Paura di volare? Ora la racconto io
Francesco Musolino , di FRANCESCO MUSOLINOIn "Tutto quello che è un uomo" David Szalay narra le nostre fobie. Ora torna con 12 storie. Scenario? L’ aereo. Perché chi non è pronto ad aprire il proprio cuore in un attimo di "Turbulence"?
Patrick Süskind in Ossessioni palesò una grande verità. Ciò che per alcuni è un puro piacere, per altri può essere inutile o, persino, fonte di terribili fobie. E cosa può esserci di più pauroso - o entusiasmante - di un aeroporto pieno di passeggeri in attesa di prendere il proprio volo, trascinandosi dietro un trolley per poi imbarcarsi verso un viaggio da sogno (o da incubo)?
Prodigio della tecnica o macchina infernale, per alcuni l'aeroplano è un vettore di libertà, per altri uno spauracchio. Eppure, seduti in poltrona, fra rullaggio e decollo, stipati in spazi che infrangono le regole di prossimità, ci sentiamo liberi di confessarci senza freni. Proprio da questa fonte di aneddoti nasce Turbulence, il nuovo libro di David Szalay, lo scrittore canadese, con cittadinanza ungherese, già finalista al Man Booker Prize col precedente libro, Tutto quello che è un uomo (pubblicato in Italia da A…
Prodigio della tecnica o macchina infernale, per alcuni l'aeroplano è un vettore di libertà, per altri uno spauracchio. Eppure, seduti in poltrona, fra rullaggio e decollo, stipati in spazi che infrangono le regole di prossimità, ci sentiamo liberi di confessarci senza freni. Proprio da questa fonte di aneddoti nasce Turbulence, il nuovo libro di David Szalay, lo scrittore canadese, con cittadinanza ungherese, già finalista al Man Booker Prize col precedente libro, Tutto quello che è un uomo (pubblicato in Italia da A…
Patrick Süskind in Ossessioni palesò una grande verità. Ciò che per alcuni è un puro piacere, per altri può essere inutile o, persino, fonte di terribili fobie. E cosa può esserci di più pauroso - o entusiasmante - di un aeroporto pieno di passeggeri in attesa di prendere il proprio volo, trascinandosi dietro un trolley per poi imbarcarsi verso un viaggio da sogno (o da incubo)?
Prodigio della tecnica o macchina infernale, per alcuni l'aeroplano è un vettore di libertà, per altri uno spauracchio. Eppure, seduti in poltrona, fra rullaggio e decollo, stipati in spazi che infrangono le regole di prossimità, ci sentiamo liberi di confessarci senza freni. Proprio da questa fonte di aneddoti nasce Turbulence, il nuovo libro di David Szalay, lo scrittore canadese, con cittadinanza ungherese, già finalista al Man Booker Prize col precedente libro, Tutto quello che è un uomo (pubblicato in Italia da Adelphi).
Turbulence è nato come un progetto radiofonico, divenendo un collage di dodici storie identificate da una sigla a tre lettere (LGW, MAD, DSS) - proprio come quelle degli aeroporti - in cui i personaggi passano da una storia all'altra, partendo da Londra per farvi infine ritorno. Szalay anche in queste pagine dimostra di muoversi a proprio agio nell'animo umano, fra confessioni e l'incapacità di aprire davvero il nostro cuore, consapevole del potenziale narrativo: "Senza il racconto delle nostre ombre, la letteratura non esisterebbe".
Mr. Szalay, la prima domanda è obbligatoria: ha paura di volare?
"Ho volato molto da bambino senza alcun patimento. Intorno ai vent'anni ho smesso di farlo e contemporaneamente sono diventato un fan di una serie tv chiamata Black Box. Come si può intuire dal nome, ogni settimana raccontava nel dettaglio un famigerato incidente aereo, per esempio il disastro di Tenerife del 1977. Capirete che per un po' di tempo ho dovuto combattere la paura, ma ne sono uscito fuori".
E oggi come va?
"Ancora trovo che il decollo sia un momento leggermente stressante e non mi piacciono le turbolenze. Ma di solito evito di intrattenere conversazioni intime con gli sconosciuti...".
Eppure da qui trae spunto "Turbulence"...
"Credo che sia per il fatto che ci troviamo improvvisamente, e talvolta per alcune ore, a stretto contatto con degli estranei. Con perfetti sconosciuti che probabilmente non vedremo più. Così ci sentiamo liberi di lanciarci in conversazioni aperte e intime. In questo contesto credo sia significativo il fatto che non siamo seduti di fronte ma accanto a queste persone, in alta quota, e questo modo di sedersi promuove una certa libertà nella conversazione".
In "Tutto quello che è un uomo" ha dato spazio alle debolezze umane, incluse le fobie e la vanità. È un materiale che l'ha ispirata anche per queste confessioni in volo?
"Mi piace scrivere di debolezze umane. Ma non è così per tutti gli scrittori? Le nostre incrinature dell'animo sono il soggetto ultimo di tutta la letteratura, sia comica che tragica. Anzi, privata del racconto delle nostre ombre, la letteratura non esisterebbe".
Com'è nato "Turbulence"?
"È iniziato come una commissione per la Bbc Radio. Dovevano essere dodici storie, su qualsiasi argomento, collegate tra loro ma in grado di funzionare come pezzi indipendenti. Ho avuto l'idea di basare le storie su dodici voli connessi: dovevano essere molto concise e, proprio per questo, in grado di cogliere la frenesia della nostra esistenza globalizzata".
Sia "Tutto quello che è un uomo" che "Turbulence" hanno in comune la preoccupazione per il senso di sradicamento dei loro protagonisti?
"Sì, Turbulence prosegue alcune delle principali linee tematiche ma, per esempio, Tutto quello che è un uomo era focalizzato (come suggerisce il titolo) su personaggi maschili, mentre in Turbulence ben sette dei dodici protagonisti sono donne. Inoltre, il primo è un libro dal contesto europeo, mentre Turbulence è più globale. Ma in entrambi i libri c'è la sensazione che i personaggi manchino di radici. Ed è qualcosa che mi preoccupa personalmente".
Anche da un punto di vista politico, il mondo è più turbolento?
"Sì, è così. Credo di aver colto, forse involontariamente, delle frequenze di instabilità politica attuale, ma nel complesso non penso che Turbulence sia un libro che riguarda principalmente questioni politiche contemporanee".
Ha mai vissuto turbolenze indimenticabili in aereo?
"Ne ricordo una sul volo New York-San Francisco e un'altra da Budapest a Francoforte, lo staff e il pilota ci hanno consegnato dei panini mentre salivamo sull'aereo perché hanno previsto turbolenze troppo severe per farlo durante il volo".
E nella vita invece?
"Sì, certo. A chi non è successo?".
Il libro e l'autore Turbulence è il nuovo libro di David Szalay, edito da Jonathan Cape. In Italia sarà pubblicato da Adelphi il prossimo autunno. David Szalay è nato a Montréal nel 1974 ma vive a Budapest. Nel 2016, è stato finalista al Man Booker Prize con Tutto quello che è un uomo, che è stato pubblicato in Italia da Adelphi nel 2017 (402 pagine, 22 euro, traduzione di Anna Rusconi)
Prodigio della tecnica o macchina infernale, per alcuni l'aeroplano è un vettore di libertà, per altri uno spauracchio. Eppure, seduti in poltrona, fra rullaggio e decollo, stipati in spazi che infrangono le regole di prossimità, ci sentiamo liberi di confessarci senza freni. Proprio da questa fonte di aneddoti nasce Turbulence, il nuovo libro di David Szalay, lo scrittore canadese, con cittadinanza ungherese, già finalista al Man Booker Prize col precedente libro, Tutto quello che è un uomo (pubblicato in Italia da Adelphi).
Turbulence è nato come un progetto radiofonico, divenendo un collage di dodici storie identificate da una sigla a tre lettere (LGW, MAD, DSS) - proprio come quelle degli aeroporti - in cui i personaggi passano da una storia all'altra, partendo da Londra per farvi infine ritorno. Szalay anche in queste pagine dimostra di muoversi a proprio agio nell'animo umano, fra confessioni e l'incapacità di aprire davvero il nostro cuore, consapevole del potenziale narrativo: "Senza il racconto delle nostre ombre, la letteratura non esisterebbe".
Mr. Szalay, la prima domanda è obbligatoria: ha paura di volare?
"Ho volato molto da bambino senza alcun patimento. Intorno ai vent'anni ho smesso di farlo e contemporaneamente sono diventato un fan di una serie tv chiamata Black Box. Come si può intuire dal nome, ogni settimana raccontava nel dettaglio un famigerato incidente aereo, per esempio il disastro di Tenerife del 1977. Capirete che per un po' di tempo ho dovuto combattere la paura, ma ne sono uscito fuori".
E oggi come va?
"Ancora trovo che il decollo sia un momento leggermente stressante e non mi piacciono le turbolenze. Ma di solito evito di intrattenere conversazioni intime con gli sconosciuti...".
Eppure da qui trae spunto "Turbulence"...
"Credo che sia per il fatto che ci troviamo improvvisamente, e talvolta per alcune ore, a stretto contatto con degli estranei. Con perfetti sconosciuti che probabilmente non vedremo più. Così ci sentiamo liberi di lanciarci in conversazioni aperte e intime. In questo contesto credo sia significativo il fatto che non siamo seduti di fronte ma accanto a queste persone, in alta quota, e questo modo di sedersi promuove una certa libertà nella conversazione".
In "Tutto quello che è un uomo" ha dato spazio alle debolezze umane, incluse le fobie e la vanità. È un materiale che l'ha ispirata anche per queste confessioni in volo?
"Mi piace scrivere di debolezze umane. Ma non è così per tutti gli scrittori? Le nostre incrinature dell'animo sono il soggetto ultimo di tutta la letteratura, sia comica che tragica. Anzi, privata del racconto delle nostre ombre, la letteratura non esisterebbe".
Com'è nato "Turbulence"?
"È iniziato come una commissione per la Bbc Radio. Dovevano essere dodici storie, su qualsiasi argomento, collegate tra loro ma in grado di funzionare come pezzi indipendenti. Ho avuto l'idea di basare le storie su dodici voli connessi: dovevano essere molto concise e, proprio per questo, in grado di cogliere la frenesia della nostra esistenza globalizzata".
Sia "Tutto quello che è un uomo" che "Turbulence" hanno in comune la preoccupazione per il senso di sradicamento dei loro protagonisti?
"Sì, Turbulence prosegue alcune delle principali linee tematiche ma, per esempio, Tutto quello che è un uomo era focalizzato (come suggerisce il titolo) su personaggi maschili, mentre in Turbulence ben sette dei dodici protagonisti sono donne. Inoltre, il primo è un libro dal contesto europeo, mentre Turbulence è più globale. Ma in entrambi i libri c'è la sensazione che i personaggi manchino di radici. Ed è qualcosa che mi preoccupa personalmente".
Anche da un punto di vista politico, il mondo è più turbolento?
"Sì, è così. Credo di aver colto, forse involontariamente, delle frequenze di instabilità politica attuale, ma nel complesso non penso che Turbulence sia un libro che riguarda principalmente questioni politiche contemporanee".
Ha mai vissuto turbolenze indimenticabili in aereo?
"Ne ricordo una sul volo New York-San Francisco e un'altra da Budapest a Francoforte, lo staff e il pilota ci hanno consegnato dei panini mentre salivamo sull'aereo perché hanno previsto turbolenze troppo severe per farlo durante il volo".
E nella vita invece?
"Sì, certo. A chi non è successo?".
Il libro e l'autore Turbulence è il nuovo libro di David Szalay, edito da Jonathan Cape. In Italia sarà pubblicato da Adelphi il prossimo autunno. David Szalay è nato a Montréal nel 1974 ma vive a Budapest. Nel 2016, è stato finalista al Man Booker Prize con Tutto quello che è un uomo, che è stato pubblicato in Italia da Adelphi nel 2017 (402 pagine, 22 euro, traduzione di Anna Rusconi)