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  Lin-Manuel Miranda a New York e nei panni di Hamilton, nell’omonimo musical campione di incassi. Credit: Sara Krulwich / The New York Times 

Io sto con Mary Poppins (e al diavolo Trump)

Lui è Lin-Manuel Miranda. Ha portato il rap nel film dei buoni sentimenti e con “Hamilton” ha riscritto a Broadway la storia statunitense: con neri e latinos. È così che è diventato l’artista più temuto dalla Casa Bianca?
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Lin-Manuel Miranda crolla in una poltrona, esausto. Solo per un istante. Un attimo dopo sta saltellando giulivo per dimostrare un passo di danza di Dick Van Dyke. Quest'improvvisa botta d'energia rende bene il momento elettrizzante che sta vivendo. Procede nel tritacarne delle apparizioni internazionali per la promozione del film Il ritorno di Mary Poppins mentre attende con impazienza di rivestire a Portorico i panni del protagonista di Hamilton, il musical dei record che ricostruisce la storia di uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti, di origine caraibica come lui, una serie di spettacoli per raccogliere fondi per la ricostruzione dopo i danni dell'uragano Maria nel 2017.

È uscito dal cast di "Hamilton" nel luglio del 2016. Il contesto in cui era nato lo spettacolo è cambiato molto da allora. Ci racconti dell'8 novembre 2016, il giorno delle elezioni presidenziali. Dove si trovava?
"Su un aereo diretto in Messico per la promozione di…
Lin-Manuel Miranda crolla in una poltrona, esausto. Solo per un istante. Un attimo dopo sta saltellando giulivo per dimostrare un passo di danza di Dick Van Dyke. Quest'improvvisa botta d'energia rende bene il momento elettrizzante che sta vivendo. Procede nel tritacarne delle apparizioni internazionali per la promozione del film Il ritorno di Mary Poppins mentre attende con impazienza di rivestire a Portorico i panni del protagonista di Hamilton, il musical dei record che ricostruisce la storia di uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti, di origine caraibica come lui, una serie di spettacoli per raccogliere fondi per la ricostruzione dopo i danni dell'uragano Maria nel 2017.

È uscito dal cast di "Hamilton" nel luglio del 2016. Il contesto in cui era nato lo spettacolo è cambiato molto da allora. Ci racconti dell'8 novembre 2016, il giorno delle elezioni presidenziali. Dove si trovava?
"Su un aereo diretto in Messico per la promozione di Oceania. Avevo votato per corrispondenza. Mi sono svegliato in Messico e Trump era stato eletto presidente. Un modo allucinante di svegliarsi. E dovevo affrontare una giornata con la stampa. I risultati definitivi erano usciti a notte fonda, e così ho guardato Football Morning in America perché era l'unica trasmissione tv che non parlava delle elezioni. Ovviamente mi ero dato molto da fare per l'altra squadra, quindi ero un po'... be', ero davvero stupito dei risultati. Ricordo di aver pensato: "Oggi parlerò di un film in cui una giovane donna cambia il mondo. Niente di meglio per una giornata come questa"".

"Hamilton" è stato scritto e messo in scena nell'era Obama. Il contenuto, il momento politico e il cast hanno fatto sì che fosse accolto come l'affermazione di un'America variegata e progressista. È stata una reazione errata?
"Quando affronti la fondazione di questo paese, quando la racconti, stai maneggiando roba pericolosa, pronta a esplodere. E credo che il nostro obiettivo, ovvero annullare la distanza tra il pubblico e la storia avvenuta duecento anni fa mettendo in scena un cast il più diversificato e contemporaneo possibile, sia riuscito a corrispondere con il messaggio di inclusione di Obama, il suo "stiamo combattendo le stesse battaglie da molti anni", un aspetto della retorica di Obama con cui mi sono identificato e che credo risuoni nello spettacolo. Le battaglie tra Thomas Jefferson e Alexander Hamilton le stiamo ancora combattendo in altre versioni: come definiamo la nostra nazione? Come definiamo un americano? Quando scendiamo in campo intromettendoci nelle questioni di altri paesi? Quelli sono i pezzi "Cabinet Battles" del musical, gli scontri di gabinetto. E sono gli scontri tuttora riportati sui giornali. Ma un altro tema portante dello spettacolo è che i tempi cambiano, la fama di ciascuno cresce e diminuisce, e non è possibile imporre la propria fama. Uno spettacolo celebrato da una presidenza e poi definito in un tweet come sopravvalutato dalla presidenza seguente: una situazione molto calzante".

Ha sottovalutato quanto razzismo ci sia ancora in questo paese?
"Credo proprio di sì. E sono stato un ingenuo. Ho sempre saputo che il numero dei latinoamericani negli Stati Uniti stava crescendo; io sono di origini latinoamericane, quindi l'ho sempre vista come una cosa buona, non come una minaccia. Ma ovviamente ci sono persone in questo paese che la vedono come una minaccia, e ritengono che siamo meno americani di chiunque altro arrivi qui per guadagnarsi da vivere e costruirsi una vita. Lo trovo tristissimo".

Mi fa un esempio di esperienza di razzismo nella sua vita?
"Se mi trovo davanti all'edificio sbagliato a Los Angeles, di sicuro qualcuno mi darà le chiavi della sua auto per parcheggiargliela. Il razzismo è vivo e vegeto in questo paese".

È mai stato infastidito dalla polizia?
"Io no, ma mi è andata bene, perché sono cresciuto con l'ammonimento: "Mani sempre in vista. Abbiate sempre timore". Sappiamo cos'è Rudolph Giuliani adesso per l'America. Ma quando ero adolescente sparavano ai ragazzini neri e mulatti, e lui diffondeva subito le loro fedine penali. Con Giuliani era sempre la storia del "non era certo un angioletto". E quindi da ragazzo ero sempre intimorito e cauto in metropolitana se c'erano poliziotti".

Nel settembre 2017 l'uragano Maria ha colpito Portorico devastando l'isola.
"E Trump si preoccupava dei giocatori di football che si inginocchiavano".

E diceva ai portoricani che non si impegnavano abbastanza per riparare i danni. Dov'era, dieci giorni dopo l'uragano, quel sabato mattina in cui ha twittato che Trump andrà dritto all'inferno?
"Ero in volo da New York a Los Angeles. Stavamo registrando Almost Like Praying. Stavamo provando a raccogliere fondi per Portorico. Avevamo ricevuto l'ok degli artisti. Avevamo messo a punto la canzone di corsa ed eravamo in volo quando abbiamo letto i suoi tweet che attaccavano il sindaco di San Juan - che per due giorni avevamo visto con l'acqua fino alla cintola nei notiziari tv! È stato allora che sono scattato. Cioè, non è che sono proprio scattato, perché non erano tweet impulsivi: erano l'unica sana risposta da dare a un presidente che durante una tragedia attacca i primi soccorritori. Non avevo mai visto un presidente fare una cosa del genere".

"Dritto all'inferno" è piuttosto deciso.
"Non c'erano altri termini per dirlo".

Da allora Trump ha separato dai loro genitori migliaia di bambini latinoamericani immigrati. Ha sparato lacrimogeni su donne e bambini al confine. Se, come aveva twittato, con i suoi commenti dopo l'uragano si era già guadagnato un biglietto espresso per l'inferno, adesso qual è la sua destinazione?
"Non vorrei essere quello che cita la propria opera, ma "la storia ti sta osservando" cantano Hamilton e George Washington, giusto? Siamo i testimoni di un periodo molto difficile nel nostro paese. Quello che è sparito è lo shock. Ed è inquietante che sia sparito. I miei tweet quel giorno erano gravati anche dallo shock".

Lo spettacolo è un'attività imprenditoriale grossa. "Hamilton" dà da vivere a molta gente. Questo a volte la limita dal dire ciò che pensa?
"Non credo che mi troverete su Twitter a farneticare da sbronzo in piena notte. So bene che abbiamo molta gente che lavora per noi, e questo comporta certe responsabilità. A dire il vero, ci teniamo molto in contatto con le nostre compagnie quando si tratta di queste cose, quando succede qualcosa che ha a che fare con la politica, come nel caso della vicenda relativa al neoeletto vicepresidente Pence. Per colpa di quei tweet abbiamo dovuto aumentare la security. Il presidente lo sa che quando twitta qualcosa è come se designasse qualcuno come bersaglio, in un certo senso".

Una mia amica giornalista vorrebbe che lei esprimesse più spesso la sua rabbia per il bene della collettività. È giusto?
"Quando si tratta di social media ed esprimere la rabbia, non so come potrei essere più coinvolto di quanto non lo sia già. Ma quando si tratta di come mi propongo, non voglio essere sempre arrabbiato. Se vedo che venticinque persone stanno twittando lo stesso articolo, a che serve essere il ventiseiesimo?".

Ma lei non è un ventiseiesimo qualsiasi.
"Capisco di avere un certo ascendente. E quando twitto sono consapevole della portata dei miei messaggi. Al tempo stesso voglio ricevere gentilezza dal mondo. Se twitto rabbia, il mondo mi restituirà rabbia. Twitter ne è la prova. Non voglio vivere in quello spazio".

Al momento è in psicoterapia?
"No. Probabilmente ci tornerò, perché il cervello ha bisogno di una messa a punto ogni tanto. L'ho fatto in momenti cruciali della mia vita in cui pensi: Non ho nessuno con qui parlare di questa merda. È il caso di riprendere la psicoterapia, fare una messa a punto ed elaborare 'sta merda. Non trovo sia una cosa di cui vergognarsi perché i miei genitori sono entrambi psicologi".

Quanto sono premeditate le sue scelte dopo "Hamilton"? Si dice: "Dovrei mettermi a tavolino e scrivere un altro musical!" oppure "Non ci penso neanche a scrivere un altro musical adesso"?
"Devi prendere in considerazione tutto, perché quando decidi di scrivere un musical scegli di dedicare anni della tua vita a una cosa. Non è una decisione facile. E si sa che solo uno spettacolo su cinque recupera i costi. Hamilton è la super mega eccezione alla regola nel mondo del musical. Sono sposato, quindi tutto è un negoziato. I giornalisti mi chiedono: "Ha detto subito di sì quando si è presentato Rob Marshall e le ha chiesto di partecipare al Ritorno di Mary Poppins?" No! Sono andato a casa e ne ho parlato con mia moglie. Perché è una cosa che riguarda la vita di entrambi. Ho una moglie e dei figli, e bisogna scegliere ciò che va bene per tutti, e lei ha la sua vita professionale. Un altro aspetto da tener presente è quello di non fare una cosa tanto per fare. Bisogna essere sinceri con sé stessi, non si può dire: "Lo faccio per pagare l'affitto". Ci pensa Hamilton a pagare l'affitto".

E in cosa vuole migliorare adesso?
"Voglio migliorare nella regia. Mi sto preparando a dirigere Tick, Tick... Boom! (l'adattamento cinematografico del musical, ndr). Tutto quel che faccio è subordinato a quello. Lavorare sul set di Il ritorno di Mary Poppins è stata un'esperienza felice. Mi è sembrato il mio primo anno di un corso di studi sul musical cinematografico".

Vorrebbe interpretare un cattivo?
"Mi piacerebbe tantissimo. Voglio fare tutto. Ho molti assistenti e raggruppo le cose a mesi. Sono andato a girare una parte di His Dark Materials. Era in Galles, per due mesi, e ho fatto solo quello. Uno della troupe mi ha fatto: "Ehi, dopo questo ti fai una bella vacanza?" No, no, no: quella era la mia vacanza, poter fare il cowboy in una serie fantasy. Adesso sono a MaryPoppinslandia. Gennaio è il mese di Portorico con Hamilton, e quella sarà una pausa".

E cosa scriverà in primavera?
"Ho tre grosse idee. Come con Hamilton che inizialmente doveva essere un mixtape, è troppo presto per sapere in che forma si materializzeranno, se per il teatro, il cinema o la tv. Aspetto di vedere quale di queste alza la mano per farsi scrivere".

C'è stata quella ridicola controversia su lei che rappa in "Mary Poppins".
"Secondo me strizzava l'occhio a Hamilton: bello...".

Le tre opere che hanno cambiato il suo Dna come persona o come artista?
"Tick, Tick... Boom! Mi è sembrato subito un messaggio in bottiglia spedito dall'autore, Jonathan Larson, dall'oltretomba e destinato a me. Stavo per diplomarmi in arti drammatiche al college, erano passati due mesi dall'11 settembre quando l'ho visto. Credo di aver iniziato a scrivere musical così. E questa è una. Under Pressure dei Queen con David Bowie è un pezzo rock perfetto. Non so come mai mi torna sempre in mente. Ogni volta che c'è la parte di David Bowie mi vengono le lacrime agli occhi. E non c'è un c.... di motivo! Il testo non ha senso! C'è un sacco di "Dibba idda dap!". Ma è quel "People on the streets" (la gente per strada), ecco cos'è. E quando parte David Bowie: "'Cause love's such..." (perché l'amore è una...). Mi emoziona ogni volta. Quella canzone è un miracolo. Una terza opera? Il mio film preferito è I sette samurai di Akira Kurosawa. Lo guardo ogni anno. Quest'anno in vacanza l'ho fatto guardare ai miei nipoti: hanno tredici, undici e nove anni. Gli ho fatto: "Bene ragazzi: il film è in giapponese, dura tre ore ed è in bianco e nero, ma vi assicuro che è fantastico". E sono impazziti. Ha una narrazione straordinaria, e ogni volta ci vedo qualcosa di nuovo".

Adesso ritorna a "Hamilton" per tre settimane di repliche a San Juan. Parlavo con degli amici portoricani e ne sono entusiasti. Credono sia importante. Sono immensamente grati per i milioni di dollari che ha raccolto per la ricostruzione dell'isola. Ma trovano ironica questa glorificazione di Alexander Hamilton, perché ritengono che lui sia stato proprio l'uomo che ha creato il sistema bancario che sta uccidendo Portorico.
"Dunque, non credo lui sia un eroe. Credo sia un uomo complicato. Ritengo sia giusta l'affermazione a proposito delle banche. È anche vero che Hamilton scrisse di un uragano che colpì la sua isola e se ne andò dall'isola, e in lui ho visto mio padre. L'unica cosa su cui non sono d'accordo - è vero quel che dicono di Hamilton e del sistema finanziario - è che non ritengo la mia una glorificazione. Credo sia il tentativo di rappresentare una persona vera, non una statua. Lo spettacolo non è un inno al debito e alle operazioni bancarie. Quel sistema è pieno di difetti. Sto solo cercando di rappresentare quell'uomo in ogni suo aspetto, positivo e negativo".

E se poi va a finire che "Hamilton" è il suo capolavoro?
"È già la prima riga del mio necrologio. Mi sta bene, visto che ne sono molto orgoglioso. E ora, che altro faccio il resto del tempo qua se non continuare a scrivere?".

Mi pare che la risposta sia: recitare, fare il regista, il produttore, cantare, fare il genitore, twittare, il freestyle, protestare, e raccogliere fondi. Sta già seguendo almeno altri otto progetti. Si fa le flebo di Red Bull?
"No! Sono qui solo perché dormo".

©2019 NEW YORK MEDIA LLC. FIRST PUBLISHED IN NEW YORK MAGAZINE. DISTRIBUTED BY TRIBUNE CONTENT AGENCY / TRADUZIONE DI LUISA PIUSSI

Il personaggio Attore, compositore e cantante (New York, 1980), in Il ritorno di Mary Poppins, ora nelle sale, interpreta l’acciarino Jack. E fino al 27 gennaio torna nel musical record d’incassi Hamilton, in scena a Portorico per raccogliere fondi per la ricostruzione dopo l’uragano Maria