A scuola di ingiustizia
Mariapia Veladiano , di MARIAPIA VELADIANOSi fa presto a dire "disuguaglianze". La povertà va di pari passo con una particolare forma di fragilità: " l'enigma dell'accettazione della sottomissione" lo chiamano gli psicologi sociali. Non ci si ribella alla propria condizione perché non la si riconosce. Come fare allora? Bisogna favorire l'istruzione, spiega Chiara Volpato
La disuguaglianza uccide. Innumerevoli ricerche empiriche che hanno indagato società di epoche e luoghi diversi e con diversi gradi di sviluppo lo dimostrano: le severe differenze di reddito danneggiano la salute, avvelenano il clima sociale, producono violenza, incrementano la paura, rendono infelici. La povertà porta mille vulnerabilità. Eppure lo sconcio della disuguaglianza aumenta in tutti i Paesi. Chiara Volpato è docente di psicologia sociale all'Università di Milano Bicocca e da sempre si occupa dei meccanismi psicosociali che vedono gli oppressi consenzienti rispetto all'oppressione o all'emarginazione. È quello che gli psicologi sociali chiamano l'enigma dell'accettazione della sottomissione. Se il vero, immenso, epocale problema della nostra modernità è la disuguaglianza perché la maggioranza oppressa non si ribella? O almeno, là dove è possibile, non vota meglio di come vota e …
La disuguaglianza uccide. Innumerevoli ricerche empiriche che hanno indagato società di epoche e luoghi diversi e con diversi gradi di sviluppo lo dimostrano: le severe differenze di reddito danneggiano la salute, avvelenano il clima sociale, producono violenza, incrementano la paura, rendono infelici. La povertà porta mille vulnerabilità. Eppure lo sconcio della disuguaglianza aumenta in tutti i Paesi. Chiara Volpato è docente di psicologia sociale all'Università di Milano Bicocca e da sempre si occupa dei meccanismi psicosociali che vedono gli oppressi consenzienti rispetto all'oppressione o all'emarginazione. È quello che gli psicologi sociali chiamano l'enigma dell'accettazione della sottomissione. Se il vero, immenso, epocale problema della nostra modernità è la disuguaglianza perché la maggioranza oppressa non si ribella? O almeno, là dove è possibile, non vota meglio di come vota e si affida invece a populismi che non intaccano di un millimetro la distanza fra straricchi e poverissimi? Non si può soggiogare le masse solo con la violenza.
Perché l'operazione abbia successo servono veri e propri "miti di fondazione e legittimazione" che, una volta condivisi, rendano tollerabili e anche bene accette le disuguaglianze. Fra questi il più potente moderno mito di legittimazione delle disuguaglianze è la meritocrazia. Un mito pericolosissimo perché rende acquiescenti i poveri, persuasi che ognuno abbia quel che si merita. Il che sarebbe vero solo se tutti partissero dallo stesso stato sociale (ricchezza), culturale, di salute (poter diagnosticare e curare le malattie), ma non è così. In epoche anche vicine la politica ha lavorato energicamente per compensare le disuguaglianze di nascita e permettere al merito di affermarsi. Oggi no. "L'esistenza di un'ingiustizia sociale non è un motivo sufficiente per scatenare resistenze, proteste, tentativi di cambiamento" scrive Chiara Volpato, che raccoglie una coorte imponente di studi. Bisogna che l'ingiustizia sia vista e pensata. Ma anche questo non basta perché la vergogna, un sentimento che la psicologia sociale riconosce da sempre potente, inibisce le legittime reazioni. Bisogna anche che l'ingiustizia venga elaborata collettivamente e condivisa e che ci sia una sia pur minima percezione dell'efficacia dell'azione di protesta.
Capito un poco il meccanismo per il quale i poveri accettano le disuguaglianze, la domanda fondamentale è cosa fare per contrastare quella che oggi è una vera ostentata manipolazione dei poveri che produce infelicità globale, perché nemmeno i ricchi sono poi così felici dal momento che i poveri rimangono una minaccia sia per il numero che per la cattiva coscienza che la loro stessa presenza obbliga ad assumere. Vivere felici alla faccia dell'infelicità di quasi tutto il resto del mondo è un ossimoro ed è interessante che su questo punto psicologi sociali ed economisti della felicità (Easterlin, Sen, Nussbaum, in Italia Bruni, Becchetti, Smerilli) concordino. Risposte il libro ne dà. Serve istruzione. Tutte le ricerche dimostrano che aumentare il grado di istruzione aumenta la possibilità di ridurre le disuguaglianze. Poi serve attenzione al linguaggio della comunicazione, che può modificare radicalmente le percezioni individuali dell'ingiustizia. Poi servono pratiche di avvicinamento ai poveri. L'avvicinamento aiuta il riconoscimento della comune umanità e riattiva l'empatia. Poi bisogna redistribuire le risorse. Si può andare avanti come oggi e far finta di niente ma anche l'attuale fase neoliberista finirà, scrive Chiara Volpato, o per un risveglio delle coscienze o per una catastrofe immane, come spesso è accaduto, ed è il caso di avere qualche idea per uscirne vivi e anche più giusti.
Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza (Laterza, pagg. 264, 18 euro)
Perché l'operazione abbia successo servono veri e propri "miti di fondazione e legittimazione" che, una volta condivisi, rendano tollerabili e anche bene accette le disuguaglianze. Fra questi il più potente moderno mito di legittimazione delle disuguaglianze è la meritocrazia. Un mito pericolosissimo perché rende acquiescenti i poveri, persuasi che ognuno abbia quel che si merita. Il che sarebbe vero solo se tutti partissero dallo stesso stato sociale (ricchezza), culturale, di salute (poter diagnosticare e curare le malattie), ma non è così. In epoche anche vicine la politica ha lavorato energicamente per compensare le disuguaglianze di nascita e permettere al merito di affermarsi. Oggi no. "L'esistenza di un'ingiustizia sociale non è un motivo sufficiente per scatenare resistenze, proteste, tentativi di cambiamento" scrive Chiara Volpato, che raccoglie una coorte imponente di studi. Bisogna che l'ingiustizia sia vista e pensata. Ma anche questo non basta perché la vergogna, un sentimento che la psicologia sociale riconosce da sempre potente, inibisce le legittime reazioni. Bisogna anche che l'ingiustizia venga elaborata collettivamente e condivisa e che ci sia una sia pur minima percezione dell'efficacia dell'azione di protesta.
Capito un poco il meccanismo per il quale i poveri accettano le disuguaglianze, la domanda fondamentale è cosa fare per contrastare quella che oggi è una vera ostentata manipolazione dei poveri che produce infelicità globale, perché nemmeno i ricchi sono poi così felici dal momento che i poveri rimangono una minaccia sia per il numero che per la cattiva coscienza che la loro stessa presenza obbliga ad assumere. Vivere felici alla faccia dell'infelicità di quasi tutto il resto del mondo è un ossimoro ed è interessante che su questo punto psicologi sociali ed economisti della felicità (Easterlin, Sen, Nussbaum, in Italia Bruni, Becchetti, Smerilli) concordino. Risposte il libro ne dà. Serve istruzione. Tutte le ricerche dimostrano che aumentare il grado di istruzione aumenta la possibilità di ridurre le disuguaglianze. Poi serve attenzione al linguaggio della comunicazione, che può modificare radicalmente le percezioni individuali dell'ingiustizia. Poi servono pratiche di avvicinamento ai poveri. L'avvicinamento aiuta il riconoscimento della comune umanità e riattiva l'empatia. Poi bisogna redistribuire le risorse. Si può andare avanti come oggi e far finta di niente ma anche l'attuale fase neoliberista finirà, scrive Chiara Volpato, o per un risveglio delle coscienze o per una catastrofe immane, come spesso è accaduto, ed è il caso di avere qualche idea per uscirne vivi e anche più giusti.
Chiara Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza (Laterza, pagg. 264, 18 euro)