Non fate economia, è una scienza inutile
Marco Ruffolo , di MARCO RUFFOLODa un lato il paradigma neoclassico, ciecamente convinto di essere scienza. Dall'altro un keynesismo applicato in modo meccanico. E in mezzo una disciplina che, stretta tra gli opposti estremismi, rischia di diventare non solo grigia, ma anche superflua. La dura analisi di uno studioso. Senza scampo?
Quando le idee economiche diventano autoreferenziali, quando ogni fenomeno difficilmente spiegabile viene ingabbiato a forza nei paradigmi di quelle idee o peggio occultato se rischia di metterle in dubbio, quando la pretesa di aver scoperto una legge universale rende irrilevante lo studio dei pensatori del passato, ecco che l'economia si trasforma in una scienza non solo triste ma inutile, perché incapace di capire la realtà che cambia continuamente sotto i nostri occhi. Scatta in altre parole quello che Francesco Saraceno, vicepresidente del centro di ricerca economica parigino Ofce e autore del libro La scienza inutile, chiama il "tranello della semplificazione" nel quale inciampano tutte le politiche economiche "a taglia unica", quelle preconfezionate, apparentemente buone per tutte le occasioni. Ma che buone in realtà non sono perché uno schematismo eccessivo impedisce loro di funzionare.
"Nel corso del Ventesimo secolo - …
"Nel corso del Ventesimo secolo - …
Quando le idee economiche diventano autoreferenziali, quando ogni fenomeno difficilmente spiegabile viene ingabbiato a forza nei paradigmi di quelle idee o peggio occultato se rischia di metterle in dubbio, quando la pretesa di aver scoperto una legge universale rende irrilevante lo studio dei pensatori del passato, ecco che l'economia si trasforma in una scienza non solo triste ma inutile, perché incapace di capire la realtà che cambia continuamente sotto i nostri occhi. Scatta in altre parole quello che Francesco Saraceno, vicepresidente del centro di ricerca economica parigino Ofce e autore del libro La scienza inutile, chiama il "tranello della semplificazione" nel quale inciampano tutte le politiche economiche "a taglia unica", quelle preconfezionate, apparentemente buone per tutte le occasioni. Ma che buone in realtà non sono perché uno schematismo eccessivo impedisce loro di funzionare.
"Nel corso del Ventesimo secolo - scrive Saraceno - le scuole neoclassica e keynesiana hanno assunto alternativamente il ruolo di paradigma dominante, ognuna emergendo dalla crisi dell'altra". Entrambe però hanno finito per cristallizzare le proprie teorie ed essere identificate in modo schematico rispettivamente nella visione politica conservatrice e in quella progressista. Il risultato è che né l'una né l'altra sono state capaci alla fine di leggere la complessità dei fenomeni economici e sociali del loro tempo. C'è tuttavia una asimmetria fondamentale, secondo Saraceno, nell'approccio delle due scuole di pensiero: negli ultimi tre decenni è stato soprattutto il paradigma neoclassico a volersi presentare come una scienza esatta, partendo dalla sua fede incrollabile nell'esistenza di un equilibrio ottimale e universale basato sulla razionalità individuale. Questa pretesa assolutistica ha di fatto estromesso dai propri orizzonti lo studio delle idee del passato e dei loro autori, diventato irrilevante una volta che si crede di aver trovato il passepartout universale della scienza economica. E invece, spiega Saraceno, quello studio è indispensabile "per capire meglio la crisi attuale, per identificare soluzioni all'altezza delle sfide che ci attendono", soprattutto per insegnare agli economisti e ai politici "le virtù dell'umiltà e del pragmatismo".
Questo non significa che la visione filo-keynesiana non abbia anch'essa accumulato certezze e dogmi, dai quali il grande economista britannico sarebbe il primo a prendere le distanze, se fosse ancora vivo. Keynes, ricorda Saraceno, "concepiva la politica economica come l'arte del navigare con cautela nei meandri dell'interazione complessa tra due istituzioni intrinsecamente imperfette come Stato e mercato". E non avrebbe certamente apprezzato la pretesa di molti responsabili politici keynesiani degli anni Sessanta, ma anche di molti "economisti nostrani di oggi", di applicare la sua lezione limitandosi ad azionare "qualche leva in modo meccanico". Il che ci riporta alla banalizzazione di Keynes e dei suoi "moltiplicatori" della spesa cui ricorrono taluni tifosi dell'attuale governo per giustificare il mancato rispetto delle regole europee sul deficit.
Insomma, quel che ci ricorda Saraceno raccontandoci con rigore e chiarezza la lunga battaglia delle idee economiche che si snoda dalla Grande Depressione dei primi anni '30 fino ad oggi (con l'aggiunta di una serie di focus su dibattiti più attuali), è che gli economisti dovrebbero rinunciare ai tentativi di costruire ricette universali: "L'oggetto dello studio dell'economia - diceva Joan Robinson, citata da Saraceno alla fine del suo libro - non è acquisire una serie di risposte preconfezionate ma di apprendere come evitare di essere ingannati dagli economisti".
Il libro
La scienza inutile di Francesco Saraceno, Luiss edizioni, pagg.176, euro 16
"Nel corso del Ventesimo secolo - scrive Saraceno - le scuole neoclassica e keynesiana hanno assunto alternativamente il ruolo di paradigma dominante, ognuna emergendo dalla crisi dell'altra". Entrambe però hanno finito per cristallizzare le proprie teorie ed essere identificate in modo schematico rispettivamente nella visione politica conservatrice e in quella progressista. Il risultato è che né l'una né l'altra sono state capaci alla fine di leggere la complessità dei fenomeni economici e sociali del loro tempo. C'è tuttavia una asimmetria fondamentale, secondo Saraceno, nell'approccio delle due scuole di pensiero: negli ultimi tre decenni è stato soprattutto il paradigma neoclassico a volersi presentare come una scienza esatta, partendo dalla sua fede incrollabile nell'esistenza di un equilibrio ottimale e universale basato sulla razionalità individuale. Questa pretesa assolutistica ha di fatto estromesso dai propri orizzonti lo studio delle idee del passato e dei loro autori, diventato irrilevante una volta che si crede di aver trovato il passepartout universale della scienza economica. E invece, spiega Saraceno, quello studio è indispensabile "per capire meglio la crisi attuale, per identificare soluzioni all'altezza delle sfide che ci attendono", soprattutto per insegnare agli economisti e ai politici "le virtù dell'umiltà e del pragmatismo".
Questo non significa che la visione filo-keynesiana non abbia anch'essa accumulato certezze e dogmi, dai quali il grande economista britannico sarebbe il primo a prendere le distanze, se fosse ancora vivo. Keynes, ricorda Saraceno, "concepiva la politica economica come l'arte del navigare con cautela nei meandri dell'interazione complessa tra due istituzioni intrinsecamente imperfette come Stato e mercato". E non avrebbe certamente apprezzato la pretesa di molti responsabili politici keynesiani degli anni Sessanta, ma anche di molti "economisti nostrani di oggi", di applicare la sua lezione limitandosi ad azionare "qualche leva in modo meccanico". Il che ci riporta alla banalizzazione di Keynes e dei suoi "moltiplicatori" della spesa cui ricorrono taluni tifosi dell'attuale governo per giustificare il mancato rispetto delle regole europee sul deficit.
Insomma, quel che ci ricorda Saraceno raccontandoci con rigore e chiarezza la lunga battaglia delle idee economiche che si snoda dalla Grande Depressione dei primi anni '30 fino ad oggi (con l'aggiunta di una serie di focus su dibattiti più attuali), è che gli economisti dovrebbero rinunciare ai tentativi di costruire ricette universali: "L'oggetto dello studio dell'economia - diceva Joan Robinson, citata da Saraceno alla fine del suo libro - non è acquisire una serie di risposte preconfezionate ma di apprendere come evitare di essere ingannati dagli economisti".
Il libro
La scienza inutile di Francesco Saraceno, Luiss edizioni, pagg.176, euro 16