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Il falsario di Algeri

Giornalista, autore di reportage dalle zone ferite del mondo, scrittore rivolto ai mali del presente. Stavolta però Sorj Chalandon sceglie il (quasi) memoir. Per raccontare un bimbo, un padre mitomane e uno strano complotto. Resuscitando de Gaulle
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Che deve fare di "un cuore in più" un reporter di guerra, uno dei migliori? Sorj Chalandon - al fronte in Libano, in Chad, in Somalia, in Afganistan; premio "Albert-Londres", il Nobel del giornalismo, per i reportage sull'Irlanda del Nord e sul processo al boia nazista Klaus Barbie - si è sempre ripromesso di descrivere, di far capire. Resta ancora qualcosa, "quando si è camminato sul sangue umano"; o quando l'amico con cui hai condiviso le birre irlandesi, con la loro spuma acre e dolciastra, tra commensali che entrano e escono di prigione - Denis Donaldson nel suo caso, il leader carismatico dell'IRA, l'Esercito Repubblicano Irlandese, e del suo braccio politico il Sinn Féin - confessa di essere confidente dei britannici, e viene nel 2006 assassinato nel suo cottage isolato, una mano staccata all'altezza del polso. C'è un'altra scrittura e un altro mestiere, per gli enigmi e le ferite person…
Che deve fare di "un cuore in più" un reporter di guerra, uno dei migliori? Sorj Chalandon - al fronte in Libano, in Chad, in Somalia, in Afganistan; premio "Albert-Londres", il Nobel del giornalismo, per i reportage sull'Irlanda del Nord e sul processo al boia nazista Klaus Barbie - si è sempre ripromesso di descrivere, di far capire. Resta ancora qualcosa, "quando si è camminato sul sangue umano"; o quando l'amico con cui hai condiviso le birre irlandesi, con la loro spuma acre e dolciastra, tra commensali che entrano e escono di prigione - Denis Donaldson nel suo caso, il leader carismatico dell'IRA, l'Esercito Repubblicano Irlandese, e del suo braccio politico il Sinn Féin - confessa di essere confidente dei britannici, e viene nel 2006 assassinato nel suo cottage isolato, una mano staccata all'altezza del polso. C'è un'altra scrittura e un altro mestiere, per gli enigmi e le ferite personali; mentre era redattore a Libération e ora al Canard enchaîné, Chalandon ha scritto sette romanzi, amatissimi e molto premiati. Così, l'Irlanda l'ha raccontata in un altro modo, nei suoi Il mio traditore e Ritorno a Killybegs: "Quando mio padre mi batteva gridava in inglese, come non volesse mescolarci la nostra lingua. Colpiva a bocca storta, urlando parole da soldato".

Con La professione del padre, che ora Silvia Turato traduce per l'editore Keller, Chalandon arriva al punto più intimo della sua storia. È il 23 aprile 1961, ad Algeri c'è stato un putsch di generali dell'Oas contro la politica di decolonizzazione dell'Algeria; de Gaulle, in divisa, annuncia in tv che "un governo insurrezionale si è insediato in Algeria: a nome della Francia ordino che siano impiegati tutti i mezzi, ripeto tutti i mezzi, per fermare quegli uomini".

Un bambino di 12 anni (Émile, un Sorj appena trasposto), ascolta il padre sbraitare contro il Generale; nelle eterne ciabatte, tirando su i calzoni, l'uomo inveisce contro il traditore dell'Algeria francese, che i suoi amici dell'Oas, l'esercito segreto, faranno "crepare". È un padre speciale quello di Émile, violento, rancoroso, mitomane. È questa mitomania il congegno e il divertimento feroce del romanzo: a ogni capitolo, il padre si proclama agente segreto, pastore pentecostale, cantante, portiere professionista - ma ha appeso i tacchetti al momento dell'occupazione nazista. In auto c'è stato per un po' un kimono da judoka. L'uomo è stato a lungo consulente di de Gaulle prima del tradimento - si scrivevano, ed è stato lui, il padre, a suggerire l'adozione del franco pesante, di cui un altro, Pinay, si è preso tutto il merito: ma meglio così, avere, nell'ombra, le mani libere.

Il bambino è coinvolto, fiducioso e terrorizzato, in tutte le mascherature del padre. Come pastore, il padre lo confessa e lo punisce con uno staffile, ruggendo contro Lucifero perché esca dal corpo del ragazzino durante le sue crisi di asma; la terapia ha scarsi effetti. Il bambino è assoldato nell'Oas, e spedito per la città a scrivere sui muri i nomi dei generali ribelli d'Algeria, Salan, Challe e gli altri, facendo attenzione a non esser visto, "per via della polizia, dei comunisti e degli arabi".
"Paracadutista", suggerisce il padre quando Émile chiede cosa deve scrivere nella casella del formulario di scuola alla voce "professione del padre" (in macchina infatti c'è anche un basco da cacciatore paracadutista; del resto il nonno è stato un asso della Grande Guerra come pilota da caccia). Ma alla fine si conviene su "agente segreto" - il che spiega perché stia sempre in casa a non far nulla. Solo la madre ha un piccolo lavoro; "non sulla faccia!", implora, con la sua invereconda mitezza, quando il marito picchia il bambino, perché a scuola non se ne accorgano.

In questo mondo fantasmatico, la vita dell'adolescente è emozionantissima. Quando Nureyev fugge in Occidente, è il rifugio segreto di Émile e dei suoi amichetti a esser attrezzato per nasconderlo - alla fine il ballerino va altrove, ma i rossi non riescono comunque a acciuffarlo. A Émile vengono affidate lettere di morte per deputati gaullisti, e come padrino ha un americano, Ted, amico e protettore di Kennedy - "un uomo ha due paesi, la Francia e il suo", dice il Presidente in visita in tv, e il Padre indica al bambino: "Là, ecco, lo vedi? Il rosso muscoloso? È il tuo padrino!".

Questa specialissima educazione diventa ancora più sottile e agghiacciante quando il ragazzino comincia a replicare le millanterie con i compagni di scuola. Il mondo esterno è tenuto a distanza con ronde rituali, contro agenti rossi - e anche contro i nonni, da quando hanno una volta mormorato che durante l'occupazione il Padre stava dalla parte sbagliata: di sicuro da quell'epoca gli è rimasta una pistola, carica, nell'armadio in cui viene rinchiuso il ragazzino, senza cena, le sere di punizione.
Ma i colpi di scena sono tutti psicologici, in questo racconto profondo che tiene tesi, a fiato sospeso. Come Sorj, Émile si emanciperà dall'affetto che lo lega al padre folle e violento. Resta il terrore di aver letto la storia, molto esagerata certo, di una normale violenza familiare.

Sorj Chalandon, La professione del padre, (Trad. S. Turato, Keller, pagg. 272, 17,50 euro)