Sotto il palco tra Bob Dylan e gli U2
Nicola Lagioia , di NICOLA LAGIOIAAndavo ancora alle superiori e Dylan al Palaeur fu uno shock. Parola di premio Strega che spiega: da allora molto è cambiato. Per colpa di chi?
Il primo vero concerto per cui ho accettato di pagare un biglietto è datato 6 giugno 1991. Roma, Palaeur (il Palalottomatica si chiamava così), Bob Dylan aperto da Van Morrison. Facevo le superiori, abitavo a Bari. Avevo trascorso l'anno ad ascoltare Blonde on blonde e Blood on the tracks (entrambi acquistati in edicola) con un'ossessività degna di un lieve disturbo mentale. Non sapevo niente di Dylan prima, e mi ero illuso, diciamo così, di padroneggiare la materia dopo il duecentesimo ascolto di Rainy day women (avevo riversato il contenuto dell'lp su audiocassetta assecondando il sogno di pomiciare con la mia ragazza nei bagni della scuola urlando mentalmente "they'll stone you when you're playing your guitar!" col walkman in cuffia). All'epoca non esisteva internet, dunque ignoravo come Dylan stravolgesse in concerto le canzoni fino a renderle irriconoscibili. Uscii dal Palaeur in stato confusionale, non mi ero neanche …
Il primo vero concerto per cui ho accettato di pagare un biglietto è datato 6 giugno 1991. Roma, Palaeur (il Palalottomatica si chiamava così), Bob Dylan aperto da Van Morrison. Facevo le superiori, abitavo a Bari. Avevo trascorso l'anno ad ascoltare Blonde on blonde e Blood on the tracks (entrambi acquistati in edicola) con un'ossessività degna di un lieve disturbo mentale. Non sapevo niente di Dylan prima, e mi ero illuso, diciamo così, di padroneggiare la materia dopo il duecentesimo ascolto di Rainy day women (avevo riversato il contenuto dell'lp su audiocassetta assecondando il sogno di pomiciare con la mia ragazza nei bagni della scuola urlando mentalmente "they'll stone you when you're playing your guitar!" col walkman in cuffia). All'epoca non esisteva internet, dunque ignoravo come Dylan stravolgesse in concerto le canzoni fino a renderle irriconoscibili. Uscii dal Palaeur in stato confusionale, non mi ero neanche preoccupato di capire come tornare a Bari, ma la lezione era chiara: i concerti, quelli veri, non sono la morta riproduzione della registrazione in studio, ma qualcosa di strano, di imprevedibile, di travolgente.
Che la musica dal vivo avesse il dovere di sorprenderti alle spalle - come qualunque esperienza importante della vita - in realtà già lo sapevo grazie ai concerti che frequentavo senza pagare. Lo sapevano le labbra spaccate di molti di noi. A Bari Bob Dylan non arrivava (sarebbe tuttavia arrivato a Foggia il 19 luglio del 2006), ma il capoluogo pugliese era pieno di band per le quali il punk e il death metal erano il nero sole che mai sarebbe dovuto tramontare sul regno del malessere. Qualunque barese experienced nato tra il '60 e il '75 ricorda il Pellicano di via Montegrappa, locale sotterraneo dove la musica più violenta si esibiva quasi ogni sera. A quei concerti si beveva, si fumava, si vomitava e, soprattutto, si pogava. Ogni testata presa in faccia era una medaglia al valore.
Il rock in quel periodo non era solo sporcatura, ma anche spettacolo totale. Una data importante è per me il 18 novembre 1991. Quel giorno esce Achtung baby, l'ultimo album importante degli U2. Ricordo il concerto al forum di Assago. Zoo tv tour, 21 maggio 1992. Una miriade di schermi circonda la band che interpreta musicalmente il cambio di paradigma (era caduto il Muro di Berlino) con uno spettacolo in grado di fondere Wagner e il cut-up di William Burroughs. Rimasi ammirato dall'esibizione ma fu anche l'ultima volta che milioni di dollari investiti in un clamoroso gioco scenografico fatto di laser e coreografie disegnate al millimetro mi parve necessario e non posticcio. Che il packaging sarebbe presto andato a scapito della sostanza lo capii l'anno dopo. Sempre U2, questa volta Napoli, stadio San Paolo, 9 luglio 1993. Quel concerto fu sì spettacolare ma meno emozionante del precedente. La prova di essere in una trappola estetica la avemmo prima che Bono salisse sul palco. Quella sera gli U2 furono aperti da una band più importante di loro. Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Moe Tucker, per l'ultima volta insieme. I Velvet Undergound. Ebbene, il pubblico li fischiò. Abituata ormai a considerare la confezione ciò che conta, la gente scambiò certe magnifiche dissonanze per errore, il genio per impreparazione, l'imprevedibilità per incomprensibilità, la magia per presa in giro. Ognuno ha il suo personale: per me fu un po' un punto di non ritorno.
C'è chi dice che la mazzata finale in Italia la diede Sirchia: la legge che dal 2005 proibisce il fumo nei locali pubblici porta il suo nome. Sarà. Il fatto è che, già il 30 novembre del 2004, andai a vedere Nick Cave a Firenze. Il concerto fu bellissimo. Il Re Inchiostro sontuoso e selvaggio. Ma ecco, Cave e i Bad Seeds si agitavano molto più del pubblico ai loro piedi, e una roba simile non l'avevo mai vista.
È successo qualcosa, all'improvviso. "Quando arrivi a Palodes, annuncia che il grande Pan è morto!". La religione pagana del rock a un certo punto si è spenta, e vedere diecimila smartphone sollevati in direzione di Rihanna... non ce la posso fare. Ma poiché solo il rock riesce a fondere così bene paganesimo e Vangeli ("Jesus was a hippie") confidare nella resurrezione è lecito. Condannati a credere senza più vedere? Se ancora oggi, da un piccolo locale nella periferia di Roma o di Bologna, sentite una schitarrata magica, entrate pure. Ci troverete magari Federico Fiumani con i Diaframma in forma smagliante. Saltate, sudate, sputate, scopate, amate. Lo spirito continua.
Che la musica dal vivo avesse il dovere di sorprenderti alle spalle - come qualunque esperienza importante della vita - in realtà già lo sapevo grazie ai concerti che frequentavo senza pagare. Lo sapevano le labbra spaccate di molti di noi. A Bari Bob Dylan non arrivava (sarebbe tuttavia arrivato a Foggia il 19 luglio del 2006), ma il capoluogo pugliese era pieno di band per le quali il punk e il death metal erano il nero sole che mai sarebbe dovuto tramontare sul regno del malessere. Qualunque barese experienced nato tra il '60 e il '75 ricorda il Pellicano di via Montegrappa, locale sotterraneo dove la musica più violenta si esibiva quasi ogni sera. A quei concerti si beveva, si fumava, si vomitava e, soprattutto, si pogava. Ogni testata presa in faccia era una medaglia al valore.
Il rock in quel periodo non era solo sporcatura, ma anche spettacolo totale. Una data importante è per me il 18 novembre 1991. Quel giorno esce Achtung baby, l'ultimo album importante degli U2. Ricordo il concerto al forum di Assago. Zoo tv tour, 21 maggio 1992. Una miriade di schermi circonda la band che interpreta musicalmente il cambio di paradigma (era caduto il Muro di Berlino) con uno spettacolo in grado di fondere Wagner e il cut-up di William Burroughs. Rimasi ammirato dall'esibizione ma fu anche l'ultima volta che milioni di dollari investiti in un clamoroso gioco scenografico fatto di laser e coreografie disegnate al millimetro mi parve necessario e non posticcio. Che il packaging sarebbe presto andato a scapito della sostanza lo capii l'anno dopo. Sempre U2, questa volta Napoli, stadio San Paolo, 9 luglio 1993. Quel concerto fu sì spettacolare ma meno emozionante del precedente. La prova di essere in una trappola estetica la avemmo prima che Bono salisse sul palco. Quella sera gli U2 furono aperti da una band più importante di loro. Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Moe Tucker, per l'ultima volta insieme. I Velvet Undergound. Ebbene, il pubblico li fischiò. Abituata ormai a considerare la confezione ciò che conta, la gente scambiò certe magnifiche dissonanze per errore, il genio per impreparazione, l'imprevedibilità per incomprensibilità, la magia per presa in giro. Ognuno ha il suo personale: per me fu un po' un punto di non ritorno.
C'è chi dice che la mazzata finale in Italia la diede Sirchia: la legge che dal 2005 proibisce il fumo nei locali pubblici porta il suo nome. Sarà. Il fatto è che, già il 30 novembre del 2004, andai a vedere Nick Cave a Firenze. Il concerto fu bellissimo. Il Re Inchiostro sontuoso e selvaggio. Ma ecco, Cave e i Bad Seeds si agitavano molto più del pubblico ai loro piedi, e una roba simile non l'avevo mai vista.
È successo qualcosa, all'improvviso. "Quando arrivi a Palodes, annuncia che il grande Pan è morto!". La religione pagana del rock a un certo punto si è spenta, e vedere diecimila smartphone sollevati in direzione di Rihanna... non ce la posso fare. Ma poiché solo il rock riesce a fondere così bene paganesimo e Vangeli ("Jesus was a hippie") confidare nella resurrezione è lecito. Condannati a credere senza più vedere? Se ancora oggi, da un piccolo locale nella periferia di Roma o di Bologna, sentite una schitarrata magica, entrate pure. Ci troverete magari Federico Fiumani con i Diaframma in forma smagliante. Saltate, sudate, sputate, scopate, amate. Lo spirito continua.