✕
 (c) Nicola Nunziata/opfot.com 

Così vicini, così Belushi

Avete presente il film “I vicini di casa”, la guerra tra americani medi che segnò l’ultima apparizione del mitico John? Beh, il romanzo da cui è tratto è ancora più straziante e comico: da (ri)scoprire
3 minuti di lettura
"Un sacco di paesi sono così. Casematte ai confini, filo spinato, campi minati. E chi vive dall'altra parte? Esseri umani, uomini come me e te". Da Revolutionary Road ad American Beauty, la società americana, quella nata con il massacro dei nativi, ma che ha nella sua costituzione solo parole di libertà, ha sempre riservato un ruolo fondamentale alla figura archetipica dei vicini di casa. Nel famoso racconto di Carver intitolato I vicini, i protagonisti approfittano dell'assenza dei dirimpettai per visitare morbosamente una vita che non è la loro. I vicini hanno una natura doppia ma la stessa funzione: in un caso o nell'altro sono lo specchio della pochezza delle vite dei protagonisti, servono a svegliarli dal falso bagliore del sogno americano, quello per cui un avvenire luminoso può darsi solo a patto di una guerra. Ecco il messaggio implicito: dentro ogni famiglia ci sono sempre belve assetate di vendetta, dietro ogni sogno c…
"Un sacco di paesi sono così. Casematte ai confini, filo spinato, campi minati. E chi vive dall'altra parte? Esseri umani, uomini come me e te". Da Revolutionary Road ad American Beauty, la società americana, quella nata con il massacro dei nativi, ma che ha nella sua costituzione solo parole di libertà, ha sempre riservato un ruolo fondamentale alla figura archetipica dei vicini di casa. Nel famoso racconto di Carver intitolato I vicini, i protagonisti approfittano dell'assenza dei dirimpettai per visitare morbosamente una vita che non è la loro. I vicini hanno una natura doppia ma la stessa funzione: in un caso o nell'altro sono lo specchio della pochezza delle vite dei protagonisti, servono a svegliarli dal falso bagliore del sogno americano, quello per cui un avvenire luminoso può darsi solo a patto di una guerra. Ecco il messaggio implicito: dentro ogni famiglia ci sono sempre belve assetate di vendetta, dietro ogni sogno c'è una frustrazione.

Così accade anche in Vicini di casa di Thomas Berger (1980). Il protagonista Earl Keese, ora che la sua figlia modello è al college, vive solo con la moglie in fondo al vicolo di un sobborgo paludoso, metà quartiere dormitorio metà campagna, quando riceve la tempestosa visita dei nuovi vicini, Harry e Ramona. I due - opportunisti, maleducati, egocentrici, l'incarnazione dello spirito libertarian ma individualista americano - sono l'occasione per Keese di smontare l'immagine della sua presunta famiglia perfetta e della sua vita. La débâcle si svolge in meno di due giorni, dominati da incidenti, incomprensioni, equivoci, conseguenze sempre più disastrose. Il film di John Avildsen del 1981 tratto dal libro - l'ultimo interpretato da John Belushi - riesce fino a un certo punto a rendere l'effetto comico e straziante del libro; mentre a leggere le cronache della lavorazione, l'aura del disastro precipitò più sulla troupe che sullo schermo.

Belushi e Dan Aykroyd, reduci dal successo di Blues Brothers, non riuscirono a replicarlo, nonostante avessero riscritto la sceneggiatura, provato a scambiarsi i ruoli e litigato incessantemente con il regista. Il meccanismo del libro è una diabolica discesa nell'inconscio, se lo si confonde con un semplice - seppur rocambolesco - gioco al massacro, non se ne coglie la potenza. La lotta è tra il caos e il cosmos. Il terreno di battaglia è l'anima di Keese, il filo delle sue paranoie, dei suoi errori e dei suoi tormenti in un ritmo scandito da esilaranti colpi di scena. Al contrario dei suoi contemporanei - Updike, Roth... - ovvero quelli definiti da D. F. Wallace i "Grandi Narcisisti", la scrittura di Berger sembra mossa da un amore infantile per i suoi personaggi. Per comprendere la sua visione, il suo humor mai derisorio, vale la pena accostare questo dramma da camera a Il piccolo grande uomo, il romanzo da cui fu tratto il film capolavoro di Arthur Penn con Dustin Hoffman. Tutta la normalità della pace americana si fonda sulla rimozione di una colpa secolare.

E allora la tragedia contemporanea di Keese è la strenua difesa di valori di cui in fondo non è portatore. Ne Il piccolo grande uomo il rimosso serve a rovesciare lo stereotipo del Western attraverso una dimensione comica-fiabesca, ne I vicini di casa ci porta a divorare il romanzo in uno stato febbrile, con un protagonista sempre più all'oscuro di un principio di realtà. Keese soffre di allucinazioni, col tempo si è abituato a considerare tali anche le cose vere. In altre parole, ha normalizzato l'allucinante. La violenza è normale: questo risulta dai suoi pensieri, i soli a cui abbiamo accesso. E questa diventa l'unica possibilità di stare nel romanzo, tra personaggi diffidenti e perennemente impegnati in una lotta di tutti contro tutti, nell'attesa maniacale di una ritorsione o del riscatto per un torto subito. Ma la violenza, per quanto allucinante, non solo è la norma, è anche il modo di relazionarsi con gli altri per ottenerne la stima, il rispetto e il favore. Ognuno diventa interessante solo quando alza la voce, mena le mani o minaccia di farlo. Si è violenti persino nel modo di scherzare.

L'unica felicità che si può esperire è con la guardia alta insinua Berger. L'altro, comunque e chiunque sia, è il nemico. "Chiedo scusa se vi ho ferito, ma nella vita gli interessi spesso confliggono. Forse come vicini di casa possiamo essere neutrali, almeno, e non nemici attivi. Lo spero di cuore e farò tutto il possibile perché sia così" sembra alzare bandiera bianca Keese. Ma appena scoperto il fianco viene aggredito fisicamente da Harry. Ammettere la violenza, riconoscerla, gli servirà, anche a costo di subirla, per scoprire - forse troppo tardi - l'inconsistenza di questa guerra hobbesiana. Resta la speranza che nella fuga, in un mito della frontiera nuovo e sgangherato, possa ancora esserci il mondo degli affetti e dell'amicizia.