Il futuro è nel Cosmo
Luca Valtorta , dal nostro inviato LUCA VALTORTAComincia in treno a Roma, finisce a Milano. “Suoneremo per 12 ore. Poi...”. Techno, canzone e rave: e Cosmo, nel suo piccolo, rilegge il live
Cosmo è come la sua città: quando esci dalla piccola stazione di Ivrea sembra un posto come un altro ma appena svolti il primo angolo della strada principale ti si apre un panorama di incredibile bellezza: il fiume, il ponte di ferro che lo attraversa, la strana luce che vi si riflette. La sua canzone Sei la mia città è un atto d'amore fisico ("sei la mia città / ti vengo dentro" canta nella versione non censurata) e solo venendo qui si riesce a capire appieno questo gioco di trasfigurazione. Cosmo (vero nome Marco Jacopo Bianchi) è anche il creatore di un nuovo modo di fare concerti: quello che terrà il 2 febbraio al Mediolanum Forum infatti inizierà su un treno in partenza da Roma per Milano su cui suoneranno i dj di Ivreatronic, così da "arrivare al concerto preparati" mentre oggi, dalle 17 alle 22, un "Cosmotram" su cui si balla girerà per Milano. Il suo live sarà molto s…
Cosmo è come la sua città: quando esci dalla piccola stazione di Ivrea sembra un posto come un altro ma appena svolti il primo angolo della strada principale ti si apre un panorama di incredibile bellezza: il fiume, il ponte di ferro che lo attraversa, la strana luce che vi si riflette. La sua canzone Sei la mia città è un atto d'amore fisico ("sei la mia città / ti vengo dentro" canta nella versione non censurata) e solo venendo qui si riesce a capire appieno questo gioco di trasfigurazione. Cosmo (vero nome Marco Jacopo Bianchi) è anche il creatore di un nuovo modo di fare concerti: quello che terrà il 2 febbraio al Mediolanum Forum infatti inizierà su un treno in partenza da Roma per Milano su cui suoneranno i dj di Ivreatronic, così da "arrivare al concerto preparati" mentre oggi, dalle 17 alle 22, un "Cosmotram" su cui si balla girerà per Milano. Il suo live sarà molto strano: dodici ore di musica e oltre.
Preoccupato?
"Adesso mi sta cominciando a salire l'ansia. Per questo le prove le facciamo a Viverone in una saletta perlinata in legno, caldo, stufa a legna, ambiente confortevole. Non mi piace provare negli studi, in quegli ambienti asettici".
Si vive bene qui?
"Tranquillità. Ma io non sono un tipo tranquillo. Sarà che ho 37 anni, due figli e sono sempre in tour - vengo da 90 date! - per cui ho bisogno di questa atmosfera domestica, di stare fuori dai giri. Ivrea è una piccola, comoda casa: hai la Val d'Aosta vicino, Torino a un'ora e Milano a un'ora e mezza. Da poco ho comprato un posto nuovo per lo studio - qui le case costano molto poco rispetto alle grandi città - oggi con la tecnologia puoi fare i dischi in casa. Voglio dare la possibilità ad altri di uscir fuori: c'è gente che fa cose belle".
Come è iniziato tutto?
"Il centro storico di Ivrea era un cimitero a cielo aperto in mano ad anziani che a ogni schiamazzo chiamavano i vigili così abbiamo iniziato a fare delle feste con Ivreatronic, un gruppo di quattro dj, nella cantina di un locale ma stanno cercando di bloccarci per cui cercheremo di fare in altro modo".
Quali sono le influenze musicali e concettuali che hanno portato a creare un linguaggio espressivo così particolare?
"Io ho una formazione filosofica per cui mi interessa l'approccio all'interpretazione della musica dance di un critico come Simon Reynolds. Ho fatto una tesi su Steve Reich: da sempre ho una passione per la musica ripetitiva perché riesce a sospendere la sensazione del tempo e il modo in cui spezza la narrazione del pop, che deve sempre arrivare a un'esplosione o al classico schema strofa-ritornello-strofa. Il minimalismo invece è orientato diversamente e così l'elettronica e la techno: un flusso in cui ci sono tanti piccoli climax che non arrivano mai da nessuna parte. Ecco, a me affascina molto l'idea di creare una forma di pop che non arrivi da nessuna parte però capace di emozionarti, tenerti inchiodato lì, comunicarti qualcosa. Con l'ultimo disco ci sono quasi arrivato: il primo pezzo, Bentornato e l'ultimo, Ho vinto sono dei flussi con una strofa unica".
È un linguaggio espressivo molto nuovo: è la prima volta che un artista mette insieme cantautorato (se è lecito usare un termine così generico) e musica trance.
"Sì, io ai testi ci tengo molto per cui da questo punto di vista è vero che è un po' unica come formula perché gruppi come i Prodigy, tanto per fare un esempio, non si sono mai curati più di tanto delle parole e nemmeno i "trapper"" .
Come si traduce questo nei live?
"In maniera molto più estrema. I rapper dal vivo spesso tagliano una strofa su tre, io invece allungo tutto di quattro, cinque minuti: il pubblico deve viaggiare. Il mio concerto è un continuo, non ci sono interruzioni".
Neanche per presentare i brani?
"Esatto. Non ci sono mai chiacchiere tra un pezzo e l'altro, semmai all'interno di una stessa canzone. Non voglio far perdere la tensione, non voglio presentare i pezzi, il viaggio non si deve fermare mai".
Come reagisce il pubblico?
"Rimane senza parole. Non mi interessa che la gente canti ma voglio che provi comunque un'emozione molto forte. Voglio rapire, trascinare i corpi e le menti. Non a caso io scrivo sempre partendo dalla produzione musicale, voce e testo crescono insieme: creo un loop e lo ascolto fino a quando mi piace e poi da lì nasce una parola, poi una frase. Quando sento che una cosa funziona scoppio a piangere urlando cose come "Eccola! C'è! C'è!"".
Un processo quasi sciamanico.
"C'è stato un momento in cui ho avuto un'illuminazione: è stato quando mi sono reso conto che le emozioni più forti non le provavo quando andavo a un concerto ma quando andavo a ballare. Perché lì non c'è la star, il frontman, solo suono. E tu ci sei dentro".
Come sarà il concerto del 2 febbraio al Forum a Milano?
"Un flusso continuo di musica che inizierà alle 18 con il collettivo di dj Ivreatronic a cui seguirà M¥ss Keta. E poi suonerò io per almeno due ore e mezza di fila con una grossa parte distesa al centro: devi dare la possibilità alle persone di prendere respiro, di cambiare colore. Infine, per chi vorrà, ci sarà anche un aftershow in un altro posto che durerà fino al mattino".
E il centro di tutto dunque non sarà il musicista ma la musica.
"Quando facciamo le luci la direttiva che do è quella che voglio scomparire durante le parti strumentali. Non amo neanche i visual troppo filmeschi perché non voglio che la gente li guardi come si guarda la televisione e non mi piace neppure quando il pubblico sta tutto il tempo a filmare o a fare foto con il cellulare. Per farlo capire vado a cantare dietro il palco dicendo "torno quando i cellulari sono giù". A volte mi sembra di essere dentro Black mirror. Non sono un luddista, la tecnologia è una figata ma deve essere governata da un'etica. Io sono un romantico, per me la cosa bella è che quel momento invece lo condividiamo solo noi, ogni tanto dico: "Facciamoci i cazzi nostri! Lasciamo tutti gli altri fuori!"".
Preoccupato?
"Adesso mi sta cominciando a salire l'ansia. Per questo le prove le facciamo a Viverone in una saletta perlinata in legno, caldo, stufa a legna, ambiente confortevole. Non mi piace provare negli studi, in quegli ambienti asettici".
Si vive bene qui?
"Tranquillità. Ma io non sono un tipo tranquillo. Sarà che ho 37 anni, due figli e sono sempre in tour - vengo da 90 date! - per cui ho bisogno di questa atmosfera domestica, di stare fuori dai giri. Ivrea è una piccola, comoda casa: hai la Val d'Aosta vicino, Torino a un'ora e Milano a un'ora e mezza. Da poco ho comprato un posto nuovo per lo studio - qui le case costano molto poco rispetto alle grandi città - oggi con la tecnologia puoi fare i dischi in casa. Voglio dare la possibilità ad altri di uscir fuori: c'è gente che fa cose belle".
Come è iniziato tutto?
"Il centro storico di Ivrea era un cimitero a cielo aperto in mano ad anziani che a ogni schiamazzo chiamavano i vigili così abbiamo iniziato a fare delle feste con Ivreatronic, un gruppo di quattro dj, nella cantina di un locale ma stanno cercando di bloccarci per cui cercheremo di fare in altro modo".
Quali sono le influenze musicali e concettuali che hanno portato a creare un linguaggio espressivo così particolare?
"Io ho una formazione filosofica per cui mi interessa l'approccio all'interpretazione della musica dance di un critico come Simon Reynolds. Ho fatto una tesi su Steve Reich: da sempre ho una passione per la musica ripetitiva perché riesce a sospendere la sensazione del tempo e il modo in cui spezza la narrazione del pop, che deve sempre arrivare a un'esplosione o al classico schema strofa-ritornello-strofa. Il minimalismo invece è orientato diversamente e così l'elettronica e la techno: un flusso in cui ci sono tanti piccoli climax che non arrivano mai da nessuna parte. Ecco, a me affascina molto l'idea di creare una forma di pop che non arrivi da nessuna parte però capace di emozionarti, tenerti inchiodato lì, comunicarti qualcosa. Con l'ultimo disco ci sono quasi arrivato: il primo pezzo, Bentornato e l'ultimo, Ho vinto sono dei flussi con una strofa unica".
È un linguaggio espressivo molto nuovo: è la prima volta che un artista mette insieme cantautorato (se è lecito usare un termine così generico) e musica trance.
"Sì, io ai testi ci tengo molto per cui da questo punto di vista è vero che è un po' unica come formula perché gruppi come i Prodigy, tanto per fare un esempio, non si sono mai curati più di tanto delle parole e nemmeno i "trapper"" .
Come si traduce questo nei live?
"In maniera molto più estrema. I rapper dal vivo spesso tagliano una strofa su tre, io invece allungo tutto di quattro, cinque minuti: il pubblico deve viaggiare. Il mio concerto è un continuo, non ci sono interruzioni".
Neanche per presentare i brani?
"Esatto. Non ci sono mai chiacchiere tra un pezzo e l'altro, semmai all'interno di una stessa canzone. Non voglio far perdere la tensione, non voglio presentare i pezzi, il viaggio non si deve fermare mai".
Come reagisce il pubblico?
"Rimane senza parole. Non mi interessa che la gente canti ma voglio che provi comunque un'emozione molto forte. Voglio rapire, trascinare i corpi e le menti. Non a caso io scrivo sempre partendo dalla produzione musicale, voce e testo crescono insieme: creo un loop e lo ascolto fino a quando mi piace e poi da lì nasce una parola, poi una frase. Quando sento che una cosa funziona scoppio a piangere urlando cose come "Eccola! C'è! C'è!"".
Un processo quasi sciamanico.
"C'è stato un momento in cui ho avuto un'illuminazione: è stato quando mi sono reso conto che le emozioni più forti non le provavo quando andavo a un concerto ma quando andavo a ballare. Perché lì non c'è la star, il frontman, solo suono. E tu ci sei dentro".
Come sarà il concerto del 2 febbraio al Forum a Milano?
"Un flusso continuo di musica che inizierà alle 18 con il collettivo di dj Ivreatronic a cui seguirà M¥ss Keta. E poi suonerò io per almeno due ore e mezza di fila con una grossa parte distesa al centro: devi dare la possibilità alle persone di prendere respiro, di cambiare colore. Infine, per chi vorrà, ci sarà anche un aftershow in un altro posto che durerà fino al mattino".
E il centro di tutto dunque non sarà il musicista ma la musica.
"Quando facciamo le luci la direttiva che do è quella che voglio scomparire durante le parti strumentali. Non amo neanche i visual troppo filmeschi perché non voglio che la gente li guardi come si guarda la televisione e non mi piace neppure quando il pubblico sta tutto il tempo a filmare o a fare foto con il cellulare. Per farlo capire vado a cantare dietro il palco dicendo "torno quando i cellulari sono giù". A volte mi sembra di essere dentro Black mirror. Non sono un luddista, la tecnologia è una figata ma deve essere governata da un'etica. Io sono un romantico, per me la cosa bella è che quel momento invece lo condividiamo solo noi, ogni tanto dico: "Facciamoci i cazzi nostri! Lasciamo tutti gli altri fuori!"".