tra lavoratori: in La situazione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels il carbone viene citato più di settanta volte.

Nel corso della sua storia, il carbone è stato al centro di battaglie multiformi. Ma gli scioperi contro Margaret Thatcher evocano un paese che non esiste più, se non nei romanzi a sfondo storico. È quello che accade nei libri di Jonathan Coe, in cui nuove fabbriche si sostituiscono a quelle vecchie. In La banda dei brocchi ambientato a Birmingham nel 1973, un dirigente di scarso calibro della MG si ritrova con gli amici al bar per criticare una nazione ostaggio dei minatori esaltati dagli scioperi. Ogni paese vive in relazione a una materia prima, nel nostro immaginario: il Regno Unito è indissolubilmente legato al carbone, mentre gli Stati Uniti fanno pensare subito al cotone e al petrolio, con le loro storie di sottomissione e conquista.

Quando arriva nella letteratura americana, il carbone è già vecchio, stanco, quasi elegiaco. Dall’euforia dei battelli a vapore di Mark Twain si passa in fretta all’ode per la locomotiva d’inverno di Walt Whitman, carica di un romanticismo che si riverbera tuttora: ma il carbone nel romanzo americano è un fantasma, chiunque gli graviti attorno è un superstite, un orfano; del fossile nero si vedono soprattutto le cicatrici lasciate dalle estrazioni a cielo aperto e i licenziamenti. La luce del carbone era importante anche per D.H. Lawrence. In Donne innamorate la protagonista Gudrun, legata al proprietario di una miniera, dice: “Non senti in un certo qual modo, pur nel suo sudiciume, un velato caldo senso di attrazione?”, riferendosi alle strade ricoperte di polvere nera.