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Nella foto, Gino Bartali 

Il mio amico Bartali campione dei Giusti

Un grande reporter ricorda in un libro il grande ciclista. Che così sfidò rivali ben più pericolosi di Fausto Coppi: i fascisti razzisti. Salvando durante la guerra più di ottocento ebrei. Come? A modo suo: naturalmente in bicicletta
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Tra le fortune di questo mestiere metto quella di aver conosciuto Gino Bartali e di averci parlato a lungo. La prima volta, intimidito, avevo usato il lei. E lui, brusco: guarda che nel ciclismo usa darsi del tu. Era stato lui a rompere il ghiaccio, al diavolo i trentun anni di differenza. Aveva già smesso di correre, Gino, ma al Giro c'era sempre: o come opinionista della Gazzetta, un fondino mai povero di sapore, o come uomo-immagine, oggi forse si direbbe testimonial. Guidava lui un'auto scoperta, per Vittadello abbigliamento o per Giordani bici, cappellino da ciclista sempre in testa, guidava con una mano, con l'altra salutava i tifosi e reggeva l'immancabile sigaretta, l'ennesima, come Yanez.

Fortuna, dicevo. Giornalistica e umana. Giornalistica perché molti episodi, inclusa la tappa da Cannes a Briançon dopo l'attentato a Togliatti, li ho sentiti raccontare dalla sua voce. Gino era un uomo onesto anche nelle piccole cose. Non inventa…
Tra le fortune di questo mestiere metto quella di aver conosciuto Gino Bartali e di averci parlato a lungo. La prima volta, intimidito, avevo usato il lei. E lui, brusco: guarda che nel ciclismo usa darsi del tu. Era stato lui a rompere il ghiaccio, al diavolo i trentun anni di differenza. Aveva già smesso di correre, Gino, ma al Giro c'era sempre: o come opinionista della Gazzetta, un fondino mai povero di sapore, o come uomo-immagine, oggi forse si direbbe testimonial. Guidava lui un'auto scoperta, per Vittadello abbigliamento o per Giordani bici, cappellino da ciclista sempre in testa, guidava con una mano, con l'altra salutava i tifosi e reggeva l'immancabile sigaretta, l'ennesima, come Yanez.

Fortuna, dicevo. Giornalistica e umana. Giornalistica perché molti episodi, inclusa la tappa da Cannes a Briançon dopo l'attentato a Togliatti, li ho sentiti raccontare dalla sua voce. Gino era un uomo onesto anche nelle piccole cose. Non inventava. È vero che io salivo su quell'auto scoperta sentendomi come un bambino. Il Tour del '38? I miei genitori si sarebbero incontrati nel '40. Il bambino aspettava che lo zio gli raccontasse delle storie, storie vere, non favole, di un mondo che già all'inizio lo aveva affascinato per la sua umanità, e per il numero di storie che poteva raccontare. Di Gino impressionava e incuteva timore la voce rauca, tipica del fumatore accanito, ma a lui era venuta dopo che per scommessa, a sette anni, si era fatto seppellire nella neve ("per qualche ora, bada") dai suoi compagni di giochi. (...)

Quella famosa tappa di Briançon partiva alle sei. Sveglia poco dopo le quattro (colazione, frettolosi massaggi, raduno coi gregari). Al ritrovo di partenza diluvia, tuttavia Bartali s'accende la solita Nazionale senza filtro, va a cercare Louison Bobet (la maglia gialla) e gli dice: "Oggi uno di noi due si divertirà poco". Bobet ha già l'occhio dello sconfitto. Aveva oltre 21 minuti su Gino, ne perde 20. Il resto, il giorno dopo. Mi disse Bartali che era in spiaggia coi gregari: era il suo compleanno. Lo festeggiavano bevendo Vermouth e mangiando una crostata di frutta. Lì lo andò a chiamare l'albergatore: monsieur Bartali, au téléphone de l'Italie. Era una sua vecchia conoscenza, Bartolo Paschetta, vicepresidente dell'Azione cattolica, che gli passò De Gasperi. "Gino, puoi vincere il Tour?". "Non lo so, eccellenza. Ma la tappa di domani sì, la vinco come voglio". "Bravo, mi raccomando, abbiamo bisogno di buone notizie".

Dell'attentato a Togliatti già sapeva. I giornalisti italiani stavano preparando le valigie per tornare a casa ed erano passati a salutarlo. Più che notizie arrivavano voci incontrollate: si spara in tutt'Italia, trenta morti, rivoluzione, guerra civile. La cena in albergo sembra una veglia funebre, nessuno ha voglia di parlare, c'è nell'aria preoccupazione, angoscia. Bartali non rinuncia a qualche bicchiere di rosso né alle sigarette. È stato il suo medico a consigliargli il fumo per combattere la bradicardia. Poi Gino ci ha preso gusto. Lui sì, ha voglia di parlare. Poche parole, ma parla. "Ragazzi, domani può essere il nostro ultimo giorno al Tour. Se è scritto che dobbiamo tornare a casa, ci torneremo, ma prima dobbiamo realizzare qualcosa di grande".

Su quell'auto scoperta potevo toccare con mano la popolarità di Bartali, al Nord come al Sud e al Centro d'Italia. Non era la popolarità degli autografi, la foto sì, molto ambita. Teneva pronte quelle pubblicitarie, a colori, già firmate, ma a ogni sosta saltava fuori uno che gli aveva passato una borraccia sulla Scoffera o sul Macerone, o che conosceva il suo meccanico, o aveva fatto il militare a Firenze, e allora s'imponeva la sosta. Foto di gruppo e poi al bar (vino rosso). Allora pensavo alla macchina scoperta come a una processione laica, il vecchio campione al posto del santo patrono. Ma non glielo dissi mai, sapendo che avrei ferito la sua sensibilità di cattolico.

Ho ancora nelle orecchie i cori che rimbalzavano di tornante in tornante: "C'è Gino, sta arrivando Gino". E i battimani, le donne che mandavano baci. E mi ricordavo di quando mi dissero che, al Tour, Bartali rifiutò di farsi fotografare con Joséphine Baker: "Sono fidanzato". Dopo una di queste soste, ai miei complimenti rispose: "Vedi, io non sono stato bravo a fare tanti soldi, e comunque l'ultimo vestito non ha tasche. Ma una stretta di mano, un bicchiere di vino e magari un posto a tavola in tanti paesi italiani, quelli per me ci sono". A far soldi ci aveva provato di ritorno da quel Tour del '48. De Gasperi lo chiamò a Roma (parlo sempre in base ai racconti di Gino) e gli disse: "Ci hai fatto un regalo enorme e meriti un regalo. Cosa ti piacerebbe?". "Eccellenza, se è possibile vorrei non pagare le tasse, per un solo anno". "No, questo non si può fare", disse un giovane Giulio Andreotti. "Allora, niente", chiuse Bartali.

Ricordo, nel 1993, una serata milanese all'Osteria del Treno. Avevo curato un'antologia di scritti di Gianni Brera ed ero stato invitato alla presentazione, con cena d'ispirazione breriana, ex atleti, giornalisti, amici di Brera. E tra gli ex atleti c'era un Bartali di 79 anni. Tavoli da sei coperti. Con Gino, Mario Fossati, uno dei più puri scrittori di ciclismo, Ottavio Missoni e sua moglie Rosita, Fabio Capello e sua moglie Laura. Tutta gente di sport, s'intesero a meraviglia. Parlò quasi sempre Bartali, non per smania di protagonismo ma perché gli arrivavano domande una dopo l'altra. Sapendo che non gli piaceva andare a letto presto, avevo preallertato un amico, Carlo Pierelli, autista di tanti Giri e tanti Tour: verso l'una forse era il caso di riportarlo in albergo. Macché. "Ragazzi, qui o salta fuori un mazzo di carte o me ne vo a dormire", disse Gino alle 3.55. Ci andammo tutti. Stremati. Lui, fresco come un fiore.

Gli ebrei nel Manifesto di Verona erano definiti "nemici dello Stato". Ad aiutarli si rischiava la galera, la deportazione, anche la pelle. Per ottocento almeno di loro e altri antifascisti Bartali fu postino e salvatore. La vita gli aveva dato gioie e anche dolori: un fratello ciclista morto giovane per un incidente mentre correva, e nella Firenze del coprifuoco suo figlio sarebbe nato morto perché nessun medico voleva rischiare l'uscita notturna. Bartali era antifascista per cultura, una cultura contadina, pratica, non derivata dai libri: aveva studiato fino alle elementari, poi al lavoro. Era cresciuto, per dirla con Alfredo Di Stefano, all'università della strada. Il suo cattolicesimo profondamente radicato sapeva dirgli cos'è bene e cos'è male. E il regime lo sapeva. Il Minculpop aveva disposizioni precise: i giornali si occupassero di Bartali solo in caso di grande vittoria, e senza esagerare con gli elogi.

Nel '38 in Francia l'Italia di Pozzo aveva vinto il suo secondo mondiale calcistico, giocando in maglia nera e facendo il saluto romano, tra i fischi e gli insulti dei francesi e dei fuorusciti italiani. La squadra fu ricevuta in pompa magna da Mussolini a Palazzo Venezia. E Bartali vinse il Tour, ma dal duce non lo invitò nessuno. Da uomo onesto, Gino non sopportava i prepotenti, quindi era umanamente incompatibile col fascismo. Che pretendeva di dettargli il calendario: quest'anno niente Giro, solo Tour. E ci riusciva, con l'appoggio della Federciclo. Bartali rischiava sapendo di rischiare a ogni viaggio da Firenze a Terontola e poi ad Assisi. Non bastassero quei viaggi, aveva una famiglia di ebrei nascosta in casa. Il maggiore Carità aveva più di un sospetto, tenne Gino due giorni tra le sue grinfie a Villa Triste.

Paradossalmente, Bartali rischiò pure d'essere fucilato da un gruppo di partigiani, tra Maremma e alto Lazio. Uno di loro urlava che l'aveva visto pedalare in divisa fascista. Vero, ammise Gino, era la divisa dei portalettere, che aveva indossato per poco tempo, fuori Firenze, prima di darsi alla macchia. Riuscì a convincerli. Come riuscì a convincere Brera, che sulla Gazzetta lo definì troppo vecchio per sperare di vincere il Tour del '48. "Presi il treno la mattina presto, senza avvisare Brera. Arrivai in redazione, mi ricevette un po' stupito. Sulla scrivania aveva un pacchetto di Gauloises senza filtro. Gliene fumai cinque o sei in un'ora e gli dissi: pensi sempre che io sia troppo vecchio per il Tour? No, ammise, vacci pure, e buona fortuna. Scriveva bene Brera, ma era coppiano, come Fossati, come quasi tutti i giornalisti d'allora". In tanti giorni su quell'auto scoperta non l'ho mai sentito dire una parolaccia, di quelle che oggi si dicono anche all'asilo. Grullo, o bischero, al massimo. La canzone dedicatagli da Paolo Conte, una delle più belle in assoluto, gli piaceva sì, ma con una riserva: "Peccato per quella parolaccia". "I francesi che s'incazzano", l'avrete intuito. E una puntualizzazione: "Io avrò anche il naso triste come una salita, ma come proboscide anche lui non scherza".

Questo è il Bartali brontolone del "tutto sbagliato, tutto da rifare", ma è vero che ai suoi tempi (adesso, pure) molte cose erano sbagliate. Lui, che metteva in pratica i comandamenti e amava il prossimo suo, ha fatto quello che riteneva giusto e da questa primavera un albero lo ricorda nel Giardino dei Giusti, con la g maiuscola.

Credo che Bartali (so di giocarmi molte simpatie) sia stato più forte di Coppi, che aveva più stile, più eleganza, ma era fragile nel fisico. Qui, più forte Bartali, e anche nella testa. Pedalava un po' storto, di spalle si dice in gergo, ma con un'energia che secondo lui gli veniva dalla fede, non certo dal doping. "Ci ho provato una volta e mi sono addormentato", mi disse. E comunque questo libro e la storia, quella piccola del ciclismo di fronte a quella del mondo, ci ricordano una cosa: che davanti a profonde ingiustizie, diritti e libertà negati, atrocità come quelle attuate dal nazifascismo ribellarsi è giusto. E Bartali lo sapeva, molto prima che lo scrivesse Sartre.

Il libro Gino Bartali - Una bici contro il fascismo di Alberto Toscano sarà in libreria per Baldini+Castoldi da giovedì 24 gennaio (208 pagine, 17 euro), con la prefazione di Gianni Mura di cui pubblichiamo qui un estratto. Il libro sarà presentato al circolo della stampa di Torino il 25 gennaio e poi il 28 a Milano alla Feltrinelli Duomo, alle ore 18, con Gianni Mura e Piergaetano Marchetti