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 Laurent Binet (c) JOËL SAGET / AFP 

Acchiappo il nazi e vado a Hollywood

Il suo bestseller sul braccio destro di Himmler adesso è diventato un film. E cosa ci insegna? “Che al potere” dice Laurent Binet “si può resistere: e basta celebrare la rassegnazione”. Ricevuto, monsieur Houellebecq?
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"Il cervello di Himmler si chiama Heydrich". Recita così il sottotitolo di HHhH di Laurent Binet dedicato all'operazione Anthropoid grazie alla quale il 27 maggio 1942 due paracadutisti inviati dal governo ceco in esilio a Londra riescono a uccidere il braccio destro di Himmler, l'ideatore della Soluzione Finale. Il romanzo, pubblicato nel 2010 e uscito in una quarantina di paesi, ha ispirato il film di Cédric Jimenez L'uomo dal cuore di ferro ora nelle sale. 

Nel romanzo aveva raccontato in modo nuovo l'organizzazione dell'attentato, mischiando ricostruzione storica e genesi della scrittura. Era inevitabile che questo secondo livello di narrazione sparisse nella pellicola? 
"Gli sceneggiatori avevano l'ambizione di fare un film hollywoodiano. Hanno ritenuto di eliminare la parte di metaracconto del libro per semplificare la trama. Mi hanno avvertito, non sono stato sorpreso dal risultato. Nel libro dedico molto spazio a …
"Il cervello di Himmler si chiama Heydrich". Recita così il sottotitolo di HHhH di Laurent Binet dedicato all'operazione Anthropoid grazie alla quale il 27 maggio 1942 due paracadutisti inviati dal governo ceco in esilio a Londra riescono a uccidere il braccio destro di Himmler, l'ideatore della Soluzione Finale. Il romanzo, pubblicato nel 2010 e uscito in una quarantina di paesi, ha ispirato il film di Cédric Jimenez L'uomo dal cuore di ferro ora nelle sale. 

Nel romanzo aveva raccontato in modo nuovo l'organizzazione dell'attentato, mischiando ricostruzione storica e genesi della scrittura. Era inevitabile che questo secondo livello di narrazione sparisse nella pellicola? 
"Gli sceneggiatori avevano l'ambizione di fare un film hollywoodiano. Hanno ritenuto di eliminare la parte di metaracconto del libro per semplificare la trama. Mi hanno avvertito, non sono stato sorpreso dal risultato. Nel libro dedico molto spazio a Heydrich, anche se la mia simpatia va ovviamente a Gab?ík e Kubiš. Il film fa una scelta radicale: la prima parte è l'ascesa di Heydrich, che corre su molti anni, la seconda si concentra sui pochi mesi dell'Operazione Anthropoid".

"Inventare un personaggio per comprendere dei fatti storici è come manipolare le prove" scrive nel libro. "HHhH" parla della difficoltà di raccontare una storia vera?
"Il rispetto per la verità storica nel romanzo mi ha spinto a parlare anche del rapporto con le fonti, dei vuoti di informazione in alcuni casi, della possibilità di concedersi qualche ipotesi, di come risolvere contraddizioni tra diverse testimonianze. Per un film è diverso. Ci sono degli attori, una scenografia. Lo spettatore sa che è una fiction, o meglio una rappresentazione, anche se la pellicola è abbastanza fedele ai fatti storici". 

C'è anche il rischio di alimentare una fascinazione per personaggi come Heydrich?
"È un pericolo che esiste. Penso di aver evitato questa trappola attraverso il mezzo più semplice: non concedere mai introspezioni psicologiche sul personaggio. Mi è venuto naturale. Non m'interessa mettermi nella testa di Heydrich". 

È necessario trovare un nuovo modo per raccontare lo sterminio degli ebrei, gli orrori del nazismo?
"Con estrema umiltà, resto convinto che non esista libro migliore di Se questo è un uomo di Primo Levi. È bene che ci siano opere nuove ma non è per questo che ho scritto HHhH. Forse sbaglio ma non sono ossessionato dal pericolo dell'oblìo. Ho l'abitudine di dire che la Seconda guerra mondiale è stata la nostra guerra di Troia. Non sarà facile dimenticare". 

Il coraggio degli eroi di "HHhH" può essere ancora attuale?
"Lo spero. Sono un modello di resistenza di fronte a un potere crudele, autoritario, barbaro. Il loro è un atto di resistenza con la R maiuscola, esemplare perché avviene nel 1942, in un momento in cui quasi nessuno ha ancora cominciato a sollevarsi contro il nazismo. In seguito, ci sono stati molti altri gesti di resistenza, anche più forti, ma Gab?ík e Kubiš sono stati i primi a mostrare che la barbarie non era invicibile". 

Un messaggio contro la rassegnazione di tanti?
"Non a caso lo scrittore francese di maggior successo è Michel Houellebecq, narratore più della rassegnazione che della resistenza. Ricordiamoci che la Storia è un pendolo. Abbiamo Houellebecq in testa alle classifiche ma intanto in piazza scendono i gilet gialli che vogliono tagliare la testa di Macron come ai tempi di Luigi XVI". 

Cosa pensa del movimento di contestazione?
"Se vai a guardare nel dettaglio effettivamente ci sono infiltrazioni di gruppi di estrema destra. Ma il cuore della protesta è fatto di rivendicazioni sociali. E quindi i gilet gialli hanno la mia simpatia. Ricordo spesso la frase di Lenin: "Quelli che aspettano da una Rivoluzione che sia chimicamente pura, aspetteranno per tutta la vita". Meglio non attendere, e cogliere l'attimo". 

Rimpiange di aver fatto il libro sulla campagna elettorale di François Hollande?
"Non rimpiango di averlo scritto, rimpiango quello che ha fatto dopo essere stato eletto Presidente. Sono stato un po' sciocco nell'aver creduto che il candidato di un vecchio partito di sinistra potesse fare una politica di sinistra. Dopo Sarkozy volevamo a tutti i costi sperare in un'alternativa possibile. Ci siamo sbagliati. E alla fine c'è stata una continuità disastrosa fra Sarkozy, Hollande, Macron. Questa mancanza di alternanza politica alimenta la rabbia che vediamo oggi non solo in Francia".

Il film e il libro L’uomo dal cuore di ferro, per la regia di Cédric Jimenez con Jason Clarke, Rosamund Pike, Mia Wasikowska, attualmente in sala, è tratto dal romanzo di Laurent Binet HHhH (Einaudi, 352 pagine, 
12,50 euro) del 2010. Qui l’autore francese (nella foto) narra l’Operazione Anthropoid, l’attentato a Praga al gerarca nazista Reynard Heydrich, braccio destro di Himmler, avvenuto il 27 maggio 1942